OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...

mercoledì 30 novembre 2011

due gioielli nel bianco

Les yeux sans visage
(Occhi senza volto)
1960
Francia, Italia
Regia: Georges Franju
Soggetto: Jean Redon
Sceneggiatura: Pierre Boileau, Thomas Narcejac, Jean Redon, Claude Sautet, Pierre Gascar


La rinomata importanza di un pezzo di carne, una cartilagine, un frammento di epidermide. Non alludiamo a funzioni atte al funzionamento del corpo, ma alla considerazione che ha la società della "scatola". In tal senso, il tempo ha imparato ad accettare anche optional non naturali, l'importante è la funzionalità sull'occhio altrui.
Il dottor Génessier è un bravo medico, peccato che pecchi di... onnipotenza. Per la scienza è disposto anche a decidere chi debba vivere e chi no, su quali esseri viventi fare pratica, chi debba beneficiare dei suoi successi e chi ne debba fare le spese. Addirittura può permettersi di fare il comodo proprio nei cimiteri, anche mentre in cielo passa un aereo, simbolo di progresso tecnologico, a terra avvengono le sue sperimentazioni semi divine, in stile costole estratte per altre creazioni. A farlo rimanere umano c'è però la paura del fallimento, sempre vigile, anche dentro chi gli sta intorno. Una presenza è Louise, una sua "creatura", visto che ha beneficiato di un intervento ricostruttivo che le ha dato nuova linfa vitale, e non ultima, ma protagonista, sua figlia Christiane, "occhi senza volto", perché il suo viso si è disfatto in un incidente stradale, tra l'altro, a detta di lei, provocato dalla superbia del padre presente anche in strada. Con un freddo stratagemma la si fa passare per morta, di modo che lo "strumento" sia disponibile in maniera indisturbata, si deve infatti tentare la ricostruzione del viso, non si sa quanto per amore o quanto per mania di potere. Ma se per sperimentare tecniche bastano dei poveri cani raccolti in strada, per il fulcro dell'operazione serve pelle fresca, connotata similmente a quella di Christiane, e Parigi ne è piena, orsù! A reperire ci penserà Louise, ci si fida di più di una donna dai modi gentili. Le mosse di lei sono rese caricaturali dalla presenza di una buffa Citroën 2CV e dalla farsesca musichetta di Maurice Jarre; contrappunto che davvero sa creare un'ottima via di linguaggio.
Ad un certo punto pare che l'operazione sia andata a buon fine, la ragazza può togliere la maschera che copriva le sue piaghe e mostrare un viso talmente angelico da sembrare di carta velina, che il padre continua a gestire permettendosi di dire anche quando un sorriso si è spinto troppo in là. Christiane aveva un ragazzo, e forse, anche sotto mentite spoglie (lei era ufficialmente morta), potrebbe rivederlo... Lui, fra le altre cose, ha un ruolo di rilievo, insieme alla polizia locale. Purtroppo le speranze decadono dopo poco, il tessuto è rigettato, iniziano a presentarsi ematomi e necrosi, tutto torna come prima. Ma questa è la goccia: occhi senza volto ormai è allo stremo psicofisico, non rimane che punire i colpevoli e ricongiungersi, insieme alle altre cavie, con la natura non modificata dalle mani umane.
Classico senza tempo, tenendo fede al fatto che è una produzione franco-italiana, pesca un po' dal gotico e meno gotico nostrano di allora, tipo quello marchiato Freda e Bava, vedi I vampiri, e un po' dal giallo o thriller metropolitano, anche francese, vedi il bellissimo I diabolici di Clouzot.
Prove attoriali di prim'ordine, con un'eterea Edith Scob nella parte di Christiane, espressiva con la maschera tanto quanto senza, e Alida Valli nei panni di Louise. Pierre Brasseur è il gelido dottor Génessier, una maschera di ghiaccio.
Regia e fotografia magistrali, si percepisce il passato dedito al documentario di Franju, è stato molto abile nel descrivere la freddezza degli eventi, così com'è funzionale la trama, ispirata ad una novella di Jean Redon, durante gli omicidi, asettici come una sala operatoria. A proposito: la sequenza dell'intervento su di una vittima ha perso un po' di effetto oggi, ma allora era fortemente scioccante.
Fotografia realisticamente ben illuminata, carrellate cadenzate, movenze delicate. Ma anche puntate ironiche a smorzare il ritmo teso.
Probabilmente uno dei migliori cento film horror della storia.

