OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...

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domenica 17 febbraio 2019

question mark

The '?' Motorist
1906

Regno Unito
Regia: Walter R. Booth

Sogni d'evasione, ben prima che missioni motorizzate diventassero fatto, allegoria, metafora.
Oltre le impomatate leggi terrestri, con un po' di tracotanza, con dubbio infuso.

venerdì 14 marzo 2014

linguaggio granitico

Zombie 2024
2014

Russia
Regia: Mathis Vogel

Scritto: Robert Monell

Jesús Franco non c'è più, ma del cinema come il suo vive nell'underground, nell'anima di molteplici fruitori a cui non interessa inserirsi  in polemiche su quelli che sono definiti i grandi della settima arte, ma basta godere e ri-godere dell'ennesima visione tentacolare. E quando questi si mettono anche a creare entra in campo la reale voluttà, indescrivibile: silenzi, terrori, fermo immagine evocativi, gemme di bellezza umana, suoni sussurrati, poetici quadri statici, uno speaker radiofonico à la vecchio Romero, l'odore del sangue...
Perturbanti percezioni in questo Zombie 2024, "elettro-sensazioni". Siamo creature di carne, impulsi e foglie, "mad doctor" di noi stessi.
He's in Jess Franco state of mind!

domenica 16 febbraio 2014

reverse gravity

A Trip to Mars
1910
Stati Uniti d'America
Regia: Ashley Miller

Il pianeta Marte per la Edison Manufacturing Company è un girone infernale, dai tratti mitologici, che punisce la megalomania che caratterizza certe escursioni scientifiche, per certi versi è precorsa la strada di quei "mad doctor" che troveranno terrine fertile nell'arte di almeno quarant'anni dopo, nondimeno quella che rappresenta le popolazioni aliene come avverse a terrestri (e non?), in maniera simile a Le voyage dans la lune di Georges Méliès.

domenica 9 febbraio 2014

Se-ma-for Studios

Polonia anni Sessanta, dischi volanti, bianco e nero, incontri fra terrestri e non tali, Janusz Kubik, punti interrogativi, gatti, Czeslaw Chruszczewskiego... tutto su Il futuro è tornato, seguendo questo LINK.
Gdzie jestes, Luizo? Genere: sci-fi. La domanda sulla reperibilità del titolo non è, in questa sede, accettata di buon grado.

giovedì 3 ottobre 2013

Mechte navstrechu

Il punto fermo del web italiano sulla fantascienza, Il futuro è tornato, ritorna a parlare di opere "socialiste" di settore, tramite la penna del sottoscritto. Si tratta Мечте навстречу, del 1963, lavoro sovietico poco esplorato dalle menti occidentali, appagante in fotografia, scenografia e musiche, senza dimenticare il valore dei risvolti filosofico-utopistici tipici della science fiction di taluni Paesi.
                                       LINK                        

giovedì 28 marzo 2013

metallo

Approfondimento di un pezzo qui già apparso agli albori del blog, proposto dall'ospitale e puntuale sito Il futuro è tornato, nel consolidato filone sulla sci-fi "rossa" curato da noi di occhio.
Si abbandona l'Europa e si vola fino in Estremo Oriente, atterrando a Pyongyang per dare uno sguardo, attento anche alle circostanze di realizzazione, a quella che è probabilmente la pellicola più famosa prodotta dall'industria cinematografica della Repubblica Democratica Popolare di Corea: Pulgasari.

sabato 8 dicembre 2012

scritto nelle stelle

Nuovo capitolo per la sci-fi "rossa" trattata su Il futuro è tornato, questa volta ad essere sottoposto a scrittura critica è un autentico capolavoro: Письма мёртвого человека (Pisma myortvogo cheloveka), in Italia rinominato Quell'ultimo giorno - Lettere di un uomo morto, post-atomico dalla terra del Volga.
Fotografia da antica cartolina e colpi all'anima, argomento quantomai attuale, venuto fuori nello stesso anno del collasso di Černobyl', produzione del Lenfilm Studio.
L'ucraino Konstantin Sergeyevich Lopushansky è stato, nientemeno che in Stalker, assistente di Tarkovskij, e pare averne assorbito delle caratteristiche peculiari, cosa ben evidente in questa truce e profondissima pellicola.

