OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...

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sabato 11 maggio 2013

effetto Kulešov

Mechanics of Love
1955
Stati Uniti d'America
Regia: Willard Maas, Ben Moore

Un montaggio di immagini che prese da sole avrebbero minor senso o un significato opportuno ad altro, una tecnica cara alle teorie di Lev Vladimirovič Kulešov rende nota la meccanicità di quella che è l'esigenza primaria di una larga fetta dell'umana specie. Automatismo, gesto costruito: una lampada, un flauto, una scalinata, delle chiavi...
Probabilmente più appagante è l'attesa dell'atto, rappresentata in maniera sognante, mentre il resto figura ordinario come la trafila di oggetti che compare. 
Dopo la "bollitura" finale, l'alta velocità della metro, il forte vento, ecc., in montaggio accelerato, ci si perde in rimasugli e nel ricordo soffuso dell'azione.

domenica 14 aprile 2013

we wonder if time has left a message for us

Circadian Rhythms
1976
Nuova Zelanda
Regia: David Blyth
Scritto: David Blyth, Richard von Sturmer

Più che del ritmo circadiano classico, della giornata di 24 ore, ci troviamo a fare un giro introspettivo della vita, dalla nascita in poi. La prima scoperta della sessualità, di quella stigmatizzata, "curata" con infantile leggerezza di piuma, perché i primi tempi sono immaturi e ci si può ancora "salvare". Ma quando lo scontro con la carne si fa più acceso il buio avanza, diventa difficile collocarsi, il circolo circadiano della prassi, macchinosa come non mai, vuole dominare, ci si ritrova ad essere colpevoli e vittime nello stesso tempo, è forte l'esigenza di voler vomitare fuori il proprio istinto. 
Continua l'autoanalisi, si cade nel rifiuto di se stessi ed è inutile chiedere al tempo di portar consiglio, la risposta è netta, è quella di sempre, e si arriva anche a convincersi di essere aberranti.
Poi tocca all'atto della presa di coscienza, c'è un piccolo rilassamento, ma è solo una parentesi: si fa il bilancio di tutto il proprio trascorso, e il senso di colpa — ma quel colpa? — fa apparire tutto come un gioco perverso, in cui è compreso anche un impaurito sguardo al futuro. 
Le morale pone il veto finale, l'estasi anestetizzante termina e si imbocca un oscuro tunnel...

domenica 24 marzo 2013

Über-Ich

Meshes of the Afternoon
1943
Stati Uniti d'America
Regia: Maya Deren, Alexander Hammid
Scritto: Maya Deren

Ci sarebbe tanta volontà di controllare il proprio destino, prossimo e lontano, ma non ci si può sottrarre al fato e ai suoi invisibili fili guida. Si osserva da dietro un vetro, c'è difficoltà ad aprire porte, osticità di comunicazione e nel ritrovare semplicemente se stessi, scavando nel proprio io o specchiandosi nel prossimo.
Lezione surrealista questo cortometraggio di Deren e consorte, blocco unico di sonno e veglia, struttura tipica dell'onirico, oggetti fulcro.
Conservato, a ragione, nella "teca" del National Film Preservation Board, leggermente "nipponizzato" dalla musica di Teiji Ito e girato con un'immortale Bolex 16mm.

domenica 2 dicembre 2012

i denti delle donne sono oggetti così affascinanti...

L'étoile de mer
1928
Francia
Regia: Man Ray
Scritto: Robert Desnos

Provare a guardare il mondo attraverso un vetro, un fondo di bottiglia, un bicchiere, è solo illusione di poter distorcere una realtà già di per sé alterata e oscura. Ed è proprio questo mezzo di contorsione ad essere venerato, perché ci riferisce ciò che vorremmo e ci nasconde ciò che non desideriamo, oppure ci fa bramosi di sapere, con quest'aspetto che diventa piacere esso stesso.
La donna è un'animosa stella marina, con le sue mille sfaccettature, o è un calcolato vetro, affascinante. L'amore per questa creatura va inscatolato, assaporato con distanza, si è in balìa d'esso come carta trasportata dal vento (le parole sono inutili, portate via dalla corrente), è un viaggio, una natura morta, deve rimanere inviolato. Tanto finirà per essere ucciso, con la ragione di Atena.
La stella di mare sarà abbandonata, il vetro distrutto, la realtà sarà svelata. Bella. 

lunedì 27 agosto 2012

sberleffo anticonformista

Vormittagsspuk
1928
Germania
Regia: Hans Richter
Scritto: Werner Graeff, Hans Richter

Una mattinata di calci alle convenzioni borghesi, una percossa alla routine, tutto in mano ad un surrealismo vicino ad un Méliès quanto agli esordi di un Buñuel.
L'aiuto più grande arriva dalla stop motion, vera regina del cortometraggio, il taglio che riesce a dare fa le veci di uno spalstick "corrotto".
Gli oggetti, ormai empiti di trasmessa consuetudine, si permettono uno sfacciato e ribelle diversivo, gli umani si adeguano.
Per poco tempo, al mezzodì tutto torna al suo posto, prammatica compresa.
Danneggiato dal nazionalsocialismo, rientra nell'insieme di quella che era definita "arte degenerata".
Si può trovare anche con il titolo italiano Fantasmi del mattino.

