OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...

Visualizzazione post con etichetta documentario. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta documentario. Mostra tutti i post

domenica 14 luglio 2019

17 seconds

Girls Swinging
1897
Stati Uniti d'America


Con molto poco si possono raggiungere altezze impensabili.
Da un poco, poi, con maggior impegno, il sogno si ampliò.

sabato 18 gennaio 2014

un giorno

Impressionen vom alten Marseiller Hafen (Vieux Port)
1929
Germania
Regia: László Moholy-Nagy

Verità, ombre e spirali su cui uno sguardo annoiato non cadrebbe, contemplazione di azioni umane, che più umane non si può. Visione dall'alto, perché l'occhio meccanico si erge ad attenzione somma. Montaggio essenziale, forse in camera, rozzo, ma reale quanto un movimento oculare. Strutture titaniche, arte. Vita in povertà, vita animale, acqua che è vita.

martedì 24 dicembre 2013

nel giardino

Fantasmi a Campobasso
2013
Italia
Regia: L. Caligari (Luigi Castellitto)
Soggetto: L. Caligari
Sceneggiatura: L. Caligari

Fantasmi, cioè dettagli di cui la superficiale realtà quotidiana ci priva, catturati e valorizzati grazie al "cine-occhio"; Dziga Vertov ce lo insegnava.
Fantasmi, cioè assenti di cui sarebbe superflua la presenza.
Fantasma, chi si bea del girare e del resto annesso. 
Bolex P3, Quarz 2 M e Fomapan R 100 2x8 mm.

mercoledì 29 agosto 2012

fuligginosi fotogrammi

Fanteria Cavalleggeri
2012
Italia
Regia Alessio Di Zio
Scritto: Alessio Di Zio

Per vedere questo documentario dobbiamo preventivare un salto nel passato, vegliare su un luogo in cui il tempo si è fermato perché permeato di ricordi di chi non cambia facilmente, di chi rimane con le sue vecchie e semplici abitudini, di chi nella vita ha avuto soddisfazioni, condivise dai più o meno, e ne è fiero.
Si deve respirare il verde che dai tavoli da gioco e dai biliardi rimbalza nelle lampade da circolo e rimane nell'aria come nebbia, dando luce ad oggetti che sanno di storia, con una nuvola di fumo di sigaretta non ostracizzato. Vecchie pubblicità appese ai muri insieme ai calendari di un'era, immagini secolari, poster di sport con basettoni e folte chiome, carte da gioco napoletane consumate e piegate, portacenere di foggia arcaica. Poi una fugace apparizione di euro per svegliarci dal "torpore sentimentale", ma subito riemergono piccoli trofei, le brioche, talco borato dove un ragazzo giovane magari non se l'aspetterebbe, penne e carte per i conti, cappelli, coppole vissute... Roba che parla, con malinconia, ma anche tanto orgoglio. E se questo "dialogo" non bastasse arrivano anche i suoni ovattati che paiono venire da lontano, musichette e spot da radio, parlate gioviali, irose, scherzose, dialetti stretti, tanto da sentirsi ancora più ancorati a luoghi e tempi.
C'è spazio anche per una una nicchia vuota: non siamo santi, né eroi, ma il Popolo, dignitoso e temprato.
Il nostro Di Zio, ragazzo dal gusto artistico davvero sensibile di cui abbiamo già parlato qui, presenterà questo suo film alla Mostra del Cinema di Venezia 69, nella sezione Cinema Corsaro, insieme ad altri due cortometraggi già discussi nell'altro articolo. Di fianco a lui persone di tutto rispetto e di carriera affermata, uno sguardo al link rende pienamente l'idea...
Retorica a parte, ci rallegriamo vivamente, essendo Alessio una persona realmente modesta, non boriosa e carica d'invidia, né sempre pronta ad esporsi con arroganza, ma a cui piace mostrare il proprio lavoro, e con esso le sue profonde emozioni, non rinunciando ad una squisita riservatezza.
Noi non saremo alle proiezioni, ma già applaudiamo da qui.

venerdì 20 gennaio 2012

pugno chiuso e otturatore aperto!