venerdì 28 settembre 2012

nonna del futuro

Continua il soggiorno nella ČSSR, citando il nuovo contributo pubblicato sul sempre ottimo Il futuro è tornato: un articolo che parla di Kybernetická babička, stupendo cortometraggio sci-fi del mostro sacro della stop motion Jirí Trnka.
Fra cliché, idee innovative, punte d'inquietudine e filosofia, c'è tanto materiale per riflettere e saziare occhi e anima.
Un'opera che è componente di quel percorso che ha accresciuto notevolmente il panorama culturale di Cecoslovacchia e divisioni successive.
Conosciuto anche con il titolo inglese The Cybernetic Grandma, produzione Krátký film Praha.

martedì 7 agosto 2012

endocrinologia della NEP

Continua il mio personale percorso nella filmografia fantascientifica "socialista", sempre ospite dell'appassionata blogzine Il futuro è tornato.
Torno, come già successo anche qui sul mio sito, a riferirmi al notissimo Michail Afanas'evič Bulgakov e al suo intenso romanzo Cuore di cane, affascinante come libro ma degno anche in un paio di trasposizioni visive. Una è stata prodotta dalla stessa patria della scrittore, l'URSS, con regia di Vladimir Bortko, ed è proprio quella trattata nell'articolo.

venerdì 15 giugno 2012

l'arte è l'arma nella lotta

Il sempre più consolidato blog Il futuro è tornato ospita nuovamente un mio articolo, in questa occasione si va alla volta della Repubblica Democratica Tedesca, con la fantascienza della casa di produzione statale DEFA, già trattata anche in questi lidi.
Tre pellicole da riscoprire, tre chicche di una sci-fi a base fortemente ideologica, a cavallo fra i Sessanta e i Settanta, che volge riguardo particolare a chi cerca "elucubrazioni spaziali".

martedì 15 maggio 2012

lo Stivale nella galassia

È grandissimo l'onore per essere entrato a far parte dei collaboratori di Il futuro è tornato, blog nato per ridare dignità, nell'italico idioma, alla fantascienza, genere variegato e della connotazione spesso profondissima. Il sito si presenta da sé, ma voglio comunque rendere noto che vi scrive è un reale appassionato di genere, non ci si imbatte in improvvisazioni e "marchette" dell'ultim'ora. Originale è la forma di ciò che si propone: si va dai palinsesti televisivi alle recensioni di film, dalle interviste agli articoli sui libri, e molto altro.
Personalmente ho esordito trattando uno dei miei sc-fi movie preferiti: Aelita di Jakov Aleksandrovič Protazanov, tratto dal romanzo omonimo di Aleksej Nikolaevič Tolstoj.

sabato 12 maggio 2012

quella serie animata del 1969?

Zorgon: The H-Bomb Beast from Hell
1972
Stati Uniti d'America
Regia: Kevin Fernan

Commedia anticipatrice, che già aveva percepito i cliché di quelle che erano le tendenze di pochi anni prima, in netto anticipo su diverse mode di rispolvero del vintage attualmente circolanti.
Parodia dello sci-fi horror degli anni Cinquanta, con la creatura amorfa di origine sconosciuta, in questo caso un "lovecraftiano" misto fra un polpo (Octaman?) e un demone oni del folclore giapponese, che miete numerose vittime, tutto circondato da un alone di mistero.
Se l'origine amatoriale è evidentissima, sembra un The Geek vestito d'ironia, non è da bistrattare un'originale scelta, quella di privare la pellicola di qualsiasi suono al di là degli effetti: nessuna soundtrack, niente dialoghi ma intertitoli, soltanto rumori in primissimo piano.
Recitazione volutamente sopra le righe, scenari da "dietro casa", errori di fuoco, inquadrature sballate e montaggio rozzo, a cospetto di volontà di non prendersi sul serio e amore per il cinema.

sabato 10 marzo 2012

are we not men?

The Island of Dr. Moreau
(L'isola del Dr. Moreau)
Herbert George Wells
Newton Compton Editori