lunedì 28 novembre 2011

il candore delle spose

Living Dolls
1980
Stati Uniti d'America
Regia: Todd Coleman
Scritto: Todd Coleman

Voci, richieste, richiami, sottofondi, sono come un martello pneumatico nel cervello; oppressione, quotidianità che racchiude flashback come una scatola cinese, tutto diventa un agglomerato di cacofonia ossessiva.
Ma il buon Melvin, che lavora in un "infernale" negozio di articoli da sposa teatro di tali manifestazioni, ha il suo rifugio: la stanza ai piani superiori dove sono depositati i manichini, anzi le "manichine", sono di forma muliebre, quindi ci licenziamo con il femminile. Queste, che abbiano assorbito le umane caratteristiche o che prendano quella forma negli infiniti mondi dentro il suo cranio, gli comunicano alla solita maniera: con assillo. La funzione di rifugio entra però in gioco quando egli può azzittirle, anche in maniera sfogante. Il problema si fa più vivo quando diverranno meno controllabili e motteggiatrici, e ancor di più quando saranno un tutt'uno con i loro omologhi in carne ed ossa, ovviamente in abito bianco. Purtroppo per Melvin, il suo destino sarà essere depredato del suo essere, acquisito dal quel mondo cannibale.
Todd Coleman produce, scrive e dirige questo cortometraggio nato come progetto studentesco, vincitore di diversi premi e trasmesso da TV via cavo statunitensi, in contenitori quali USA's Night Flight e Saturday Nightmares. Compatibilmente con altre attività, Coleman tornerà ufficialmente nel cinema nuovamente con un corto, Thanksgiving, dramma familiare del 2005. 

venerdì 25 novembre 2011

passaggio d'amore

Matka Joanna od aniolów
(Madre Giovanna degli angeli)
1961
Polonia
Regia: Jerzy Kawalerowicz
Soggetto: Jaroslaw Iwaszkiewicz
Sceneggiatura: Jerzy Kawalerowicz, Tadeusz Konwicki