sabato 7 aprile 2012

entrata e fuoriuscita

Convulsion Expulsion
2004
Stati Uniti d'America
Regia: Usama Alshaibi

Già dai preliminari il suono, di Andy Ortmann, è forte, contratto, perché l'emozione è già altissima, rimbomba nella testa, il bianco è vivo perché si è in un mondo allucinante, in più è il colore giusto per mostrare l'asettico che viene violato.
C'è sempre un qualcosa di "medico" nel sesso, e le bende sono lì a rappresentarlo, oltre ad essere, per come sono distribuite, un richiamo alla cultura araba.
Bagno vintage di make up e fotografia (Andrew Dryer), ricordando che è stata usata una camera degli anni venti.
La masturbazione dell'organo femminile e il sesso anale generano sangue, quello orale una materia densa: siamo abituati alla nostre sicurezze, ma parallelismi simili, o addirittura ruoli invertiti, uscite al posto di entrate, non sono poi così audaci. Il sangue è vita, voluttà, ma perderne è sinonimo di donarsi, dare se stessi, porgere energie vitali. L'aggressività che appare talvolta nell'amarsi è come uno squarcio zampillante, la vista è offuscata dal dolore/gaudio. E dall'appagamento.

domenica 19 giugno 2011

letture fra sonno e veglia

Prezít Svuj Zivot (Teorie a Praxe)
2010
Repubblica Ceca, Slovacchia, Giappone
Regia: Jan Švankmajer
Scritto: Jan Švankmajer

Ultima prova del maestro, presentata da egli stesso a Venezia 67, in anteprima mondiale.
Come da opera venuta fuori da un rappresentante della corrente surrealista conviene, è una rappresentazione dell'unicità tra sogno e realtà, saldamente legati e comunicanti, con il protagonista che vive una relazione indotta dal sonno ma coincidente con la materialità. Švankmajer si ripropone nuovamente, dopo Sílení, in un prologo metacinematografico in cui illustra ciò che andremo a vedere, compresa la tecnica d'animazione utilizzata, e lo fa ironizzando, nonché spiazzando lo spettatore, che non avrà modo, se giustamente posto, di catalogare il film sotto una tematica. Jan la chiama commedia psicanalitica, ma il termine nasce solamente dal fatto che vi è uno psicanalista; è tutto automatismo, inutili sono gli sforzi di esegesi. Curioso come anche nell'introduzione stessa compaiano i tratti svankmajeriani, come l'infanzia, e elementi della pellicola, vedi l'impossibilità dei sogni di essere capitalizzati.
La citata tecnica è il "cutout", collage di foto poi animato a passo uno, una sorta di richiamo alla tradizione da parte dell'artista, forse ancora più libertina rispetto agli effetti delle precedenti produzioni. Ne è venuto fuori qualcosa di preciso, cosa essenziale per descrivere il perenne processo di inconscio/realtà.
Di gran stimolo continuano ad essere gli oggetti, sempre carichi delle emozioni vissute precedentemente, utili e cruciali nell'avanzamento dei protagonisti. Stessa cosa per i suoni, e vitale la comunicazione tattile, le composizioni delle superfici spadroneggiano e sono percepibilissime anche senza avere la possibilità reale di usufruirne.
Esempio di rappresentazioni: angurie, simbolo della rivelazione, del lasciarsi andare; uova, strumento di collegamento della coincidenza del sogno con la realtà. E ricordiamo anche che, come diceva Georg Christoph Lichtenberg, solo l'unione di questi ultimi due elementi può creare la pienezza della vita umana.

Moviement Magazine
Jan Švankmajer

Autori vari
Gemma Lanzo Editore

Si vuole ricordare che è disponibile da qualche mese questa pubblicazione, quasi l'unica in lingua italiana dedicata al maestro e di gran rilievo per i contenuti. Oltre al saggio di apertura del sottoscritto vi sono dei testi di sommo interesse: l'essenziale articolo di David Sorfa (L'oggetto del film in Jan Švankmajer), utile per scoprire gli stilemi del mondo di Jan, quello di Timothy R. White e J. Emmett Winn, Il domani potrebbe salvarti. Jan Švankmajer e le storie di Edgar Allan Poe, che si focalizza sulle produzioni ispirate allo scrittore di Boston, ma spiegate meglio grazie ad un affondo nelle realtà storico culturale del tempo, Michael O'Pray con la ricorrenza di Rodolfo II e Arcimboldo (Jan Švankmajer e l'effetto Arcimboldo) e una dotta "lezione" di Adrian Martin, assimilabile avendo alcune delle pellicole materialmente davanti. Poi c'è l'introspettiva analisi di Prezít... a firma di Michele Faggi (Discesa all'inferno e resurrezione. Lo spazio tra sonno e veglia in Surviving Life, Theory and Practice) ed un gran finale: l'intervista dell'artista da parte di Peter Hames e il suo decologo, in esclusiva per il libro/rivista!