Ce lo insegnava anche Leopardi: il mondo naturale è scomparso, sostituito da uno artificioso e definito progredito.
Il dottor Moreau è il perfetto agente di una nuova società che deve andare a snidare ogni cellula della Terra, tramutandola e assoggettandola. In nome della scienza, egli e l'inizialmente turbato e restio dottor Montgomery, ha reso degli animali quasi umani, ma è proprio quel "quasi" il problema, infatti il risultato è un ibrido sempre esposto al pieno ritorno dell'istinto selvaggio.
L'isola sperduta del Pacifico dove agiscono verrà incidentalmente visitata da Carlo Edoardo Prendick, individuo sicuramente più ricco di morale rispetto all'allucinante scienziato, che si troverà a che fare con una sub-società specchio di classi disagiate, frutto di fagocitanti tempi industrializzati che non guardano in faccia nessuno. Le entità mutate, nonostante vivano assieme e siano in qualche modo organizzate, dipendono sempre da quella mano semi divina che ha il potere di schiacciarli quando vuole, di dettare loro regole, di farli soffrire o gioire.
È pur vero che anche il folle medico non può fare a meno del suo parto, li lega un cordone ombelicale ambiguo e malsano, canale di insuccessi e traguardi.
Ma questo sistema è destinato ad esplodere, a nulla valgono i tentativi di tamponamento, l'"eccesso di scibile" sarà un potente detonatore. Ma ciò che termina in un punto del mondo è sicuramente attivo anche altrove; dovunque. Prendick si accorgerà che tali caratteristiche non presenziano solo su su sperduti isolotti, anzi, capirà che la bestialità appartiene ad altre schiere...

Island of Lost Souls
(L'isola delle anime perdute)
1932
Stati Uniti d'America
Regia: Erle C. Kenton
Soggetto: H.G. Wells
Sceneggiatura: Waldemar Young, Philip Wylie

Nonostante evidenti differenze di adattamento è la trasposizione migliore delle quattro realizzate.
Cambiamento principe è la presenza di una donna con un ruolo maggiore fra le creature, con il sordido dottore che tenterà la carta Prendick, qui però chiamato Parker, per comprendere quanto umana è diventata, puntando su sesso, amore e tutto l'armamentario di sentimenti umani. Il protagonista vive anche il contatto con la sua compagna, non presente nel romanzo, che farà di tutto per raggiungere il suo sperduto amato. Finale più ottimista ed evidenti altri aggiustamenti.
Classico stile Paramount Picture ed horror del periodo, Kenton ha lavorato anche per Universal e Metro-Goldwyn-Mayer: silenzi e tempi rilassati, azione anche accelerata, Moreau, interpretato da Charles Laughton, è quasi una caricatura, ciò lo rende grottesco ma maggiormente laido e meno d'aspetto professionale. Compito ma disagiato Montogomery (Arthur Hohl) e buona la resa di Parker (Richard Arlen), perfetto borghese catapultato in una difficile realtà inurbana. Ottimo, per il tempo, il trucco delle "anime perdute", le entità vittime degli esperimenti, fra le file un irriconoscibile Bela Lugosi.
Ombre quando necessario e luci  per un'idea d'esotico.
Gli altri adattamenti sono stati prodotti nel 1971, con Tim Burton e The Island of Doctor Agor, nel 1977, The Island of Dr. Moreau e nel 1996 con lo stesso titolo. Divertente anche la parodia nei Simpson, nello speciale di Halloween XIII: The Island of Dr. Hibbert.