Facciamo un salto dal capitolo 6 di Häxan alla Polonia del XVII secolo.
In un convento di monache v'è l'amore, perché esso è il naturale fondamento di tutte le cose di questo mondo. Quando prende una direzione, qualsiasi essa sia, può soverchiare di tutto, anche un ordine religioso, come quello qui rappresentato. Le anime si innamorano di una angelo, Satana, e amano, amano, anche il curato Grandier veniva amato, poi condannato al rogo perché parte di quella passione. Persino durante la condanna si continuava, perché, mentre le fiamme bruciavano dall'esterno, dall'interno divampata il sentimento, i vestivi bruciavano o venivano strappati, ultimo atto terreno per il religioso.
Poi arriva un gruppo di quattro frati esorcisti, impegnati a liberare le monache nei modi più conosciuti, con la fede e con i riti, anche davanti alla gente, perché solo vedendo il Diavolo all'opera si può conoscere la vera fede, a detta loro.
Arriva anche padre Jozef Suryn, dopo un'intera stagione di penitenza, ma nonostante ciò è timoroso, si rende conto della grandezza del compito; il suo è più centrato, dovrà assistere personalmente la madre superiora Giovanna degli Angeli. Il nome è adatto, perché anche lei è innamorata di un angelo, come dice il rabbino con cui Suryn si consulterà, che non è nient'altro che lo sdoppiamento del suo io, vivo quando i dubbi che la sua strada cristiana non sia quella giusta sopravvengono. Per la sua metà, Suryn ha reverenza e critica, fiducia e odio per quello che gli dice, perché gli mette davanti pericolose realtà.
Jozef, appena arrivato, era stato ben inquadrato dall'abitante del posto più schietto, Wincenty Wolodkowicz, che rideva della sua umiltà, chiedeva alla locandiera Antosia di predire al padre il futuro, ma che egli stesso aveva già intuito, tutti hanno un destino e quello del padre era forse scritto. Wolodkowicz è un libertino, con un'autonomia da vincoli che lo farà rimanere rozzo, ma non trasportabile dagli eventi, al contrario degli altri villici, pur sempre timorosi (ma anche attratti) delle spire del Demonio, specialmente il giovane Juraj, vittima predestinata di alcuni mali.
Chiave di volta può essere sorella Malgorzata, unica non indemoniata. Lei non si fa scrupoli a farsi tentare (ed a tentare, oh, se lo fa!) al di fuori del convento, specialmente da un incognito viandante che appare ad un certo punto. Quindi, unica a non essere oppressa dall'occlusione monastica... Ma quanto è giusto spingersi oltre, qual è il confine fra bene e male, come bisogna vivere la vocazione? Forse lei è, in seguito, andata troppo in là? Oppure la realtà è quella nominata dai locali, cioè che anche lei è stata presa nelle grinfie dei demoni? Si redimerà, si pentirà del suo passo avventato e tornerà a vestire il bianco dell'abito religioso. A proposito di questo: da candido e casto sa diventare anche un forte ed ipnotizzante strumento visivo, basta guardare la sequenza dell'esorcismo in chiesa da parte dei quattro frati, le scene di isteria, oppure il primo incontro fra madre Giovanna e padre Suryn; il bianco pare vivere di vita propria, è un serpente strisciante. Ma non per questo, in altri momenti, viene meno alla sua funzione "castrante": dà luminescenza alla posizione della croce assunta dalle monache, sempre nella sequenza dell'esorcismo, ed è ultimo baluardo fra i due protagonisti nella terrazza del convento, in più viene messo da parte quando sorella Malgorzata vive la sua storia.
Ma torniamo al plot. Padre Suryn, ormai leso nel fisico e nello spirito, avrà finalmente modo di aiutare Madre Giovanna (in un modo simile a L'esorcista, anche nell'evolversi di una scena) e saprà anche evitare che il Male ritorni in lei...
C'è un'immensa arte visiva, vicina a Carl Theodor Dreyer per molti punti di vista, ad esempio l'uso ultra espressivo del primo piano, ma anche primissimo e mezzo busto. Emotività fortissima anche nei momenti di presunto immobilismo, si parla d'anime e noi arriviamo a vederle attraverso gli occhi degli interpreti.
Se il sunnominato L'esorcista, riprendendo dei temi qualche tempo dopo, farà un uso sconvolgente del make up, qui non ve n'era bisogno. Però fra i due film c'è in comune anche la "spider walk", ripresentata in film e romanzo di William Peter Blatty (ed altrove anche anni prima)...
Ma il clou tecnico arriva dal magistrale uso della soggettiva, un vero nervo ottico per noi, naturalissima e ben alternata con gli altri piani, spcialmente ravvicinati.
Ottimo il rapporto fra il direttore della fotografia Jerzy Wójcik, premiato in vari concorsi, e Kawalerowicz, che è stato fondatore della Stowarzyszenie Filmowców Polskich.
Omaggiato con il Premio Speciale della Giuria a Cannes, si dice sia ispirato al romanzo, influenzato da un fatto reale, I diavoli di Loudun, di Aldous Huxley.

Dedykuję ten film przeglądu dla moich czytelników, Judka.

martedì 22 novembre 2011

...spero che mi ami tanto quanto io amo te, chiamami crudele ed egoista, ma l'amore è sempre egoista

Alucarda, la hija de las tinieblas
1978
Messico
Regia: Juan López Moctezuma
Soggetto: Sheridan Le Fanu, Alexis Arroyo, Tita Arroyo, Juan López Moctezuma, Yolanda López Moctezuma
Sceneggiatura: Alexis Arroyo, López Moctezuma

