OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...

martedì 30 novembre 2010

rosse magie

Le spectre rouge
1907
Francia
Regia: Segundo De Chomón, Ferdinand Zecca
Soggetto: Segundo De Chomón

Prodotto dalla Pathé Frères, prima ed attivissima casa di produzione cinematografica di cui abbiamo recensito anche Le Moulin maudit, e scritto e girato da due veri e propri pionieri della settima arte. Opera vicinissima a quelle di Georges Méliès, sia per temi trattati che per scelte stilistiche, avveniristica per i tempi e ben considerata anche in quelli successivi. Da ricordare che, oltre a queste similitudini, esistono anche legami più consistenti fra i due mondi, lo stesso Méliès utilizzava infatti alcune delle invenzioni visive di Segundo de Chomón.
In questo corto c'è un "demone prestigiatore", pretesto per mostrare trucchi di ogni genere; nel finale un'entità lo annullerà.
C'è davvero un considerevole utilizzo delle possibilità del tempo: sovrimpressioni, dissolvenze, colorazioni manuali, animazioni e grande uso dei singoli fotogrammi per creare effetto di scomparsa.
D'atmosfera anche la rossa scelta cromatica presente per tutta la durata.
Visibile su YouTube: LINK

mercoledì 24 novembre 2010

il gusto

Feed
2005
Australia
Regia: Brett Leonard
Scritto: Kieran Galvin, Patrick Thompson, Alex O'Loughlin

Fin dove può spingersi la libertà personale? Cos'è la bellezza? E l'amore? Tutte domande collegate alla filosofia di fondo presente in questo Feed.
C'è un sito web dove vengono mostrate donne corpulente, nutrite a forza da una persona adibita a questo ruolo, che diventa per loro necessaria, in una sorta di simbiosi perversa. Chi accede al sito può anche andare più a fondo, ed i giochi diventano ancora più crudeli... Un detective dalla personalità labile indaga sulla vicenda.
Non male l'idea di base, plausibile seppur cruda e tirata all'estremo, peccato per una stagnazione temporale, infatti il film pare ad un certo punto arrancare, non rinnovarsi e girare su se stesso. Personaggi forse un po' sopra le righe, anche se non eccessivamente stereotipati; ottima l'idea di non presentare nessuno come totalmente vincente, ognuno ha le sue debolezze, non si riesce a simpatizzare ed a immedesimarsi facilmente. Interessante il parallelismo fra protagonista e antagonista, le loro filosofie e la loro concezione dell'amore si scontrano, i dialoghi fra i due svelano magagne personali come in un duello, si perde il senso di giusto e sbagliato, non c'è positivismo nella rappresentazione. Il cibo, al contrario di altre opere ossessive in tal senso, è solo un mezzo, non il fine... Governa sul tutto un'atmosfera tecnologica, di feticismo informatico, da ricordare che il regista è lo stesso de Il tagliaerbe (1992) e Virtuality (1995).
Tecnicamente ci troviamo di fronte al forse abusato stile "videoclipparo", tanto caro alle serie televisive, in special modo quelle poliziesche: continui flashback, accelerazioni da spasmo mentale e una certa pulizia e patinatura. Coraggiosa ed originale invece la scelta di accentuare le tonalità dei colori in alcune scene, con predominanza di giallo, blu o rosso. Profonda e psicologicamente rilevante la preferenza verso riprese grandangolari, a corta focale, che esasperano e deformano gli spazi, una metafora di quello che succede ai corpi delle vittime.