giovedì 12 gennaio 2012

rush fosco

Arthur Crabtree e l'orrore

Il britannico nativo dello Yorkshire, Crabtree, dopo una trentennale carriera da director e cinematographer dedita soprattutto al drammatico ed alla commedia, termina il suo contributo scendendo i gradini oscuri dell'horror.
Fiend Without a Face, del 1958, è un, volontario o meno, manifesto antinucleare, con tanto di condanna alla cupidigia scientifica, quel senso di onnipotenza che scorre nelle vene di chi va oltre l'azione per il bene dell'umanità e sembra voglia percorrere carreggiate divine.
Sullo sfondo di una base militare USA con impianto nucleare stanziata in Canada avvengono delle strane dipartite. Le vittime, militari e abitanti di un villaggio limitrofo, vengono attaccate al cervello ed al midollo spinale. Varie sono le congetture di paesani, un po' rudi e diffidenti verso le radiazioni, e protagonista, il maggiore Cummings, che rivolge le sue attenzioni ad uno scienziato locale, prof. R.E. Walgate, impegnato in sperimentazioni con il potere della mente umana. Avranno ragione entrambi, perché la scienza malsana di Walgate ha creato un mostro telecinetico, invisibile, che si alimenta con l'energia nucleare. Nel vivo della pellicola i "fiends" si mostreranno, ed avranno, cosa di alto valore allegorico, l'aspetto di proprio di cervello umano, con annessi, connessi e surplus. I problemi di questa Terra sono spesso creato da noi stessi, dalla nostra materia grigia che abbatte un limite, quelle che possono essere invenzioni benefiche sfuggono di mano e si trasformano in nemici dell'uomo.
I demoni di questa pellicola sono animati in stop motion con un perizia sufficiente per il tempo, in un bianco e nero dagli sfondi fintamente canadesi, visto che realtà si gira nel cuore del Regno Unito. C'è una sequenza in un cimitero, molto bella, che rimanda in qualche modo ad una ben più nota di Il gatto a nove code argentiano. Chissà...
Degni gli interpreti, molto dolce Kim Parker, che impersona la sorella di una delle vittime, attiva solo in una decina di pellicole; un vero peccato...
Tratto da un romanzo di Amelia Reynolds Long, The Thought Monster, e sceneggiato da Herbert J. Leder, che doveva anche girarlo, ma contrattempi da espatrio non gliel'hanno permesso.
Nelle menti, è proprio il caso di dirlo, di molti anglosassoni ma ancora inedito in Italia.
Nel 1959 si passa a Horrors of the Black Museum, ed è di nuovo arrivismo personale, con uno scrittore di inchiesta che si occupa di omicidi e dell'inettitudine di chi dovrebbe prevenirli. Possessore di un museo dell'orrore personale, con tanto di cere e strumenti di tortura, non si fa problemi a nascondere la stessa cosa nella sua indole, usando un'iniezione particolare che induce il suo assistente a compiere i delitti ideali per i suoi scritti.
Qui subentra il classico inglese, il mito di Frankenstein, ma in maniera maggiore dottor Jekyll e signor Hyde, con la doppia personalità covata in ognuno di noi che viene aizzata da un mente esterna più diabolica e manipolatrice.
Graficamente siamo su un piano completamente diverso: fotografia di Desmond Dickinson, a colori, sul filone dei classici Hammer e Amicus. Londra decadente, modi raffinati, "bobbies", botteghe dallo strano commerciare (di nuovo Amicus) ed, appunto, musei lugubri.
Globalmente più kitsch dell'altro, non mancano momenti ironici e "retro tecnologia".
Al momento della sua uscita al cinema vantava un'attrattiva tecnologica nominata "Hypnovision", che però non era altro che un'introduzione in cui un tizio dava idea di ipnotizzare lo spettatore. Trovate del genere ma più interessanti, tipo quelle del genio William Castle, le descriveremo magari più in là, invece pezzo forte di questo film sono le modalità di omicidio, con gli originali oggetti usati per compierli.
Scritto da Herman Cohen e Aben Kandel, in Italia è Gli orrori del museo nero, in patria era accomunato in una triade insieme a Circus of Horrors e Peeping Tom.