Juan López Moctezuma è il papà di una manciata di film devoti al genere horror e dintorni d'esso.
Districandosi fra regia, soggetto, sceneggiatura e produzione cura The Mansion of Madness (1973), Mary, Mary, Bloody Mary (1975), To Kill a Stranger (1987), El alimento del miedo (1994) e questo Alucarda, facendosi aiutare da altri, nonché ispirandosi anche alla letteratura, fra cui quella di Edgar Allan Poe per The Mansion... e quella dell'apprezzatissimo da noi Sheridan Le Fanu per l'opera analizzata in questo post, con un velato riferimento a Carmilla. Cosa di non poco conto, è anche produttore di due opere del sommo Alejandro Jodorowsky: Il paese incantato e El topo.
Il più conosciuto di tutti è di certo questo Alucarda, sulla scia cronologica de L'esorcista e filone, ma essenzialmente diverso come impostazione.
Esempio di come un esorcistico può essere anche una storia d'amore... fra Justine, dopo la morte dei genitori arrivata in un convento di suore, e la protagonista, unite da Eros e Thanatos, l'uno collegato indissolubilmente all'altro, l'uno che innesca l'altro. Amore che è l'elemento cardine della possessione delle due ragazze, con Alucarda già da tempo nelle spire del Maligno, Justine introdotta dopo, grazie alla guida della sua speculare anima gemella, in un rito di sangue e carne; entrambe poi assistite da un gruppo di gitani satanisti, praticanti di riti orgiastici. A contrasto ci sarà altro forte sentimento, quello di sorella Angélica verso Justine, forse rappresentazione dell'amore divino calato in mortale o magari potere di una terza via non religiosa né scientifica. Sì, perché c'è anche la strada materialista, percorsa dal dottore del paese, che però finirà per ricredersi. Il medico ha una la figlia, che sarà, nel seguito della vicenda, un possibile nuovo elemento speculare di Alucarda.
La conclusione riprende le domande espresse poc'anzi...
Fotografia, del professionista Xavier Cruz, virata su un infernale rosso, colori molto accesi, secondo il tema esposto nella scena, potenti scenografie, non immensità da kolossal, siamo nel low budget ed è evidente anche dall'interpretazione multipla di alcuni attori, ma efficienza d'atmosfera. Merito per costumi e trucco, a tratti volutamente sopra le righe; surreali i "gypsy", sembrano delle entità dei boschi, quello più in evidenza pare un Fauno, creatura pagana ma maligna secondo un'accezione cristiana, quindi ben in tema.
Più d'una sequenza da ricordare: il rito di coppia fra le due ragazze, il montaggio alternato fra quello orgiastico e quello contrapposto, con tanto di transizione a flash nel momento in cui è stato montato quello maligno, allo scopo di enfatizzare la natura dello stesso, ed il finale, che strizza l'occhio al Carrie di De Palma.
Tina Romero, che interpreta Alucarda, è bene in parte, con quella scintilla di perfidia sempre attiva.
Produzione messicana, ma lingua originale è l'inglese.

«Anagramma: trasposizione delle lettere che formano una parola o una frase, in modo da formare con esse una o più parole o frasi nuove, di diverso significato»

venerdì 18 novembre 2011

Kattegat

Häxan
(La stregoneria attraverso i secoli)
1922
Danimarca, Svezia
Regia: Benjamin Christensen
Scritto: Benjamin Christensen

Particolare esperimento nordeuropeo di miscuglio di generi, che ha il merito, a nostro parere giusto, di figurare, secondo celebri punti di riferimento cinematografico, fra i migliori cento horror della storia. Ma la definizione gli va stretta, è infatti un'opera equamente divisa fra documentario e fiction, con l'intento di ricostruire l'evoluzione della stregoneria nel tempo, inframezzando il tutto con una storia sullo stesso tema. Fonda la parte documentaristica sugli studi compiuti da Christensen, eccitati dall'acquisto del Malleus Maleficarum, libro tedesco del XV secolo scritto in latino, che era una sorta di guida all'Inquisizione. Lunga gestazione ha avuto lo script, dal 1919 al 1921.
Monumentalmente diviso in sette capitoli, fa originale uso di illustrazioni, foto di statue e modellini, dettagli di oggetti da tortura, atti a descrivere la base del mondo stregonesco, demoniaco e inquisitorio, partendo dai persiani e passando per l'idea antica di Terra, Universo ed Inferno e dando forte risalto al Medioevo, periodo culmine per questo tipo di credenze. Tutto spiegato con tanto di bacchettina per indicare, scelta dal voluto taglio informativo. Si arriva anche all'era moderna, con l'idea vieppiù diffusa di come quelle che si definivano manifestazioni sovrannaturali in realtà fossero malattie mentali sconosciute, quali la cleptomania, la piromania e quella che tempo fa era definita isteria, aggiungendo anche gli squilibri prettamente fisici, come l'insensibilità di alcune parti del corpo e le deformazioni. Coraggiosi poi certi parallelismi, come quello dei medici/inquisitori o delle docce bollenti degli istituti di cura, pratica forse in uso tempo fa, con il rogo.
E questa è il lato documentaristica, non dirà cose nuovissime per i nostri giorni, non sarà accuratissima, ma è comunque un ripasso che non fa male.
Le parte di finzione, divisa in diverse storie, è un filo più caotica. Il grosso parla di un'anziana accusata di stregoneria da una famiglia, poi inquisita da monaci, rea confessa e accusatrice a sua volta di chi l'aveva denunciata, ma c'è anche una prima parte con una strega sognante e donatrice di pozioni d'amore per perpetue che voglio sedurre preti, ed un'altra, molto bella, di un convento di suore infestato da Satana.
Dicevamo della parte principale, l'attrice protagonista è una bravissima non professionista, tale Maren Pedersen, fioraia, che racconta di sabba resi visivamente in maniera affascinante, fra voli di scopa ed orge, con make up e doppie esposizioni di assoluta rilevanza, tant'è che il regista ringrazia il direttore della fotografia Johan Ankerstjerne e l'art director Richard Louw nei titoli iniziali, dove, per inciso, compare anche lui stesso. Il gusto tecnico è ben presente per tutta la durata, molta cura riposta nelle dimensioni del campo, in 1.33:1, ristretto all'occorrenza da mascherini.
Riproposto in Danimarca con una nuova introduzione nel 1941, poi nel 1968 con tanto di narrazione del celebre scrittore William S. Burroughs, ha fatto la classica trafila per i film muti del continuo cambio della colonna sonora: dagli accompagnamenti dal vivo delle prime proiezioni fino a riedizioni jazz, sperimentali, ecc.
Costato la bellezza di 22 milioni di Corone svedesi di allora, circa due milioni e mezzo di Euro attuali, fu un grande successo in Danimarca e Svezia, fu invece inizialmente osteggiato negli Stati Uniti per le libertà descrittive.