Человек с киноаппаратом (Chelovek s kino-apparatom)
(L'uomo con la macchina da presa)
1929

Unione Sovietica
Regia: Dziga Vertov
Scritto: Dziga Vertov


Si apre il diaframma come l'occhio umano al mattino, quando tutto ancora è calmo e il sole illumina gli ultimi scampoli di sonno. L'occhio meccanico è parte di questa realtà, anch'esso inizia ad adoperarsi per prendere parte al mondo e poi riportalo su pellicola, così com'è. La sua preparazione è come la vestizione umana, il dilatarsi della sua meccanica come una tapparella di un'abitazione. È la realtà.
In L'uomo con la macchina da presa non esistono intertitoli, né sonoro né trama, o meglio, lo scenario è lo scorrere quotidiano della vita, in questo caso nella città di Odessa, con la sua estetica spesso inesplorata, banale per i nostri animi assuefatti, ma che con un'attenzione maggiore brillerebbe sotto molti aspetti.
Qui c'è testimonianza della poesia dei mezzi di locomozione, dei macchinari in movimento, delle catene di montaggio, misti alla folla, perché anche l'azione degli esseri umani è una meccanica. Poi ci sono le carrozze, che uniscono organico e congegno, lo sport, con gli uomini e le loro "estensioni", cioè gli attrezzi come l'asta per saltare o il martello. Stessa importanza viene data ai materiali immobili, quindi alle immagini statiche, contemplando una vetrina, una cassetta postale o un'insegna che parla e non ha bisogno di ulteriore spiegazione, tutto al presunto servizio di un socialismo che poi effettivamente non era stato raggiunto.
Come mostrato tramite questa corrente, il Kinoglaz fondato da Vertov stesso, essendo la camera e la tecnica cinematografica stesse parte del sistema, non si risparmiano effetti d'avanguardia purissima, come mostrare i singoli fotogrammi in pausa, il ralenti, viceversa, le immagini accelerate, le sovrimpressioni, dove gli elementi formano un quadro di grande effetto, addirittura lo "split screen", cinquant'anni prima di essere apprezzato in un, ad esempio, De Palma.
L'operatore, che viene anche ripreso da un'altra camera perché, come detto, è anche lui un operaio a lavoro, è Mikhail Kaufman (anche direttore della fotografia insieme a Gleb Troyanski), fratello del regista, che si impegna in riprese di un dinamismo sfrenato: in bilico su un'automobile in corsa, di fianco, sotto o a bordo di un treno, in moto, fra dei tram, su alture, sbilenche; l'occhio ha fame di realtà, compresa quella più triste. A proposito: siamo nel periodo della cementificazione della teoria sovietica del montaggio, di cui Dziga è largo esponente, e la cosa è visibilissima in questa pellicola, dove la composizione mostra una dialettica del vissuto, con la gioia e la tristezza contrapposte, la vita e la morte. A testimoniare non l'importanza, ma la totale reverenza a questo mezzo, sono comprese sequenze in cui è all'opera la montatrice con pellicola e strumenti, Yelizaveta Svilova, moglie del regista, che vanno quindi a formare il quadro completo del realismo in tutte le sfaccettature, dov'è bandita la finzione e si va oltre la metacinematografia. Tempi anche del "montaggio delle attrazioni" formulato da Ėjzenštejn, quindi abbiamo delle immagini caotiche una appresso l'altra, per dare idea di caos metropolitano, che spingano lo spettatore ad emozionarsi.
Abbiamo prima accennato dell'esistenza nel filmato di visioni tristi, che possono essere, tanto per dire, gente disagiata in strada: curiosa la presenza, trattandosi di un qualcosa che suscita negativo pensiero sociale, ma legittima, essendo Vertov convinto sostenitore, nella sua ottica, dell'ideologia comunista, ha definito importante anche proporre i problemi comunque esistenti. L'artista non fu comunque esente da oscurantismi, le autorità di quello che era già allora pieno "capitalismo di stato" non ebbero sempre simpatia per il suo operato.
Nel finale la cinepresa diventa ancor di più protagonista, in una favolosa sequenza d'animazione a passo uno, una vera e proprio danza del mezzo addetto alla costruzione visiva; si può definire un sentito omaggio per essa.
E mentre lo spettatore continua a guardare la concretezza dell'oggettivo su schermo, l'otturatore si chiude sul diaframma e così anche il "Cineocchio".

venerdì 18 novembre 2011

Kattegat

Häxan
(La stregoneria attraverso i secoli)
1922
Danimarca, Svezia
Regia: Benjamin Christensen
Scritto: Benjamin Christensen

