OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...

giovedì 28 marzo 2013

metallo

Approfondimento di un pezzo qui già apparso agli albori del blog, proposto dall'ospitale e puntuale sito Il futuro è tornato, nel consolidato filone sulla sci-fi "rossa" curato da noi di occhio.
Si abbandona l'Europa e si vola fino in Estremo Oriente, atterrando a Pyongyang per dare uno sguardo, attento anche alle circostanze di realizzazione, a quella che è probabilmente la pellicola più famosa prodotta dall'industria cinematografica della Repubblica Democratica Popolare di Corea: Pulgasari.

domenica 24 marzo 2013

Über-Ich

Meshes of the Afternoon
1943
Stati Uniti d'America
Regia: Maya Deren, Alexander Hammid
Scritto: Maya Deren

Ci sarebbe tanta volontà di controllare il proprio destino, prossimo e lontano, ma non ci si può sottrarre al fato e ai suoi invisibili fili guida. Si osserva da dietro un vetro, c'è difficoltà ad aprire porte, osticità di comunicazione e nel ritrovare semplicemente se stessi, scavando nel proprio io o specchiandosi nel prossimo.
Lezione surrealista questo cortometraggio di Deren e consorte, blocco unico di sonno e veglia, struttura tipica dell'onirico, oggetti fulcro.
Conservato, a ragione, nella "teca" del National Film Preservation Board, leggermente "nipponizzato" dalla musica di Teiji Ito e girato con un'immortale Bolex 16 mm.

domenica 10 marzo 2013

things you never saw before or ever dreamed of

The Black Cat
1934
Stati Uniti d'America
Regia: Edgar G. Ulmer
Soggetto: Edgar Allan Poe, Edgar G. Ulmer, Peter Ruric, Tom Kilpatrick
Sceneggiatura: Peter Ruric

Crudele come pochi, omaggio, come molti, all'espressionismo cinematografico più puro. 
C'è una magione, quasi unico set del film, centralità di tutto, che è un'opera d'arte sia in senso diegetico che extradiegetico: l'adornano diagonali e spigoli, tortuose scalinate e porte scorrevoli, tanti oggetti in odore di Art Déco, luci ed ombre, la "collezione"... Più che un ossequio alla corrente espressionista, di cui Ulmer fu parte per via di alcune collaborazioni, è un'exclave d'essa turbinata negli anni Trenta. Anche per via delle presenze, o della Presenza, troneggia infatti un Karloff dagli abiti e dai tratti somatici, capigliatura soprattutto, che sono un tutt'uno con il resto dell'ambiente, quello che lo contorna è una giusta continuazione, perché lui è quel luogo, quel posto è la sua mente, con anfratti e follie, le linee sono le sue sinapsi. 
Impersona Hjalmar Poelzig, architetto che ha costruito la sua reggia su un sanguinoso luogo di guerra ungherese, e dove ospiterà una coppia di sposi in luna di miele, in verità capitata lì per un fortuito incidente, e lo psichiatra Dr. Vitus Werdegast («Verdegast?», chiedeva qualcuno con espressione interrogativa, nel 1977), un ugualmente torreggiante Bela Lugosi, tornato lì per vendicarsi di torti subiti.
L'accompagnamento uditivo include Schumann, Liszt, Tchaikovsky, Beethoven, Schubert, Bach,  ma non è la cosa in sé ad essere eclatante, seppur di qualità, l'originalità è nel fatto che presenzia non solo nei titoli, cosa inusuale per i tempi. E quegli appaganti suoni si mischiano ai fantastici accenti di Lugosi e Karloff, simboli dell'orrore cinematografico.
Momenti ironici si inseriscono con fare grottesco in una trama cinica, in un'atmosfera alienante, dove solo qualche melodramma riconduce nel porto dell'umanità.
Il famoso finale non ha bisogno di mostrare molto per gridare efferatezza. 
Il riferimento al felino di Poe è solo un richiamo commerciale.

domenica 3 marzo 2013

la sua mano veniva dall'ombra come un enorme ragno

La frusta e il corpo
1963
Italia, Francia
Regia: John M. Old (Mario Bava)
Scritto: Julian Berry (Ernesto Gastaldi), Robert Hugo (Ugo Guerra), Martin Hardy (Luciano Martino)

Vinciamo ancora una volta la reverenza verso il maestro e parliamo di una sua gemma, tale anche se non facente parte delle cerchie più celebri o meno note, perché un ripasso delizia e permette di essere abbracciati da un calore artistico di difficile reperibilità.
Cliché gotici che più tali non si può, storia di fantasmi, storia di fantasmi della mente, Ottocento e parlate forbite, vecchia Europa, castelli, corridoi, arredi pomposi, lume di candela. E ancora: vestaglie svolazzanti, servitù claudicante, color porpora, cripte, bare. Tutto sotto l'edificante ala di Bava, o by John M. Old, firma del caso in esame, e il solo dirlo potrebbe concludere il discorso.
Il duo formato da Bava stesso e dal fido Ubaldo Terzano celebra la lezione visiva che noi scriventi, avvezzi a mestiere simile, cerchiamo di reinterpretare quasi quotidianamente. Non si lesina con il famigerato zoom, per alcuni solo accessorio, per il Mario di Sanremo un mezzo a fine emotivo e spesso di soggettiva. Le luci sono quelle multicolori a cui ogni attento fan è abituato, molte volte volutamente irreali, quasi infernali, dosate in maniera epocale, tanto quanto la disposizione di visi ed oggetti nell'inquadratura. Altra lezione sono le carrellate, dosate con la delicatezza del clima antico di sfondo, dove, oltre ai bagliori bluastri che da usci entrano in interni, v'è posto anche per la crudezza: il dettaglio gore, la laida grata, il fango... sono sempre dietro l'angolo.
E se qualche particolare può sembrare buffo non c'è da preoccuparsi, viene messo da parte in favore di altri beni, quali, ad esempio, gli oscuri suoni o un cast d'eccellenza: il maestoso Christopher Lee, Daliah Lavi, che qui veste egregiamente i "darkissimi" panni di sostituta di Barbara Steele, Tony Kendall (Luciano Stella), i fedeli comprimari Harriet Medin e Luciano Pigozzi, il Peter Lorre di casa nostra. 
La musica di Carlo Rustichelli sembra diegetica anche quando non lo è, come suonata da un pianoforte onnipresente.
La frusta e il corpo ebbe il coraggio di proporre un tema con un sottotesto sadomasochista nel lontano 1963, nient'affatto velato, tra l'altro. La frusta del titolo è proprio il famoso strumento, che si abbatte sul deliziato corpo della Lavi, con sommo (troppo?) piacere di "vittima" e "carnefice".