cinema elettronico

Segnalo la disponibilità in formato eBook dei due libri che vedete nella colonna a destra, quelli della collana Moviement dedicati a Jan Švankmajer e Quentin Tarantino, dove sono presenti due miei corposi saggi: Dovete chiudere gli occhi, altrimenti non vedrete niente nel primo, ed è lo scritto di apertura del volume, e Cornici appariscenti nel secondo.
Acquistabili qui: JAN ŠVANKMAJER QUENTIN TARANTINO
Suggerisco anche uno sguardo al ben curato booktrailer della collana: BOOKTRAILER

giovedì 17 novembre 2011

innumerevole

Televisual Man
2004
Regno Unito
Regia: Steve Piper
Scritto: Steve Piper

Che si è all'interno e non all'esterno è percepibile fin dall'inizio, grazie ad una visualità in stile "catodico".
TV novella vertigo o pendolo, di quest'ultimo ne riproduce la ripetitività, quando parliamo di un certo tipo di messaggi. Siamo nello stesso tempo ipnotizzati ed ipnotizzatori, compriamo noi il biglietto del viaggio, un gesto che è il minimo indispensabile, tanto poi saremo guidati. Fra il nulla dello zero e l'infinito il passo è breve, il nostro salto è una conseguenza logica. Una macchinosità straniante, lunga, inesauribile: è avanti a noi, in noi, dietro di noi e via di questo passo...

