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lunedì 7 novembre 2011

pappa buona!

八仙飯店之人肉叉燒包 (Bat sin fan dim ji yan yuk cha siu bau)
1994
Hong Kong
Regia: Danny Lee, Herman Yau

Scritto: Law Kam Fai

Cult ben conosciuto fra gli appassionati di cinema orientale, tant'è che viene ricordato fra gli horror/thriller di Hong Kong di maggior rilievo e collocato nell'insieme dell'exploitation e qualche suo sottogenere, ad esempio la shockploitation. Si proclama basato su un fatto di cronaca davvero accaduto, una delle sue locandine recita: "based, unfortunately, on a real events", ed effettivamente la storia è verosimile, aggiungiamo anche noi purtroppo.
Wong Chi Hang fugge da Hong Kong, dove ha perpetrato un omicidio, per rifugiarsi a Macao, vivendo con la gestione di un ristorantino; ma il lupo perde il pelo, è proprio il caso di dirlo visto che nel passaggio cambia aspetto fisico rasandosi, ma non il vizio.
C'è poco da sottovalutare nel giudicare questo film. Per quanto citato come violento e basta, è realizzato di tutto punto: è anche comico, oseremmo dire con una soffiata slapstick, ma prevedibilmente siamo sempre entro un ambito grottesco, che parte molto marcato all'inizio e va, volutamente, man mano affievolendosi per far posto alla serietà. I personaggi da sorriso tirano fuori lati truci, le vicende da prese sottogamba diventano meritorie di seriosità, fino al climax finale. Ciò spiazza lo spettatore, che si ritrova a dover sgranare gli occhi, provando disagio per la violenza perpetrata, mai sopra le righe, ma cinica, freddissima e schematica, con tanto di ornamentale cliché cinematografico che non sveliamo. Questo fa di The Untold Story, come conosciuto internazionalmente, una pellicola sconsigliata non solo ai deboli di stomaco, recettivi al lato organico, ma anche a coloro di facile turba psichica, perché qui "non si fanno prigionieri", ce n'è per tutti, anziani e bambini compresi, e pure per il protagonista, il premiato miglior attore agli Hong Kong Film Award del 1994, Anthony Wong Chau-Sang. Dopo la visione c'è da avere un diverso rapporto empatico con i tipici ristoranti di Repubblica Popolare Cinese e sue amministrazioni speciali, magari abbandonando il sogno di visitare questi luoghi. Perché è il desiderio di milioni di italiani mangiare in un posto tipico di Macao, nevvero? A proposito: interessante, per i più attenti, l'ambientazione, utile a rendere idea di come poteva essere la vita nel luogo, ancora sotto gestione portoghese. Presenti anche parallelismi fra la regione e Hong Kong, e brevissimamente anche con la Cina continentale, forse voluti, forse una critica all'uno o all'altro, chissà!
Score musicale minimo, molta più importanza ai dialoghi.
In lingua cantonese, ma ben reperibile sottotitolato in italiano, grazie ai soliti benemerti che ci permettono di gustare queste perle.
Ha avuto due seguiti, oggi definiti "reboot", con vicende slegate dall'originale.
Il regista Danny Lee è anche produttore ed interprete della figura dell'ispettore.

domenica 26 giugno 2011

fascino dall'aldilà

倩女幽魂 (Ching nu yu hun) 
1960

Hong Kong

Regia: Han Hsiang Li
Scritto: Songling Pu, Yue-Ting Wang

Il cinema di Hong Kong andrebbe riscoperto soltanto per il suo animo eclettico, ha saputo infatti fondere diversi generi con grande maestria: horror con forti elementi d'azione, wuxiapan con tratti macabri ed altro. Ching nu yu hun è un mix di fantastico, sentimentale ed orrore, con una storia di Songling Pu ripresa poi anche nel più celebre e recente Storia di fantasmi cinesi, primo di una trilogia di cui probabilmente parleremo anche in futuro.
Soave, con il suo incedere lento che però non annoia, merito anche della viva fotografica che trasporta lo spettatore in un ambiente etereo e fiabesco. Questo, che varia di scelta cromatica secondo tensione e calore del momento, è palesemente "cartonato", ma ciò non influisce affatto sulla resa. Parrà un accostamento anomalo, ma a tratti sembra di vedere comunanze con i lavori più noti del maestro Mario Bava.
I costumi ed il trucco dal sapore tradizionale ornano i frequenti primi piani, mezze figure, mezzi busti e, tecnica non sempre sfrutatta a dovere, piani americani, in questo caso fondamentali per l'ammirazione delle vesti. Alle seguenti maestrie aggiungiamo anche la professionale gestione delle carrellate; niente zoom esagerato tipico del periodo!
La storia parla di spettri capaci di amare esseri umani e demoni che invece fanno loro del male, con eroi pronti a risolvere le brutte situazioni.
Prodotto dallo Studio Shaw, che con i suoi film di kung fu e wuxia, è diventato il simbolo del cinema hongkonghese.
Conosciuto con il titolo internazionale di The Enchanting Shadow e, nonostante la lingua principale di Hong Kong sia il cantonese, l'audio è in mandarino.

lunedì 5 ottobre 2009

un insieme

쓰리, 몬스터 : 컷 (Three... Extremes)
(Three... Extremes)
2004
Hong Kong, Corea del Sud, Giappone
Regia: Fruit Chan (Dumplings), Chan-wook Park (Cut), Takashi Miike (Box)
Scritto: Lilian Lee (Dumplings), Chan-wook Park (Cut), Bun Saikou, Haruko Fukushima (Box)

Comunione d'intenti d'Estremo Oriente, film ad episodi che può definirsi in linea con San Geng, altra realizzazione simile di due anni prima.
Alto livello qualitativo generale, localizzato professionalmente e presentato all'edizione sessantunesima della Mostra di Venezia.
Dumplings: segmento di Fruit Chan, produzione Hong Kong. Episodio "carnoso" con risvolti sociali, protagonista il tipo di pasta tipica in stile ravioli, riempita della spasmodica ricerca dell'apparire a tutti i costi, nonostante l'iter, la pressione psicologica e l'influsso, qui trattato in modo concreto, sull'intera società. Spazio anche per disamine sociali sulla donna, mai sorpassate e mai completamente degne dell'attenzione globale. Abili gli attori, chiara e realista l'ambientazione. Ne esiste anche una versione allungata: San Geng 2 - Jiaozi.
Cut: coreano e con la regia di Park Chan-wook, è il più d'impatto dei tre, pur presentando un topoi classico che strizza l'occhio ai recenti torture porn, presenta anch'esso profondità cerebrali degne di nota. Una comparsa cinematografica in cerca di vendetta verso le persone che invidia di più. Metacinematografico, scena nella scena e successiva proposta al pubblico, quasi tutto girato nell'unico ambiente di un visibile set filmico. Man mano che si susseguono i colpi di scena l'idea nella mente di chi guarda viene modificata e sovvertita; difficile definire chi è colpevole, ma anche chi è innocente...
The Box: Giappone, Takashi Miike. Continuamo ad essere dell'idea che sono queste le pellicole che mancano nell'odierno panorama cinematografico occidentale. Un sogno grafico e di sussurri, presenze dolci e spettrali in ambienti caldi e freddi, un vero carillon stregante. Per la rappresentazione generale ricorda quel Kaidan ispirato al racconto di Lafcadio Hearn, contenuto nel libro recensito in precedenza. Il Miike ricordato principalmente per pellicole più ricche d'azione ci regala il giusto coronamento ad una trilogia da citare fra le migliori di genere.