venerdì 19 novembre 2010

le sopracciglia di Roderick Usher

Creazioni di James Sibley Watson e Melville Webber

La produzione di Watson e Webber vanta un qualcosa adatto a deliziare i raffinati palati degli amanti dell'espressionismo cinematografico più noto, può quindi essere un rifugio estetico risalente ad anni in cui la corrente era ormai terminata. Offerta che oltretutto arriva da un paese, gli Stati Uniti, che ha opposto all'arte espressionista altre forme poi divenute punti fermi. La filmografia in esame però non si limita a questo: possono infatti sguazzarvi anche coloro all'eterna ricerca di opere di avanguardia sopite, quelle irte di sperimentazione più acuta. Molto breve come durata, ma simbolica e stranamente poco citata quando si descrivono, ad esempio, i lavori che si rifanno agli anni venti tedeschi.
Il picco è The Fall of the House of Usher (1928), ovviamente interpretazione del multi presente racconto di Edgar Allan Poe. Perché ricordare questa pellicola? Alla fin fine l'opera letteraria è solo un pretesto per scatenare un'orgia formalista di immagini, distorte quanto basta per ricordare Caligari, pregne di campi statici e pesante trucco di scena. Ma non è tutto. Il film si erge anche a circo astratto, con largo uso di effetti ottici: dominano sovraimpressioni multiple, principalmente con composizioni a trianogolo, che, se vogliamo trovarvi applicazione psicologica, descrivono bene i pensieri che attanagliano il protagonista Roderick e sua sorella Madeline; una scomposizione cerebrale. Ricordiamo che Melivlle e Webber assurgono a ruolo sia di registi che di direttori artistici e di fotografia, in più il secondo si concede anche l'interpretazione dell'amico di Rod.
Come il precedente lavoro, anche in Lot In Sodom (1933) si usa il plot come pretesto per mettere in scena della pura sperimentazione. La storia si riferisce alla famosa città di Sodoma dell'Antico Testamento, con la controversa vicenda degli angeli mandati da Dio per testare il comportamento degli abitanti, e la sua distruzione per la pressione fatta sui due, mentre erano ospiti in casa di Lot e della sua famiglia.
I virtuosismi gravitano attorno alle già citate sovraimpressioni multiple, che in questa pellicola esaltano in particolare la leggiadria dei movimenti umani, come anche l'interiorità dei personaggi. Importante il fatto che gli autori si rifanno nuovamente e marcatamente alla composizione dell'immagine, quella della divisione dello schermo secondo una griglia immaginaria, bilanciando il quadro con più punti focali, spesso usufrendo della simmetria bilaterale. Non mancano dissolvenze incrociate e testi ad uso prettamente formale.
Il precedente Tomatos Another Day (1930), ad opera del solo Watson, è molto diverso; innanzitutto è un film sonoro, ed il mezzo lo usa pienamente, per proporre dialoghi apparentemente nonsense, tutto in un ambiente ristretto senza molto stacchi di ripresa, al massimo una punta di deep focus...
Concludiamo con Rhythm in Light (1934) di Webber, un brevissimo filmato assimilabile al cinema di animazione, un'opera astratta formata da forme geometriche e luci in movimento, spesso con effetto sfocatura, molto avanti per il tempo, ma questo discorso vale per l'intera filmografia qui presentata.

martedì 16 novembre 2010

return!


Ritornano le puntate della web series fantahorror Return Of The Bloodsucking Nazi Zombies, scritta da Robert Monell e diretta da Mathis Vogel  (Alexander Bakshaev).

Due i nuovi episodi:
Factory Of The Living Dead e The Sinister Dr. Orloff.
Solito stile minimalista, con ammiccamenti retro e citazionisti. Particolarmente accentuato nel secondo episodio è il montaggio iperveloce, fatto di brevissimi campi, quasi un rimando al "montaggio della attrazioni" di Sergej Ėjzenštejn, atto a creare un disorientamento scioccante nello spettatore. Sempre d'effetto la musica dei BIU e Alexander Zhemchuzhnikov, che nell'episodio due fa da contrappunto alla iperattività visiva, ricordandoci il jazz di Giorgio Gaslini nelle perle argentiane.
Peccato solo per una rapidità troppo accentuata degli intertitoli, non sempre si fa in tempo a leggerli...
Da appassionati per appassionati!

sabato 13 novembre 2010

a gennaio si va in Cechia


In questo blog esistono corposi e ben consultati articoli sull'attività cinematografica del maestro Jan Švankmajer, artista ingiustamente poco conosciuto nella nostra penisola. A far loro compagnia, per sopperire nuovamente alla mancanza, a gennaio 2011 arriverà il numero della collana Moviement Magazine, edita da Gemma Lanzo Editore, che si occuperà proprio di far luce sulla sua vita e sulle sue opere. Il saggio di apertura è orgogliosamente del sottoscritto, e pareva giusto segnalarlo...
Nell'attesa si può dare un occhio al sito ufficiale (http://www.lanzoeditore.it/), dove sarà possibile acquistare il numero in oggetto e dove si possono ordinare gli altri in catalogo, cosa sempre consigliata.

venerdì 12 novembre 2010

...e quello statunitense

Il bagaglio artistico viene portato agli Universal Studios di Los Angeles, e ad esso vanno ad aggiungersi gli stilemi del cinema locale. Da notare che negli USA l'artista si è dedicato soltanto alla regia, lasciando in Germania gli altri ruoli.