sabato 12 novembre 2011

un po' scalinata di Odessa e un po' grindhouse

La pellicola che andremo fra poco a trattare è destinata a diventare una perla di occhio sulle espressioni, in seno ad una filosofia qui imperante. Spieghiamo: negli ultimi anni c'è stata una riscoperta del cinema bis, con particolare riguardo verso quello che fu nel Bel Paese. Ad alimentare il tutto riviste quali Nocturno e sue ramificazioni virtuali e trasmissione televisive come Stracult, che noi seguiamo regolarmente e non finiremo mai di ringraziare per coraggio e insana passione dimostrata. Esse hanno aiutato una consistente base di appassionati che, dopo il cartaceo, ha riversato sul web la sua passione, in siti, blog, forum, newsgroup.Ovviamente è stato un proliferare anche della materia prima, con riedizioni degne e meno degne di opere "di genere", spesso corredate da extra, il nome stesso spiega di cosa si tratta, che informano lo spettatore su curiosità, retroscena, sinossi, dati che sarebbe stato un po' più difficile reperire. In questa sede siamo particolarmente contenti anche dell'interesse per il nostro bis italiano perpetrato, in primis, da fruitori in USA e Francia (già, i nazionalismi li lasciamo ai potenti e al popolino reazionario, fra guerre, i "popopo" e le testate), ma anche Est Europa (Ciao, Alex!), America Meridionale, Giappone, ecc. Attenzione, è chiaro che non parliamo di Fellini, Antonioni, Bertolucci, De Sica e Loren, punti fermi da decenni, ma di Bava, Fulci, Freda, Sacchetti, Margheriti, De Rossi, Martino e via sul filone.
Unico parto un po' particolare, non di certo negativo ma solo caratterizzato da un po' di simpatica cocciutaggine, la nascita di una categoria: avete presente la reazione di Fantozzi e colleghi post golpe verso Guidobaldo Maria Riccardelli e i suoi classici? Quelli che lo hanno obbligato alla visione di bis veri e fittizi. Ecco, allora categorie portatrici di tali "valori" non esistevano, la parodia era solo verso il prode Guidobaldo, ora invece hanno preso forma. Trattasi di fan dediti alla visione di B-movie, e fin qui nulla di trascendentale. Il fatto è che spesso non riescono a percepire che tu hai un gusto e una percezione simile alla loro, soltanto perché non ti esprimi, tanto per dire, à la G-Max in Stracult. In loro vige un pensiero, del tipo: "questo è cinema vero, trasgressivo, verace, che picchia, dice le cose in faccia e simboleggia degnamente la mia apertura di pensiero". Spesso a nulla vale rispondergli che tu sei da millenni di quella parrocchia, che sei cresciuto a pane e Joe D'Amato, magari ornando il tutto con trombetta del cul. Se la tua impostazione stilistica è poco diversa, se dai spazio ANCHE alle avanguardie sovietiche e all'espressionismo, o sei una specie di Riccardelli o magari uno che non può capire quali meravigliose disinibizioni sussistono nel loro mondo, che, per inciso, aiuta loro anche con il sesso di interesse, tramite la figura da spacciare del simpatico "coatto ma colto". Insomma, a loro dedichiamo questa pellicola, perché occhio..., che si è sbizzarrito in merito più volte, quando propone, propone bene!

The Geek
1971
Stati Uniti d'America

Tre quarti d'ora di puro delirio! C'è il solito gruppetto di disinibiti in furgoncino Volkswagen, che questa volta va alla ricerca nientemeno che del Big foot. Ma l'utile va pari passo con il dilettevole e non c'è niente di meglio che dargli la forma di sesso agreste. Anche il Big foot è della stessa idea...
Difficilmente si è vista tale violenza verso il linguaggio filmico. Sfocature da antologia, tempi di inquadratura tedianti e zoom verso figure a centinaia di metri, fra traballamenti e accelerazioni e decelerazioni. Menzione per i titoli di apertura, che scorrono meccanicamente come si usava un tempo per altri scopi, anch'essi sfocati e perfino storti. Quelli di chiusura non esistono, a parte un THE END sbilenco; ricordiamo che non viene menzionata la crew, tuttora sconosciuta. Le prove attoriali, con Mycle Brandy e Lynn Holmes unici nomi venuti fuori, si limitano a qualche passeggiata inframezzata da copulazioni un po' annoiate e spaesate, rese tecnicamente senza né capo né coda; però molto "settantiane", gli esperti capiranno... Come si intuiva vi partecipa anche il Sasquatch, è lui il "geek", non ci sono maniaci di tecnologia, ma la reazione delle sue vittime è equamente divisa fra disagio e piacere. Lui, esso, è agghindato con un costume tipo quelli presenti nei negozi di articoli da regalo d'annata.
Anche qui presente, come prassi di tanta exploitation, la figura dell'"esperto" in apertura, che dà avvertenze sulla visione; peccato che stavolta la sensazione di taglio scientifico è assente, pare anche lui allucinato.
Insomma, ci è piaciuto? Certo che sì, è weird, dà sensazione di realismo, amiamo questo genere di opere!

mercoledì 9 novembre 2011

강성대국

도라지꽃 (Dorajee ggot)
1987
Corea del Nord
Regia: Kyun Soon Jo
Scritto: Choon Goo Ri