mercoledì 26 ottobre 2011

dolcezza fatale

ロボゲイシャ(Robo-geisha)
2009
Giappone
Regia: Noboru Iguchi
Scritto: Noboru Iguchi

Quando si è in cerca di puro intrattenimento, senza inondazioni intimiste, è d'uopo buttare un occhio sul Sol Levante e le sue follie.
Questa pellicola può essere racchiusa in un insieme definibile come "gore divertissement". Celebri esponenti d'esso sono titoli quali Meatball Machine (che è un remake) e suo spin-off Reject of Death, Kataude mashin gâru, conosciuto da noi come The Machine Girl, con spin-off  The Hajirai Machine Girl (Shyness Machine Girl) e Tôkyô zankoku keisatsu (Tokyo Gore Police) di Noboru Iguchi, creatore anche di quello che stiamo per esaminare. I suddetti sono legati fra loro, oltre che per casa di produzione (gli ultimi tre), anche per via di incroci artistici: il regista di Tokyo Gore..., Yoshihiro Nishimura, è stato portato in quel ruolo dopo aver creato effetti e make up in The Machine..., così come in Meatball..., in più ha anche diretto, fotografato ed ha recitato nello spin-off di Meatball Machine. Iguchi ha diretto dei fake trailer presenti in Tokyo Gore... e stessa cosa ha fatto Yûdai Yamaguchi, director di Meatball Machine. Un filo conduttore tortuoso ma simpatico, segno che l'individualismo può essere messo da parte per far posto ad una sana collaborazione.
Veniamo a quest'altro parto di Iguchi, RoboGeisha, che ha dalla sua anche una storia non male. Una coppia di sorelle maiko, aspiranti geishe, vengono invitate in quella che ufficialmente è un'industria produttrice di acciaio, ma che nasconde un'insana associazione che vive per il progetto di distruggere un Giappone, a parer loro, ormai alla deriva. A questo scopo addestrano delle geishe, elementi chiave per arrivare vicino a personaggi importanti ed eliminarli. La minore delle sorelle, Yoshie, è stata fiutata come possibile punta di diamante, ed entrambe finiranno per far parte dell'idea devastatrice. La tecnologia a disposizione è all'avanguardia, alle ragazze vengono impiantate componenti meccaniche, rendendole macchine da guerra. C'è però qualcuno che trama contro, e la cosa darà modo anche alle due protagoniste di redimersi.
Se la trama base pare seriosa così non è per la forma e il resto. Come gli altri film del succitato insieme, è tutto virato verso una voluta esagerazione, un divertente ed onnipresente stile sopra le righe, presente dalla coloratissima fotografia, fino alla caricate interpretazioni, dai dialoghi surreali agli effetti; una totale ironia totale che rende il titolo più una commedia che altri generi cinematografici. Ci sono gli omicidi, le violenze, ma resi grotteschi, sopiti da un'impostazione giocosa che annulla la truculenza, grazie anche all'inventiva "cartoonesca" di effetti speciali, make up, costumi, scenografie e props. C'è da dire che la componente splatter è poco accentuata, molto meno presente rispetto alle opere simili, che invece facevano di essa un punto saliente, nonostante la "plasticosità" e il taglio burlesco.
 In parte gli interpreti, specialmente la simpatica protagonista, Aya Kiguchi, e curiosamente estremizzante la presenza di Asami, attrice anche pornografica e quasi feticcio di Iguchi, che si era fatta apprezzare anche in The Machine Girl (e diremmo anche giù il cappello!). Qui interpreta la parte di un Tengu, le celebri creature del folclore nipponico. Già, perché il film è anche pieno di elementi del Giappone tradizionale, ma non di quelli indecifrabili per gli occidentali.
In negativo, ci hanno convinto poco le lunghe sequenze sentimentali, non sappiamo quanto volontariamente parodistiche, ma un po' troppo stucchevoli.
Insomma, da guardare con la consapevolezza che si tratta di un enorme balocco in 35 mm, che non è adatto per porsi più di tante domande. Forse un certo sottotesto sulla pericolosità delle armi di distruzione di massa e chi le detiene, sull'uso della tradizione di un Paese come metodo per assoggettare, sulla decadenza dello stesso e uno sfottò verso i formalismi è presente, ma chissà quanto ricercato...
Adatto anche ai nostri cinema, farebbe un figurone, e in più ci insegnerebbe che per divertire non è necessario raccontare continuamente storie di liceali in scooter, starlette amanti o volgarità tediose.