lunedì 6 dicembre 2010

Moviement n°6

Come detto qui, a gennaio sarà disponibile il sesto numero della collana Moviement Magazine, dedicato al surrealista Jan Švankmajer. Sono orgogliosamente presente in esso come autore del saggio di apertura.
Riporto il comunicato ufficiale:
Il sesto numero di MOVIEMENT è dedicato al regista ceco Jan Švankmajer.
Definito dalla rivista francese Positif un “gigante del cinema contemporaneo” Jan Švankmajer è un regista atipico per eccellenza, “per il controllo artigianale, la vastità dei riferimenti, la singolarità della proposta” (Pitassio, 2000) e per una cifra stilistica che connota tutta la sua produzione assolutamente fuori da ogni schema, è senza ombra di dubbio “uno dei pochi artisti viventi che lavorano nel cinema e che si merita il termine abusato di genio” (Andrew, 2007). Jan Švankmajer è tra i più grandi registi di animazione al mondo, maestro nell'arte dello stop motion è tra i principali esponenti del Surrealismo ceco. Regista, pittore, scultore e poeta, mescola spesso tra loro arti diverse, i suoi film ci trasportano in mondi magici in cui tutto si anima. Questo numero di Moviement si occuperà, attraverso saggi ed interviste, dei vari aspetti che hanno reso unico questo grande maestro visionario, le cui opere hanno ispirato artisti quali Tim Burton, Terry Gilliam e i fratelli Quay. Il regista praghese è tornato in prima mondiale alla 67ma Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, fuori concorso, con Surviving Life “commedia psicanalitica” tra sogno e realtà. Dice Švankmajer: “La nostra civiltà non fa più affidamento sui sogni, dal momento che non possono essere capitalizzati”.
Moviement n°6 – Jan Švankmajer
A cura di Gemma Lanzo e Costanzo Antermite
Formato: 21 x 29,7
Pagine: 112
Prezzo: 12 euro
ISBN: 978.88.904002.8.5
Uscita: Gennaio 2011
Editore: Gemma Lanzo Editore, Manduria (Ta)
www.lanzoeditore.it

sabato 13 novembre 2010

a gennaio si va in Cechia


In questo blog esistono corposi e ben consultati articoli sull'attività cinematografica del maestro Jan Švankmajer, artista ingiustamente poco conosciuto nella nostra penisola. A far loro compagnia, per sopperire nuovamente alla mancanza, a gennaio 2011 arriverà il numero della collana Moviement Magazine, edita da Gemma Lanzo Editore, che si occuperà proprio di far luce sulla sua vita e sulle sue opere. Il saggio di apertura è orgogliosamente del sottoscritto, e pareva giusto segnalarlo...
Nell'attesa si può dare un occhio al sito ufficiale (http://www.lanzoeditore.it/), dove sarà possibile acquistare il numero in oggetto e dove si possono ordinare gli altri in catalogo, cosa sempre consigliata.

domenica 4 aprile 2010

che la mente sia pronta a ricevere!

The Cabinet of Jan Švankmajer
1984
Regno Unito
Regia: Keith Griffiths, Stephen Quay, Timothy Quay

Gli allievi descrivono il maestro. Breve ed esplicativo cortometraggio dove i gemelli Quay racchiudono una larga fetta del mondo dell'artista ceco, tutto animato nel consolidato passo uno.
La figura principe del film, che rappresenta la persona di Jan, è un parto in stile Arcimboldo, pittore guida per tante espressioni dello stesso Švankmajer. Lo sfondo è ancora quello della Praga "socialista", descritta più per estetica che per visione sociale; dimensione surrealista, infatti viene presentata appaiata a Parigi.
Non poteva mancare l'infanzia ed il suo inconscio, che vale anche come impersonificazione dell'allievo, in questo caso gli autori della pellicola. La filosofia degli oggetti occupa gran parte dell'opera, l'unione onirico-realista prende nuovamente il sopravvento. Tempo anche per le "esperienze tattili", pratica testata da Švank e sua moglie.
Finale dedicato alla spiegazione del trasporto del surreale in pellicola cinematografica...
Scelta indiscutibilmente azzeccatissima quella della musica di Zdeněk Liška, partner storico di Jan, che, insieme alle immagini, rende il progetto non dissimile da quelli d'ispirazione.