Natura che parla. In casi come questo c'è poco da riprodurre scenograficamente. Intento, funzionale alla trama, di mostrare le bellezze montane a pieno compimento. Intento intersecato nella teoria del valore della terra natia, della valorizzazione d'essa come parte di un progetto nazionale, dove tutti e dovunque devono fare la loro parte per la crescita del Paese. È spesso male cedere alle lusinghe di una vita più facile e Park Won Bong lo capirà. Abbandonare il suo villaggio sul monte Tugyŏn, nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, per le luci cittadine lo segnerà a fondo, per esse ha perso Jin Song Lim, incantevole come una campanula ("dorajee ggot" in coreano), fiore che è la significativa bellezza del luogo abbandonato. Lei, invece, è rimasta a compiere il suo dovere, addirittura sacrificando la propria vita per la causa. Park Se Ryong, figlio di Won Bong, capirà l'errore del padre e cercherà di vivere ciò che lui ha perso.
Gli splendidi posti da cartolina, con il verdeggiare, i ruscelli, i ghiacci, gli animali al pascolo, si esprimono entro un rapporto d'aspetto dal valore storico come il 1.37:1, sotto la guida fotografica di Tae Kook Choi e Se Woong Park e di quella scenografica di Jon Il Son. Magari l'utilizzo della lente anamorfica avrebbe aiutato la resa degli sterminati paesaggi, ma sappiamo che l'avanguardia tecnologica non era lì di casa, al massimo si è usato un filtro per amplificare la "giusta" eroina protagonista.
È la propaganda della "Kangsŏng Daeguk", la "nazione potente e prospera", quella che spaccia una società divisa in caste, gerarchica, che ha bisogno di aiuti alimentari dall'esterno, con un culto della personalità pari ad una vera e propria religione per una di linea socialista. Però non è il battage del tipo d'avanguardia, ma trattasi di realismo socialista colorato, melodrammatico ma anche allegro, comprensivo di siparietti musicali. Ed a proposito: non è stato di certo messo in secondo piano l'apparato delle sette note, ottimo è il lavoro di Hwang Jin Yong.
Nonostante le spille di Kim Il-sung sulle giacche, è bello vedere un'impostazione così semplicemente romantica nel 1987, sembra di rivedere alcuni classici degli anni Sessanta, neorealismo italiano compreso. In tema di salti nel tempo, nella pellicola possiamo vedere dei flashback, che però sono troppo simili agli avvenimenti che accadono nel presente; è il nostro occhio poco abituato a vedere il presente ed il passato di un Paese sostanzialmente immobile o la realizzazione non è stata impeccabile (forse per via di scarsa disponibilità economica), nonostante l'uso di giuste transizioni.
Forse unica esperienza ufficiale di regista, scrittore, protagonisti ed elementi della crew, ma i dati provenienti da certi posti sono, come ben noto, incerti.
Conosciuto nel mondo (si fa per dire...) come A Bellflower, e Eine Glockenblume nella distribuzione tedesca.

lunedì 7 novembre 2011

pappa buona!

八仙飯店之人肉叉燒包 (Bat sin fan dim ji yan yuk cha siu bau)
1994
Hong Kong
Regia: Danny Lee, Herman Yau

Scritto: Law Kam Fai

Cult ben conosciuto fra gli appassionati di cinema orientale, tant'è che viene ricordato fra gli horror/thriller di Hong Kong di maggior rilievo e collocato nell'insieme dell'exploitation e qualche suo sottogenere, ad esempio la shockploitation. Si proclama basato su un fatto di cronaca davvero accaduto, una delle sue locandine recita: "based, unfortunately, on a real events", ed effettivamente la storia è verosimile, aggiungiamo anche noi purtroppo.
Wong Chi Hang fugge da Hong Kong, dove ha perpetrato un omicidio, per rifugiarsi a Macao, vivendo con la gestione di un ristorantino; ma il lupo perde il pelo, è proprio il caso di dirlo visto che nel passaggio cambia aspetto fisico rasandosi, ma non il vizio.
C'è poco da sottovalutare nel giudicare questo film. Per quanto citato come violento e basta, è realizzato di tutto punto: è anche comico, oseremmo dire con una soffiata slapstick, ma prevedibilmente siamo sempre entro un ambito grottesco, che parte molto marcato all'inizio e va, volutamente, man mano affievolendosi per far posto alla serietà. I personaggi da sorriso tirano fuori lati truci, le vicende da prese sottogamba diventano meritorie di seriosità, fino al climax finale. Ciò spiazza lo spettatore, che si ritrova a dover sgranare gli occhi, provando disagio per la violenza perpetrata, mai sopra le righe, ma cinica, freddissima e schematica, con tanto di ornamentale cliché cinematografico che non sveliamo. Questo fa di The Untold Story, come conosciuto internazionalmente, una pellicola sconsigliata non solo ai deboli di stomaco, recettivi al lato organico, ma anche a coloro di facile turba psichica, perché qui "non si fanno prigionieri", ce n'è per tutti, anziani e bambini compresi, e pure per il protagonista, il premiato miglior attore agli Hong Kong Film Award del 1994, Anthony Wong Chau-Sang. Dopo la visione c'è da avere un diverso rapporto empatico con i tipici ristoranti di Repubblica Popolare Cinese e sue amministrazioni speciali, magari abbandonando il sogno di visitare questi luoghi. Perché è il desiderio di milioni di italiani mangiare in un posto tipico di Macao, nevvero? A proposito: interessante, per i più attenti, l'ambientazione, utile a rendere idea di come poteva essere la vita nel luogo, ancora sotto gestione portoghese. Presenti anche parallelismi fra la regione e Hong Kong, e brevissimamente anche con la Cina continentale, forse voluti, forse una critica all'uno o all'altro, chissà!
Score musicale minimo, molta più importanza ai dialoghi.
In lingua cantonese, ma ben reperibile sottotitolato in italiano, grazie ai soliti benemerti che ci permettono di gustare queste perle.
Ha avuto due seguiti, oggi definiti "reboot", con vicende slegate dall'originale.
Il regista Danny Lee è anche produttore ed interprete della figura dell'ispettore.