The Cat and The Canary
(Il castello degli spettri)
1927
Stati Uniti d'America
Regia: Paul Leni
Soggetto: John Willard
Sceneggiatura: Walter Anthony, Alfred A. Cohn, Robert F. Hill

Il primo film di Leni americano è un horror con venature umoristiche, basato sullo spettacolo teatrale The Cat and the Canary*, ad opera di John Willard e ripreso molteplici volte in campo cinematografico. È una trama vicina al giallo classico, non originalissima, ma di certo non estremamente prevedibile.
Paul non smentisce il suo eclettismo visivo, e riesce nuovamente a fondere più correnti, diverse caratteristiche: ha portato con sé il seme dell'espressionismo tedesco, evidente nella recitazione caricata e nel pesante trucco degli attori, e da ciò ne trae beneficio il lato oscuro delle vicenda. Fortemente innovativi per l'epoca sono alcuni espedienti visivi, l'autentico pezzo forte dell'opera. Ci riferiamo, oltre all'impiego delle sovraimpressioni, che rendono la sequenza iniziale degna di ricordo, all'utilizzo di alcuni intertitoli curati graficamente, "urlati", tanto da trasmettere emozioni che sopperiscono alla mancanza del sonoro. Plauso alla fotografia di Gilbert Warrenton.
Ottime le interpretazioni, in particolare Laura La Plante, nella parte di Annabelle West, e Martha Mattox in quella di Mammy Pleasant.
Può entrare a pieno diritto nel filone delle "case" (infestate e non), ma lasciamo perdere il titolo italiano, l'originale voleva intendere una pressione esercitata su un individuo, tanto da portalo alla follia.
*si dice anche di un origine da un racconto di Agatha Christie, ma non abbiamo trovato riscontro.

The Man Who Laughs
(L'uomo che ride)
1928
Stati Uniti d'America
Regia: Paul Leni
Soggetto: Victor Hugo
Sceneggiatura: J. Grubb Alexander, Walter Anthony, May McLean, Marion Ward, Charles E. Whittaker

Ritenuta la punta di diamante della produzione del regista, noi gli preferiamo altri titoli, per una maggiore propensione al weird, cosa su cui non è improntata quest'opera. È proprio una trasposizione del noto romanzo omonimo di Victor Hugo, e per la trama vi rimandiamo ad esso, basta sapere che molto, contestualizzandolo, è ancora attualissimo.
Vi è un distacco maggiore dal cinema delle avanguardie, ed i binari deviano maggiormente sul découpage classico, con montaggio analitico e alternato. Interessante però sono alcuni sperimentali scampoli di sonoro presente, soprattutto grida e richiami, preludio alla prossima era del suono nel cinema.
Potentissima l'interpretazione del mostro sacro Conrad Veidt, nei panni del protagonista Gwynplaine, ma un po' tutti fanno bene la loro parte: Mary Philbin (Dea), Brandon Hurst (Barkilphedro), il cane Zimbo (Homo) e Olga Baclanova (duchessa Josiana) , la Cleopatra di Freaks, che oltretutto mostra un accenno di nudo fuori dalla norma per quegli anni.

Altri film girati in USA:
The Chinese Parrot (1927)
The Last Warning (1929)

mercoledì 10 novembre 2010

il Leni di Germania...


Appartenente al gruppo degli avanguardisti tedeschi emigrati negli USA, Paul Leni si è applicato maggiormente, in senso di mole di lavoro, nel ruolo di direttore artistico più che in quello di regista o sceneggiatore. In questa sede vogliamo un po' slegarlo dal parere generale che lo vede quasi totalmente immerso nella tendenza espressionista, secondo noi i suoi lavori hanno varcato anche le soglie di movimenti come il Kammerspiel o il Neue Sachlichkeit, magari fondendo più caratteristiche. Certamente un grande sperimentatore, innovativo e caratterizzato, ma ben calato anche nei progetti di narrativa più vicina al classico, cosa che avrebbe approfondito se la sua vita non fosse stata sfortunatamente così breve.