martedì 9 agosto 2011

ipofisi molesta

Собачье сердце (Sobachye serdtse)
1988

Unione Sovietica

Regia: Vladimir Bortko

Soggetto: Mikhail A. Bulgakov

Sceneggiatura: Natalya Bortko


Continuando il discorso Bulgakov, passiamo alla rappresentazione di un altro classico: Cuore di cane. Produzione in due parti degli studi Lenfilm, destinata alla televisione proprio come lo sceneggiato italiano di Ugo Gregoretti Uova fatali. Eccezionalmente fedele, tranne che per alcune piccolezze che andremo a riassumere più in là, dai dialoghi all'idea scenografica, fino agli appellativi.
Siamo in pieno campo sci-fi, quello ripieno di satira, vicino alla commedia. Gli scritti "bulgakoviani" troppe volte sono stati descritti fin troppo superficialmente, più volte l'artista è stato strumentalizzato, senza mezzi termini. Magari siamo noi ad avere una diversa opinione, ma non facciamo mistero di essa. In quest'opera non si salva nessuno, né la società sovietica ormai male incanalata, distante dai buoni propositi innovativi, ormai in controrivoluzione per cause varie e pregna di retorica forzata, né i borghesi niente affatto sradicati, né i singoli individui e la loro intrinseca cattiveria, né la scienza, a tratti colma di deliri di onnipotenza. Il cane trasformato in uomo, Poligraf Poligrafovich Sharikov, è un delinquente, non di certo un socialista, menefreghista, che non si fa problemi a rubare nella cassa destinata all'acquisto di beni in comune e non supporta Engels. Il professor Filipp Filippovich Preobrazhensky, per quanto bravo medico di fama internazionale, nonché persona dalla capacità autocritica e non violenta, è egoista e pedante, pieno di sé, a cui non si può parlare di uguaglianza secondo concetti quali «da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni». Il suo assistente, dottor Bormenthal, è sì pacato e gentile, ma anche troppo succube del professore. Si salva solo il buon cane Pallino pre operazione, con prerogative istintive, ma umile, per nulla pretenzioso, oculato e profondo di giudizio; se la società fosse stata di "pallini" la rivoluzione avrebbe potuto avere il suo seguito in terra russa e al di fuori. Insomma, questa versione TV del romanzo induce agli stessi spunti della lettura; se ci si ferma a riflettere sull'avventatezza delle scienza che si è spinta troppo in là, su situazioni sociali del XX secolo, vuol dire che il lavoro è di gran pregio.
Dicevamo delle differenze: nel romanzo Bormenthal non incontra il personaggio della dattilografa nel cinema, come avviene in TV, né vi è il momento in cui Sharikov viene mostrato al pubblico e si esibisce in uno show con la balalaika. In più, la scena della seduta spiritica e la sequenza del circo sono prese da altre opere di Bulgakov, citazione eseguita anche con l'inserimento del nome di uno dei due scienziati intervenuti a vedere il "miracolo": Persikov, come lo studioso di Le uova fatali.
Il direttore della fotografia, Yuri Shajgardanov, ha preferito il bianco e nero (nella versione in nostro possesso v’è un bellissimo seppiato), per dare l'idea di antico. Formato 1.33:1 televisivo e niente virtuosismi di ripresa, presente una discreta staticità, che però non appesantisce la narrazione, dà invece un tocco stilistico intellettuale; idem per il montaggio. Azzeccati i caratteri, in particolare Poligraf Poligrafovich, interpretato da Roman Kartsev.
Vincitore del premio per la fiction del Prix Italia del 1989.
Bortko tornerà nuovamente su Bulgakov nel 2005, con una serie TV in dieci episodi dedicata a Il maestro e Margherita.

martedì 2 agosto 2011

il rosso sbagliato

Uova fatali
1977

Italia
Regia: Ugo Gregoretti

Soggetto: Mikhail A. Bulgakov

Sceneggiatura: Ugo Gregoretti


Sceneggiato televisivo tratto dall'immenso lavoro di Bulgakov, spesso ricordato insieme all'antecedente e notoriamente anch'esso bulgakoviano Cuore di cane di Alberto Lattuada, non originariamente per la TV.
Diversamente da Il segno del comando e dintorni, qui il taglio non è fosco, ma con una persistente ironia, che fa un eco perfetto all'opera originaria. Le interpretazioni sono caricate a dovere, sublime Gastone Moschin nella parte dell'isterico Pérsikov, non da meno il suo assistente Ivanon (Mario Brusa) e via via gli altri: Alessandro Haber interpreta il giornalista Bronskij, Santo Versace Pankràt, altri ben in ruolo, essenzialmente nomi non troppo noti, dediti principalmente alla televisione. Non lasciamoci però ingannare dall'apparenza disimpegnata, la recitazione è di ottimo stampo teatrale, con i suoi tempi cadenzati, i silenzi e la mimica facciale; è palese la ben nota maggior qualità delle produzioni RAI del tempo, poco spazio alle improvvisazioni e allo sbaraglio generale.
La sua parte dissacrante la fa anche il piacevole tema principale ad opera di Fiorenzo Carpi, ma ciò che si ricorda maggiormente oggi è il comparto scenografico. Ad occhio discretamente povero, probabilmente realizzato in poco tempo, sfrutta in maniera decisa il Chroma key, facendo scorrere, alle spalle dei personaggi, a tratti una Mosca metropolitana sfavillante di luci, in altri veri e propri inserti tratti dai film di Dziga Vertov. DZIGA VERTOV utilizzato per una fiction italiana, penso non si debba aggiungere altro. Sfondi della stessa maniera anche negli altri luoghi di ambientazione, il sovchoz "Raggio Rosso" e la zona di Steklòvsk. Nuovamente dell'avviso che anche questa scelta renda bene lo spirito smaliziato dello scrittore, si è davanti ad un teatrino sarcastico che picchia con fare "pulcinellesco" sul deretano della burocrazia di linea kafkiana e dell'arroganza. Anche le creature frutto degli esperimenti sembrano uscite fuori da un carro allegorico che porta il farfallino di Bulgakov.
Oltre che per l'animo pungente è fedele anche per via della presenza di passi presi pari pari dal libro, narrati dalla voce extradiegetica dello stesso Gregoretti.
Catastrofico e più crudo il finale, con l'immagine di Pérsikov a monito.
Una creazione valente ancora oggi, che non sfigurerebbe come mezzo per far conoscere certa letteratura ai più giovani.
Ora ci permettiamo una digressione: se una personalità come Gregoretti, legata ad una certa ideologia ha trattato quest'opera possiamo renderci conto che a comprendere certe sfaccettature in Italia non siamo in cento (forse in 101...). Bulgakov scriveva questo romanzo nel 1925, anni difficili, in cui alla Rivoluzione russa non aveva seguito un echeggiamento in altri Paesi. La NEP, il sistema economico creato da Lenin viaggiava su un filo, presenziavano individualismi umani a carattere borghese (vedi personaggio di Preobraženskij in Cuore di cane) e di lì a poco sarebbe arrivato il fautore definitivo della controrivoluzione: Stalin. Quindi, prima di strumentalizzare a raffica è bene fare un ripasso generale, condito da sfruttamento della propria materia grigia.
L'invenzione di un uomo, secondo certi dettami, può benissimo essere messa al servizio delle masse, curata da lui stesso, senza usi sconsiderati da parte di chiunque, senza eccessi di mani inesperte ed arriviste.
Il raggio rosso scoperto da Pérsikov è degenerato per via di una mancanza di ponderazione e una sete egocentrica, tutto nel mezzo di una situazione sociale di difficile domatura. Anche per quanto riguarda la scienza, vi è un messaggio vieppiù attuale.
Nota: in questo sede abbiano letto il romanzo tramite l'ottimo volume edito anni fa da Newton, e contenente anche il succitato Cuore di cane e Diavoleide. Segnaliamo che è ancora reperibilissimo entro i soliti canali di acquisto dell'usato o del remainder.