giovedì 3 novembre 2011

custodia d'anima

マロニエ (Marronnier)
2004
Giappone
Regia: Hideyuki Kobayashi
Soggetto: Junji Ito
Sceneggiatura: Hideyuki Kobayashi

Solitudine e incomprensione umana, tale da generare una deviazione dell'amore verso oggetti che perdono la loro natura, forse presunta, e si caricano di emozioni in loro trasmigrate (cfr. Jan Švankmajer http://occhiosulleespressioni.blogspot.com/search/label/Jan%20%C5%A0vankmajer ). Difficoltà nello scindere il bene dal male, unendoli. Totale nichilismo nel rapporto fra sessi e sulla comprensibilità dell'universo femminile. Le entità assorbitrici sunnominate sono quelle che a vista semplice più si prestano alla cosa: bambole. Bambole che il Giappone ha sempre tenuto sul palmo innalzato, pregne di storia, con significati profondissimi e in tempi recenti immagine di moderno ed antico in armonia.
Sono esse (loro?) più umane di noi? Meritano più attenzioni del prossimo? Ci aiutano più del prossimo?
Qui riportano in auge il mito di Pigmalione ed Eburnea!
Ma forse noi uomini non siamo così diversi, anche noi siamo in balia di burattinai, del destino, spesso anche quando ci illudiamo che non sia così.
Opera unica di Hideyuki Kobayashi (su alcune fonti chiamato Akira), anello mancante fra proposta amatoriale e lavoro professionale, nonché ottima commistione di arti.
Stavolta il termine "videoclipparo" assume accezione positiva, le immagini scorrono veloci come i pensieri nelle menti allucinate dell'antagonista. Ad addolcire ci son transizioni, a ricordarci che non esistono solo flussi negativi, in più sussistono filtri, delle sfocature che rendono l'atmosfera surreale, creati in post produzione, essendo un lavoro digitale. Però attenzione, questi, nei topoi del cinema, incorniciano momenti sognanti, qui no, qui sottolineano la percezione del sinistro, del sovrannaturale. Tutto questo rende regia e fotografia davvero uniche, ricordando che Kobayashi è artefice di entrambe, come del montaggio e di parte delle buone musiche.
Cali di tono recitativo, normale, visto che stiamo parlando di attori alla loro prima ed unica esperienza, props palesemente finti, forse ad amplificare la presenza di oggetti rapportabili al giocattolo (le bambole), ma poco credibile come cosa, non danneggiano però un film ingiustamente passato inosservato, a beneficio di altre opere nipponiche di minor incisione.
Ci sono momenti comici e personaggi macchietta, che iniettano attimi di arcinota tendenza "fumettosa"; forse per una volta se ne poteva fare a meno, ne sarebbe venuto fuori qualcosa di totalmente malato, già di per sé tale con la presenza di Hiroto Nakayama nel ruolo di Soichiro Numai, con la sua folle rilassatezza.
Tratto da un manga di Junji Ito, lo stesso autore di Uzumaki, e si nota la somiglianza di commistione di delirio e sottotesto; vale la visione anche solo per la presenza scenica dei pupazzi, creati anch'essi dall'abile mano di Kobayashi, che prima era noto proprio per questo, difficilmente visti così altrove.