venerdì 24 aprile 2009

il vorace nuovo secolo

Jan Švankmajer
Gli anni Duemila

L'ultimo decennio porta una semi rivoluzione, vengono approfonditi alcuni temi e allo stile generale viene concessa una struttura maggiormente fruibile.
Otesánek (2000) è una forma svankmajeriana di una favola ceca dai risvolti macabri, quindi già predisposta ad un'interpretazione oscura.
Una coppia è ossessionata dall'impossibilità di avere un bambino, ciò porterà ad una forma di follia sfociante nel soprannaturale: il marito trova una radice di forma vagamente umana e la regala alla moglie, tale sarà la forza mentale che il ciocco si animerà e divorerà tutto il possibile, persone comprese, fino a diventare di dimensioni spropositate. L'ambientazione è un vecchio condominio ceco con varie tipologie di abitanti, gli eventi sono attentamente seguiti da una bambina.
Metafora della creazione, della volontà umana e dell'amore/odio. Il mondo gira così, si generano individui in particolari situazione sociali, costoro ne soffrono e diventano maligni, purtroppo non per colpa loro. Una visione alternativa potrebbe essere quella del nuovo capitalismo da poco arrivato in terra boema, ovviamente impersonato dal "mostro"; esso fagocita vecchi mestieranti (come l'anziano postino) e raccolti. Il finale viene suggerito dalla favola, protagonista una zappa. Anche il personaggio padre della bambina viene rappresentato come un classico uomo pigro, schiavo della TV, della pubblicità e restio al progresso culturale.
Si può dire che sia il primo film di Švankmajer in cui, oltre al grottesco, esistono momenti di comicità diversiva, utili a sdrammatizzare il truce tema.
La stop-motion fa il suo egregio lavoro con la creatura, da adulta non sempre visibile chiaramente. Ottime anche le interpretazioni.
Sílení (2005). Švankmajer (re)incontra Poe ed il marchese De Sade. Un ragazzo fa la conoscenza di un bizzarro individuo, un marchese che vive fuori dal tempo, che lo accoglie nella sua dimora, luogo dove avvengono strani riti. In seguito il giovane verrà ospitato, apparentemente convinto dal nobile ma in realtà deciso a seguire una ragazza conosciuta precedentemente, in una strana casa di cura dove ci sarà il culmine della vicenda.
Due scuole di pensiero dominano la pellicola: una inneggia al libertinismo (come nel precedente Spiklenci Slasti), al piacere ed a tutti modi per arrivarvi. L'altra condanna il vizio, asseconda le punizioni. Gran spazio anche alla religione che, secondo l'ottica di alcuni personaggi, è falsa e illusoria. Jan ci regala quest'opera sotto una forma inusuale per lui, ma più simile ai canoni cinematografici. Poe fa capolino più volte ma l'ispirazione più grande proviene dal racconto Il sistema del dr. Catrame e del prof. Piuma, portato dal grottesco ad una forma più dura e sanguinosa. De Sade aleggia nella personalità del marchese protagonista e in tutto lo svolgersi morboso dei temi.
Questa volte le animazioni sono solo un contorno, i personaggi in carne ed ossa riescono a rendere bene il messaggio, ma va comunque menzionato il piccolo ruolo del passo uno: pezzi di carne e lingue umane (il corpo e la parola) gioiscono e sono impegnati in vari azioni durante tutta la pellicola; c'è libertà, non ci sono catene. Nel finale viene proposta una carrellata in un reparto frigo di un supermarket, lì dorme la bistecca e con essa la possibilità di manifestare i propri piaceri.
Metacinematografica l'"hitchcockiana" presentazione ad inizio pellicola, in cui il regista ceco descrive ciò che andremo a vedere.
L’ultimo titolo, Prezít svuj zivot (teorie a praxe), è stato presentato a Venezia nel 2010, e in seguito anche in altri eventi a tema.

Rendiamo noto che questo saggio viene presentato in una forma maggiormente curata ed approfondita tramite il libro/rivista Moviement Magazine, nel numero dedicato a Švankmajer segnalato in altri post.

venerdì 17 aprile 2009

può un pollo essere libertino?