mercoledì 20 luglio 2011

teletotalitarismo

La antena
2007
Argentina
Regia: Esteban Sapir

Soggetto: Esteban Sapir

Sceneggiatura: Esteban Sapir


Favola distopica che è una boccata d'aria nel panorama fantascientifico del primo decennio del Duemila, pur pescando ottimamente fra fior di classici, omaggiati e riproposti con viva personalità, brilla di luce propria.
Il tema è quello di un città imprecisata, in un tempo non definito ma simile agli anni Venti e Trenta, schiacciata sotto un regime totalitario, talmente forte da essersi appropriato della voce degli abitanti. Essi sono controllati dallo strapotere della comunicazione televisiva, gestita tramite un "cervello" ed elementi di retro tecnologia, con una simbologia opprimente presente un po' dappertutto, addirittura anche nell'unico cibo disponibile, l'esplicativo "Alimentos TV"; unico svago rimangono la boxe e degli spettacoli canori. La star di questi ultimi è "La Voz", unica persona, insieme al figlio, ad essere ancora in possesso della propria voce, sfruttata dapprima come elemento di distrazione, poi, abbinata ad una macchina speciale, per giungere ad un nuovo passo di oppressione... Sarà un tecnico riparatore TV, con sua figlia, la sua ex moglie ed il figlio di La Voz a dover fronteggiare la minaccia, combattendo sullo stesso piano scientifico.
Sperimentale oggetto centrale del film sono i sottotitoli, anche se è riduttivo chiamarli così, sono infatti una vera presenza attoriale che si muove secondo il contesto: "recitano", vivono quasi di vita propria, partecipando all'azione ed amplificano concetti ed emozioni. Sono ovviamente l'unico modo per permettere ai muti personaggi di esprimersi, la comprensione reciproca avviene tramite labiale o vera e propria presenza materiale diegetica degli stessi, che diventa un'estensione della loro mente.
La sperimentazione non finisce qui, e sono evidenti i rimandi all'espressionismo tedesco, così come al Kammerspiel, ai drammatici e ai sentimentali fra le due guerre mondiali, con tanto di musica da grammofono, e al muto in genere. Pullulano i riferimenti alla sci-fi di molti periodi, con Metropolis e 1984 dinanzi tutti. Simpatico l'ammiccare a Viaggio nella Luna e Viaggio attraverso l'impossibile, da segnalare i tocchi di estetica sovietica.
C'è da dire che Sapir ha iniziato la carriera e l'ha impegnata essenzialmente come direttore della fotografia, e la cura posta al comparto visivo è notevole. Il film è in un bianco e nero livido, non molto contrastato, ed è stata data gran importanza ad ombre e sagome in controluce, vieppiù alla composizione dell'immagine, che comprende nei suoi spazi i già citati sottotitoli.
La distopia di una tirannia che manipola le coscienze tramite i media ed il consumismo, privando di altro, continua a turbare le coscienze.