Della sua attività registica non c'è molto di reperibile in commercio, soltanto i suoi film più famosi conoscono degna distribuzione.

Hintertreppe
1921
Germania
Regia: Leopold Jessner, Paul Leni
Scritto: Carl Mayer


Mediometraggio drammatico dalla forti connotazioni sociali, storia d'amore e di comprensione, permeata da spirito di adattamento. Anche specchio del buio economico presente al tempo Repubblica di Weimar. Racchiudibile nell'insieme della Nuova oggettività, vi sussistono situazioni verosimili, con ambienti che non presentano esasperazioni geometriche, e l'attenzione è posta sui soggetti che intensificano gli stati emozionali all'estremo, unico punto dove c'è un minimo distacco dal realismo in senso strettissimo. Tocchi rilevanti anche nella parte iniziale, dove viene dato dato risalto scenico ad oggetti che scandiscono la vita quotidiana dei protagonisti.
Das Wachsfigurenkabinett
(Il gabinetto delle figure di cera)
(Tre amori fantastici)
1924
Germania
Regia: Leo Birinski, Paul Leni
Scritto: Henrik Galeen

Fantastico film ad episodi, il gioiello teutonico di Leni. Scritto dal maestro Galeen, partecipe di famosi capolavori come Nosferatu il vampiro di Muranu e i due più celebri adattamenti sulla leggenda del Golem, scritti a quattro mani con Paul Wegener: Der Golem e Der Golem, wie er in die Welt kam.
Nel museo delle cere locato in luna park si cerca uno scrittore capace di creare storie sulle statue presenti. L'artista che risponde all'appello ci porterà nei mondi* di Harun al Raschid, Ivan il Terribile e Jack lo squartatore.**
La prima parte immerge in uno scenario da Mille e una notte, il protagonista è infatti anche parte del celebre romanzo. Accento sui primi piani, movimenti facciali da Kammerspiel, trasferimento psicologico dagli attori allo spettatore, come prassi che il buon Carl Theodor Dryer ci narrava. La scenografia presenta invece forme espressioniste, irregolari, che risaltano il carattere architettonico arabo e che vanno ad accrescere le influenze presenti nell'opera, fuse insieme degnamente. Stessa profondità per l'episodio di Ivan IV, con la sorprendete interpretazione di Conrad Veidt nei panni dello Zar. Uso estremo di mezze figure, primissimi e primi piani, e sensazionali le virate cromatiche: ora dorate per fare riecheggiare lo sfarzo degli ambienti e dei costumi ortodossi, ora blu come la neve ed il freddo russo.
Festa sperimentale il terzo episodio, quello più onirico, scioccante ed originale; breve ma intensissimo, puramente formalista. Le linee del parco dei divertimenti turbinano in modo selvaggio, e sommate alle sovrimpressioni rendendo inquietante un luogo che dovrebbe comunicare gaiezza e disimpegno, un contrasto che in seguito sarà spesso ripreso. Ricollegabile a pieno diritto al mondo espressionista, analogo al suo più grande esponente, opera mito di questo blog: Il gabinetto del dottor Caligari.

*su una versione inglese della pellicola viene nomato anche Spring Heeled Jack, che è un diverso personaggio del folclore britannico. L'aspetto della statua è però più simile a quello supposto di Jack the Ripper.
** era previsto anche un episodio su Rinaldo Rinaldini, infatti si intravede per un istante la sua controparte di cera.

Altre pellicole girate, in veste di regista, nel periodo tedesco:

Das Tagebuch des Dr. Hart
(1916)
Prima Vera (1917)
Dornröschen (1917)
Das Rätsel von Bangalor (1918)
Die platonische Ehe (1919)
Prinz Kuckuck - Die Höllenfahrt eines Wollüstlings (1919)
Patience (1920)
Die Verschwörung zu Genua (1921)
Rebus Film Nr. 1 (1925)
Rebus Film Nr. 3 (1925)