Jan Švankmajer
Gli anni Novanta

In questo periodo l'autore inizia finalmente ad essere riconosciuto fuori patria, anche se mai abbastanza... Avviene anche lo stop ai cortometraggi, i successivi lavori saranno caratterizzati da durata canonica.
Konec stalinismu v Cechách (1990): la caduta delle cortina di ferro permette la creazione di questo corto politico surrealista. Icone di leader sovietici e cecoslovacchi si alternano a fotografie ed animazioni, le prime raffiguranti l'utopia ideologica, le seconde tragiche realtà, derive dell'umana crudeltà. Rappresentazioni di busti che partoriscono figure a loro figlie, patiboli di creta e teschi che si cibano dell'immagine di morte. Particolare attenzione alla Primavera Di Praga e verso Dubcek, unico esente dalla berlina grottesca presente nella pellicola. Nella conclusione si passa al successivo periodo storico, ma si resta incatenati a qualcosa di difficilmente scaricabile…
Jídlo (1992), letteralmente "alimenti", è un'opera fondamentale nell'immaginario di Jan. La sua ossessione per il cibo, toccata nei precedenti lavori, qui esplode totalmente. Divisa in tre parti. La prima tratta la macchinosità dell'alimentazione con un "distributore umano" che viene intercambiato tramite il suo cliente, all'infinito... La seconda è una critica al perbenismo, con aggiunta di cannibalismo ben rappresentativo per ogni campo in cui si viene a contatto con il prossimo; tripudio di passo uno e grande abilità nel fonderlo con gli attori in carne ed ossa. Il terzo rende visiva e visionaria la definizione "siamo ciò che mangiamo"; le portate davanti agli avventori sono la loro personalità sotto cibaria.
Faust (1994) è naturalmente la visione surreale della famosa opera, nata da un'espressione cartacea tedesca, riproposta in tante salse e da vari autori. Il tratto saliente è l'ambientazione quotidiana, con protagonista, nelle vesti di Faust, un individuo medio, impegnato nel tran tran quotidiano, che entra nel mondo tentatore in maniera naturale. Come consuetudine per l'autore ceco, le marionette hanno importanza fondamentale, sono i protagonisti come i comprimari, si alternano agli umani e ne prendono possesso trasformandoli in attori di legno nei momenti di maggior rilievo, come quando Faust vive i suoi desideri dati in cambio della sua anima. Ottima la volontà di creare una sorta di metateatro, le vicende sono nel contempo lampi sovrannaturali nella vita reale e rappresentazioni sceniche, senza dare una precisa spiegazione; da rilevare il fatto che una delle più importanti espressioni sul Faust è stata proprio l'opera teatrale di Christopher Marlowe, con questo c'è forse una volontà citazionista. La "rappresentazione" avviene quindi in una classica struttura teatrale, ma anche in strade e parchi in cui il resto del mondo continua a svolgere le proprie mansioni. Scena principe è di sicuro l'evocazione di Mefistofele, inscenato come il proprio io, dove Švankmajer dà prova di sapere personalizzare anche situazioni ormai entrate nel mito.
Spiklenci Slasti (1996) è puro libertinismo su celluloide. Lungometraggio che narra di un gruppo di personaggi che danno sfogo alle loro fantasie nei modi più impensabili. C'è l'uomo con il culto della vicina e del di lei rapporto con il pollame, la vicina stessa ed il desiderio di sottomissione di lui, la postina e la sua “droga alimentare”, la presentatrice TV con la sua predilezione ittica, suo marito, feticista del contatto d’oggettistica e l'edicolante con il culto della donna televisiva di sopra. I modi per esprimersi sono di un'inventiva allucinante, ma necessitano della completa solitudine del soggetto stesso. Questo è il tema saliente, si parla quindi di esigenze irrealizzabili da altri umani? Il più profondo piacere è raggiungibile solo con il proprio io e con il pensiero di ciò che ci si aspetta dall'altro? Non a caso coloro che venerano un altro individuo, è il caso dei vicini e dell'edicolante, ne ricreano le fattezze tramite fantocci (che si animano nell'immaginario dei loro creatori tramite stop motion) e mezzi meccanici, i quali serviranno per l'orgia autoerotica mentale.
In contrapposizione c'è da dire che sono tutti consapevoli sulle azioni del prossimo, ciò significa che c'è un'accettazione generale, una furtiva e globale libertà d'espressione e di piacere talmente forte che, nella parte finale dell'opera, le pratiche oniriche iniziano a confondersi con la realtà materiale.