mercoledì 13 luglio 2011

3:25

Paris qui dort
(
Parigi che dorme)
1925

Francia
Regia: René Clair

Soggetto: René Clair

Sceneggiatura: René Clair


È il secondo film scritto e diretto dal cineasta-bandiera Clair, dopo l'esperimento dadaista Intermezzo, dell'anno precedente, mentre, come attore ed assistente alla regia, aveva iniziato qualche tempo prima.
Nonostante i picchi della sua carriera siano stati raggiunti con la commedia, in questo cortometraggio di una mezz'ora si affonda pienamente nella fantascienza, a rimarcare la personaità eclettica dell'autore, mai banale, mai corso dietro al momento cronologico, cosa che a fine carriera peserà, sentendosi fuori posto.
Plot: l'armoniosa Parigi, normalmente affaccendata in mansioni quotidiane, viene "freezata" dall'esperimento di uno scienziato che, tramite un raggio, ha diffuso un sonno permanente in tutta la città, e, come si scoprirà, in tutto il mondo. Rimasti immuni soltanto quelli che si trovavano al di sopra del raggio, a ragguardevole altezza: oltre al professore e a sua nipote, il guardiano della Torre Eiffel e un gruppo in volo su un aereo. Inizialmente regnano desolazione e sconcerto, che poi si trasformano in cupidigia: un'intera città a disposizione! Ma una volta assaporato il materialismo cosa rimane? Freddezza, mancanza di larghi rapporti umani, la noia, ciò che il denaro resosi disponibile non può comprare. Sembra di trovarsi di fronte ad un film catastrofico, ad un episodio di Ai confini della realtà incentrato sulla sparizione della razza umana, tutto abilmente reso da una scena tatticamente spopolata e fotogrammi fissi, probabilmente vere e proprie fotografie o cartoline riprese e montate. Con uno slancio coraggioso Clair fa anche pesare la presenza di una sola donna, occupante dell'aereo, pre-incontro con la nipote del prof., una bellissima e "pariginissima" Madeleine Rodrigue, che non può non stuzzicare gli appetiti degli altri uomini svegli. In proposito citiamo una breve scena, dove il suo viso voluttuoso è l'unica cosa visibile di un'inquadrata in realtà più larga, come se sul resto fosse stato applicato un mascherino; possibile censura, dietro ci saranno stati gli altri personaggi, evidente riferimento alla soluzione di una concessione multipla. Nella parte finale spocchia e bramosia si fanno più forti, ma l'epilogo è dei più romantici.
Un'opera, seppur non virtuosa tecnicamente, il montaggio è infatti analitico, precorritrice, che fonde lo sci-fi più tecnico con la dolcezza di un sentimentale e lo slancio di una commedia.

martedì 17 maggio 2011

non solo kiwi

Larger Than Life
1998
Nuova Zelanda

Regia: Ellory Elkayem

Scritto: Ellory Elkayem


Prodotto che fa rivivere le emozioni degli eco-venegance anni Cinquanta, dichiaratamente ispirato a titoli come Tarantola, Radiazioni B X: distruzione uomo e Assalto alla terra.
Una bella fotografia in bianco e nero ci parla dei classici ragni contaminati e divenuti giganti, con uno stile essenziale e pulito, con il pregio di effetti speciali di tutto rispetto, che richiamano quelli dei film a cui si rifanno. Prove attoriali marcate e un filo sopra le righe, che coadiuvate da musichette utili allo scopo (sempre di stampo Sci-Fi fifties) e comportamenti degli aracnidi volutamente esagerati e inverosimili danno quel tocco cartoonesco che personalizza la pellicola su uno stile farsesco.
Presentata ad un festival nel Colorado, viene notata dai produttori Dean Devlin e Roland Emmerich, e da lì nascerà la volontà di produrre il successivo e fracassone, di uno stile che noi apprezziamo molto meno, Arac attack - Mostri a otto zampe.
Nota: la carriera registica di è Elkayem quasi totalmente votata al fanta-horror.