domenica 12 aprile 2009

dovete chiudere gli occhi, altrimenti non vedrete niente

Jan Švankmajer
Gli anni Ottanta

È il decennio più prolifico e quello che decreta la consacrazione anche fra i suoi cultori occidentali, grazie soprattutto al suo primo film di lunghezza classica. Gran varietà di proposte, situazioni anche molto distanti l'una dall'altra.
Zánik domu Usheru (La caduta della casa Usher, 1981). Il primo dei due adattamenti da scritti di Edgar Allan Poe. Come raramente accaduto nelle sue produzioni antecedenti, Švankmajer fa leva sulla narrazione, stralci verbali del racconto accompagnano interpretazioni animate e surrealiste dell'opera, tutto in maniera magistrale e poetica. Il crescendo di tensione è reso benissimo e l'onirico visivo appare inaspettato e creativo. Il finale, come la storia pretendeva, gela il sangue delle vene. Nuova vivacità che rapisce gli amanti dell'autore bostoniano, dà altra linfa allo scritto.
Moznosti dialogu (Possibilità di dialogo, 1982) è uno dei più apprezzati ed ispirativi suoi cortometraggi. Diviso in tre fasi, tratta l'approccio in differenti visioni, facendo uso di teste formate da oggettistica o in materiale modellabile. Stupefacenti animazioni ed espressioni. Nella prima, “arcimboldiane” creature si divorano, distruggono e ricreano l'un l'altra. Caratterizzate ognuna da un misto di oggetti contestualizzati al loro essere non si accettano e quindi si modificano fino al parto di semplici personaggi impersonali. Nella seconda fase si analizza la vita di coppia, i primi contatti e la procreazione. Prevedibile il finale repulsivo per la piccola creatura e indovinabile la distruzione del duo. Fase tre: l'incomunicabilità. Uno pone lo spazzolino, l'altro il dentifricio, uno il pane, l'altro il burro. C'è comunicazione, tutto scorre fluido ed apprezzato. Ma se tutto si confondesse? Proprio come accade nella realtà: si pone un argomento e quello viene bandito contrapponendovi qualcosa di incompatibile, lesivo e disarmonizzante. Anche in questo caso la fine arriva in tutto il suo ledere.
Kyvadlo, jáma a nadeje (1983) è Il pozzo e il pendolo, seconda ispirazione dallo scrittore statunitense Poe. Probabilmente ciò che a gran parte dei lettori passava in mente alla lettura del racconto. Il surrealismo acquista tratti quasi realisti, tali da rendere infernale, allucinante ma nello stesso tempo materiale l'esperienza del protagonista. Poco spazio alle parole, molto al disperato sguardo in soggettiva. Il muro della tortura spaventa nella sua macchinosità ed animosità ma ciò che rimane più impresso è, anche questa volta, il finale. Allo spettatore non rimane che un interrogativo...
Do pivnice (1983). Prove generali per il suo prossimo lungometraggio (che analizzeremo dopo). Una piccola "Alice" vaga per metaforiche scale, fino ad un tetro scantinato frequentato da due inquietanti individui. Viaggio nell'inconscio infantile, con del simbolico carbone onnipresente. Riacquistare ciò che ci è appartenuto o forse narrare l'adattamento umano, cosa si intendeva dire con le coperte di combustibile nella camera dell'uomo e con i terribili dolci della signora, impastati con la stessa sostanza? Finale con la bambina che cerca, trova e vuole portar via qualcosa, dar vita alle sue esigenze e sogni... rappresentati da cosa? Semplici patate.
Muzné hry (1988) farà sorridere molti occidentali, siamo infatti nel mondo del pallone. I rituali del tifoso vissuti come una degenerazione: in un umile appartamento un appassionato si prepara alla serata calcistica armato di birre, dolci e TV. Ogni bicchiere scolato comanda ciò che succede sul terreno di gioco e i punti su quest'ultimo vengono segnati con le eliminazioni fisiche degli avversari nei modi più grotteschi. Tripudio di passo uno misto allo sguardo dell'attore principale. È semplice agonismo o è travisare uno sport? Alla fine il protagonista colpisce ancor più drasticamente, ma non se ne cura più di tanto...
Another Kind of Love (1988) esula un po' dal contesto, ma visto che la parte visiva è curata interamente dal nostro Jan va decisamente citato. È semplicemente un video musicale dell'inglese Hugh Cornwell che vanta canoniche animazioni “švankmajeriane”; veniamo così a scoprire che si adattano benissimo alla scanzonata pop song dell'autore e non solo a cupi ed anomali scenari.
Neko z Alenky (Alice, 1988). Eccoci all'esordiente lungometraggio. Un'interpretazione surrealista delle opere di Lewis Carroll Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò non è un qualcosa di impensabile, la natura stessa degli scritti si presta al pensiero ed al sogno. È la produzione più conosciuta nel mondo dell'autore ceco, forse proprio per la fama dei racconti ispiratori. Si inizia con un breve avvertimento recitato (quello del titolo del post, che ben descrive il genere che ci apprestiamo a metabolizzare) in stile fiaba, e a farlo è proprio la giovane protagonista, al di là delle scene, in cui le viene inquadrata soltanto la bocca. Sarà così per la descrizione di tutte le sequenze della pellicola, ma in modo molto ridotto, la parola lascia la maggior parte dello spazio all'elaborazione mentale. Il coniglio bianco, personaggio fondamentale del film, è una versione impagliata in una teca, che si anima, si veste, prende possesso delle forbici che userà spesso e va di fretta; necessario focalizzarsi sull'orologio da taschino che è contenuto all'interno del suo corpo, fra la segatura. Ad ogni occhiata lo tirerà fuori da lì e lo ripulirà, tutto a mostrare la lotta contro il tempo che ci corrode dall'interno, e ci rende ad essa dipendenti. Importante anche il modo di spostarsi, come nell’originale, da un luogo all'altro: tramite cassetti di vecchi mobili, porte per la dimensione onirica.
Alice inizia la sua avventura da quella che sembra essere la sua stanza, ma si recherà presto, inseguendo il coniglio, in un ambiente essenziale e spoglio, non solo grazie al metodo espresso poc'anzi, ma anche tramite un infernale (sembra proprio si stia scendendo in esso) ascensore, che pare ripercorrere le precedenti opere di Jan ed anche ciò che verrà in seguito. Qui troveremo le azioni famose del racconto, il cambio di dimensione della bambina ed i modi per avviarlo, sotto l'occhio surrealista che immagina come bambolina la versione piccola ed inchiostro o strani biscotti il mezzo per far scaturire il tutto. Tramite il pianto rotto di Alice tutto si allagherà e lo scenario si sposterà alla casa di mattoncini del tassidermico coniglio, dove la bimba subirà un attacco di particolarissime creature scheletriche e vagamente animalesche.
Continuano poi i cambi di capitoli, e le chiavi (anche materialmente presenti) per farlo saranno sempre inusuali e difficoltose da trovare; serve una spinta per riversarsi nel sogno e nella fantasia, dal mondo materiale... Le suddette chiavi saranno nascoste in scatole di sardine, ai margini di tavoli e confuse nel mezzo di sgabuzzini ricchi di anomalo cibo ed oggettistica disgustante. Basta anche un solo fotogramma a far rievocare i rapporti costanti Švankmajer/oggetti e Švankmajer/cibo, veri feticismi cerebrali con cui il nostro ha cementato un'intera produzione sotto il segno magico del trasferimento delle emozioni umane verso cose inanimate. Anche l'incontro con il Bruco di Carroll è segnato da ciò, questi è un calzino con occhi di cristallo e dentiera, ed il fungo che donerà è di semplice legno. Materiale da cucina presente e lanciato verso Alice anche nella casa da cui vengono fuori il luccio e la rana valletti, che portano l'invito della Regina alla ragazzina.
Arriviamo così all'incontro con il Cappellaio Matto e la Lepre Marzolina, inscenati in forma di marionetta e pupazzo a corda. Altra caratterizzazione surrealista del brano del racconto, da notare come la Lepre cosparge di burro un orologio, questa volta l'ossessione alimentare e quella oggettistica si uniscono. Per il resto vengono riprese famose frasi del racconto inglese.
La parte finale racchiude tutti i personaggi e richiama tutte le proposte precedenti, nella stessa forma o in altra: il reali sono di cartone, i soldati emergono dalle carte, Cappellaio e Lepre giocano a tavolino con orologi indosso, materia quotidiana come dei puntaspilli si trasformano in ricci, le forbici del coniglio servono per decapitare e il processo a carico della bambina verte attorno ai famigerati biscotti usati per il cambio dimensionale.
Nel termine si ritorna alla camera iniziale, dove sono curiosamente presenti tutti i dettagli del film, ma in forma materialistica: i pupazzi , bambole, le carte sono in un angolo, c'è qualcosa in un cestino e i biscotti sono in un piatto sul tavolo... All'appello manca solo la lepre imbalsamata... Sogno o realtà? Unione fra le due cose?
Tma/Svetlo/Tma (Oscurità/luce/oscurità, 1989) è un altro caposaldo imitato ed affermato. Sembra quasi una critica al corpo umano, così magnificato ma anche così caotico, misterioso ed animalesco. Vari parti anatomiche ed organiche tentano il ricongiungimento in una fin troppo stretta stanza( la propria esistenza è sempre rinchiusa?) nel tentativo di formare un corpo di tal nome. I più peperini sono la bocca e la lingua ed il più violento ed affannoso è ovviamente il membro; come ovvio basta una simbolica spruzzata d'acqua per raffreddare i bollori. La vita è un interruttore, alla sua nascita si accende ed alla consapevolezza di arrivo si può spegnere, ma il traguardo può essere stato non raggiunto.
Meat Love (1989) è una breve produzione UK/USA/Germania sfoggiante due vanitose bistecche che tentano l'approccio, e nel momento in cui riescono nell'intento sono pronte all'impanatura e cottura. Non c'è altro da dire...
Flora (1989) è la sua opera più corta. 31 secondi di animazione prodotti negli Stati Uniti, con un "uomo vegetale" che si disgrega senza poter raggiungere un vicino bicchier d'acqua. Ancora visione pessimistica del corpo/mente. Quasi un bumper.
Ci sarebbe anche Animated Self-Portraits (1989), ma preferiamo sorvolare perché è una creazione di vari maestri dell'animazione mondiali, oltre Jan, quindi non contestualizzata all'analisi.

domenica 29 marzo 2009

leggende di legno ed ambienti onirici

Jan Švankmajer
Gli anni Settanta

Decennio successivo, vi è maggiore esperienza e continua a presenziare eccletticità, le proposte continuano ad essere eterogenee e miste.
Kostnice (L'ossario, 1970). Un "documentario" girato in un ossario boemo, sotto l'occhio propositivo di Jan. Si può dire che gran parte del lavoro era già fatto, il posto vanta una disposizione delle ossa umane tale da formare vere e proprie sculture e immagini evocative. Accompagnamento dolce e lirico per rappresentazioni che paiono abitazioni d'oltretomba, femori disposti da sembrare vasi ornamentali. Un modo per esorcizzare la morte, rendere omaggio ad un passato sepolto.
Con Don Sanche (1970) ritornano le marionette umane. Oltre al rapporto con gli oggetti l'autore ci precisa che noi ed essi possiamo fonderci in un'unica immagine. La storia ripresenta il famoso personaggio Don Giovanni, rifacendosi principalmente all’opera lirica di Mozart dove compare. Non esageriamo se affermiamo che l'aspetto esterno di pupazzo legnoso non pregiudica la rappresentazione del dramma ma lo rende particolare ed espressivo.
Zvahlav aneb Saticky Slameného Huberta (1971). Pezzo forte del periodo, mostra il magico collegamento tra l'uomo ed i vecchi giocattoli da infante, in questo caso con rilettura del poemetto Jabberwocky di Lewis Carroll. Švankmajer ha sempre tenuto in rilievo la sua visione surrealista della giovanissima età e qui ne dà prova estrema. Danze di oggetti, soldatini, vestiti e bambole; il pensiero ed il sogno rivolto ad essi. Magnifiche le sequenze con il classico gioco su carta del labirinto ,in vece della continuazione della vita, interrotto da un gatto nero che può venir letto come la tenera età che non vuole terminare. Il finale ingabbierà il felino...
Leonarduv Denik (Il diario di Leonardo, 1972) vanta una collaborazione anche con l'Italia. Disegni scientifici animati nello stile dell'artista praghese, accostati a goffe immagini principalmente sportive. La rappresentazione scientifica del sogno cozza con la materiale debolezza umana?
Otrantský zámek (Il castello di Otranto, 1977) è un altro parto surrealista unito ad un classico letterario, proprio l’opera di Horace Walpole. Originale la forma di intervista ad un professore che ipotizza una possibile locazione della costruzione non nel Sud dell'Italia ma a Náchod, Repubblica Ceca. Si fantastica anche con le parti sovrannaturali dell'opera, in particolare sul ritrovamento di presunti richiami ad un gigante. Ad ornare il tutto, la canonica regia d'animazione che espone stralci della storia.

lunedì 23 marzo 2009

parto di marionette

Jan Švankmajer
Gli anni Sessanta

Parlare testualmente del praghese Švankmajer è un'impresa ostica, la sua visione surrealista è un'immersione in veloci sequenze allucinanti ed artistiche. Gran parte dell'opera omnia registica è occupata da cortometraggi e tratteremo l'argomento dividendo la produzione per decenni. Daremo anche una nostra interpretazione per ogni pellicola, ma è ovvia la complessità e la soggettività di giudizio su un’arte squisitamente onirica e del pensiero.
Esordisce nel 1964 con il corto Poslední trik pana Schwarcewalldea a pana Edgara (L’ultimo numero del signor Schwarzewald e del signor Edgar), teatro di "marionette umane" in cui due attori mascherati propongono dei numeri circensi e di intrattenimento, con sottofondo di suoni martellanti e musica popolare; questo in parole poverissime... Evidente la metafora del confronto, la rappresentazione della coscienza umana e del materialismo, l'imporre la propria volontà, l'invidia, la distruzione interiore e del prossimo, ma anche la fantasia e la concezione propria; tutto questo in poco più di dieci minuti, cioè il tempo che, come vedremo, sarà una media approssimata di tutti i corti dell'artista ceco.
Johann Sebastian Bach: Fantasia G-moll (J.S. Bach: Fantasia in sol minore, 1965) è forse il meno immediato di tutto il decennio. Porte, finestre, muri e strade in un tripudio di animazione “stop motion” (detta anche “passo uno” suo grande marchio di fabbrica), tutto in bianco e nero e sonorizzato tramite organo. Rapporti, differenze ed accostamenti fanno da padroni allegorici.
Hra s Kameny (1965) tratta l'universalità del tempo. Protagonista è proprio un orologio "rubinetto", che figlia man mano cose più complesse: l'amore, l'odio, tutto rappresentato dalla durezza della pietra.
Con Rakvickarna (La fabbrica di bare, 1966) ritorna il tema della contrapposizione, condito di altro. Colorati burattini amatoriali in un ambiente di cartapesta, articoli di giornale e documenti illustrativi, marche di prodotti e musica da teatrino. Apre un'allegra banda che passa la mano al caos quotidiano, fino ad arrivare all'idea di famiglia e ai sentimenti verso il prossimo. Finale prevedibile, è lo spettacolo della vita. Forse la migliore opera dei primi sessanta.
Et cetera (1966): l'esistenza come nelle immagini esplicative dei vecchi dizionari... animate dal maestro!
Historia Naturae, Suita (1967): fra Arcimboldi ed un libro di scienze, l'arte naturale delle creature terrene e l'uomo che le distrugge, passando poi a compiere la stessa azione su se stesso.
Zahrada (Il giardino, 1968) è l'unico di questo primo lotto a non utilizzare né passo uno né animazioni. Parte convenzionalmente ma poi rapisce, la sorpresa è nella mente dell'attore e dello spettatore. Rappresentazione sociale, tutto va curato e coltivato.
Picknick mit Weissmann (1968): l'uomo bianco è l'etereo protagonista... La mancanza delle piccole gioie porta al decadimento, alla fine. Foglie a coprire il grammofono, per simboleggiare l'appiattimento.
Byt (L'appartamento, 1968): “Lynchano” ed in bianco e nero. Un uomo si ritrova in un appartamento del suo inconscio, questo dopo aver perso la via maestra, i propri percorsi. La luce tenta di aprire un varco ma uscire è difficile, si viene respinti. Allora cerca di trovare input, cibo per la mente. Si arrangia, prende quello che riesce, tramite i mezzi a disposizione, ma senza guida, aiuto o propria e forte volontà è un'impresa castrata. Un personaggio appare fugacemente e senza il dovuto slancio, ma fortunatamente il finale è liberatorio: ciò che cercava il protagonista era se stesso. Il migliore della seconda metà del decennio, si inizia a comprendere un tema stilistico del regista che proseguirà negli anni successivi.
Tichý týden v dome (Una tranquilla settimana in casa, 1969) è il meno breve del decennio in termini strettamente tempistici. Metaforicamente vi è la difficoltà di espressione, di dialogo, di esternazione; tutto è imbrigliato, liquidato. I gesti quotidiani inframezzano ed hanno il loro spazio. In questo caso presenzia il bianco e nero alternato con il colore, la dimensione onirica è rappresentata da quest'ultimo.