Particolare esperimento nordeuropeo di miscuglio di generi, che ha il merito, a nostro parere giusto, di figurare, secondo celebri punti di riferimento cinematografico, fra i migliori cento horror della storia. Ma la definizione gli va stretta, è infatti un'opera equamente divisa fra documentario e fiction, con l'intento di ricostruire l'evoluzione della stregoneria nel tempo, inframezzando il tutto con una storia sullo stesso tema. Fonda la parte documentaristica sugli studi compiuti da Christensen, eccitati dall'acquisto del Malleus Maleficarum, libro tedesco del XV secolo scritto in latino, che era una sorta di guida all'Inquisizione. Lunga gestazione ha avuto lo script, dal 1919 al 1921.
Monumentalmente diviso in sette capitoli, fa originale uso di illustrazioni, foto di statue e modellini, dettagli di oggetti da tortura, atti a descrivere la base del mondo stregonesco, demoniaco e inquisitorio, partendo dai persiani e passando per l'idea antica di Terra, Universo ed Inferno e dando forte risalto al Medioevo, periodo culmine per questo tipo di credenze. Tutto spiegato con tanto di bacchettina per indicare, scelta dal voluto taglio informativo. Si arriva anche all'era moderna, con l'idea vieppiù diffusa di come quelle che si definivano manifestazioni sovrannaturali in realtà fossero malattie mentali sconosciute, quali la cleptomania, la piromania e quella che tempo fa era definita isteria, aggiungendo anche gli squilibri prettamente fisici, come l'insensibilità di alcune parti del corpo e le deformazioni. Coraggiosi poi certi parallelismi, come quello dei medici/inquisitori o delle docce bollenti degli istituti di cura, pratica forse in uso tempo fa, con il rogo.
E questa è il lato documentaristica, non dirà cose nuovissime per i nostri giorni, non sarà accuratissima, ma è comunque un ripasso che non fa male.
Le parte di finzione, divisa in diverse storie, è un filo più caotica. Il grosso parla di un'anziana accusata di stregoneria da una famiglia, poi inquisita da monaci, rea confessa e accusatrice a sua volta di chi l'aveva denunciata, ma c'è anche una prima parte con una strega sognante e donatrice di pozioni d'amore per perpetue che voglio sedurre preti, ed un'altra, molto bella, di un convento di suore infestato da Satana.
Dicevamo della parte principale, l'attrice protagonista è una bravissima non professionista, tale Maren Pedersen, fioraia, che racconta di sabba resi visivamente in maniera affascinante, fra voli di scopa ed orge, con make up e doppie esposizioni di assoluta rilevanza, tant'è che il regista ringrazia il direttore della fotografia Johan Ankerstjerne e l'art director Richard Louw nei titoli iniziali, dove, per inciso, compare anche lui stesso. Il gusto tecnico è ben presente per tutta la durata, molta cura riposta nelle dimensioni del campo, in 1.33:1, ristretto all'occorrenza da mascherini.
Riproposto in Danimarca con una nuova introduzione nel 1941, poi nel 1968 con tanto di narrazione del celebre scrittore William S. Burroughs, ha fatto la classica trafila per i film muti del continuo cambio della colonna sonora: dagli accompagnamenti dal vivo delle prime proiezioni fino a riedizioni jazz, sperimentali, ecc.
Costato la bellezza di 22 milioni di Corone svedesi di allora, circa due milioni e mezzo di Euro attuali, fu un grande successo in Danimarca e Svezia, fu invece inizialmente osteggiato negli Stati Uniti per le libertà descrittive.

sabato 17 aprile 2010

trance

Dervisi
1955
Jugoslavia
Regia: Aco Petrovski

Breve documentario sulla setta musulmana Rifai e sui dervisci, locati a Skopje, in Macedonia, luogo di produzione della pellicola.
Riprese all'interno del tempio dedicato, con narrazione che spiega nel dettaglio usanze ed arredo sacro.
Suggestiva ed ipnotica la realizzazione, soprattutto nella parte finale, dove i toni si fanno macabri, per via di alcuni riti attivi sulle proprie carni. Importante anche il sonoro, con le musiche e i canti originali.
Memoria storica di luoghi mutati e variegati...
Su Europa Film Treasures.

sabato 5 dicembre 2009

propagazioni

I tempi possono cambiare le paure, oppure conservarle... Nonostante determinati mali persistano anche al giorno d'oggi, in taluni periodi esisteva particolare attenzione dovuta a maggior diffusione locale. Di contro, certe questioni rimangono intatte anche nei nostri tempi, con gli stessi riguardi.
Questo preambolo nasce per presentare delle "pubblicità progresso" retro, create per spiegare, tramite cinematografo, cause ed effetti di alcolismo e tubercolosi.
La realizzazione è ad opera della Lobster Films, con disegni del pittore Marius "O'Galop" Rossillon, famoso per la creazione del Bidedum di Michelin
Petites cause grands effets (1912) ci spiega a cosa porta l'assunzione giornaliera di alcolici, tramite disegni animati "minimalmente". Il tono è abbastanza ingenuo e talune descrizioni presentano un'impostazione forse poco rispettosa.
Stesso tema per Le circuit de l'alcool (1912), che però si concentra maggiormente sull'individuo assuntore e meno su chi lo circonda; forse più attuale del precedente.
Nel 1918 viene distribuito Pour résister à la tuberculouse, molto semplice anch'esso, nonché focalizzato poco su profondità scientifiche e più su dritte circa un certo benessere generale.
Documenti d'epoca interessanti, utili per avere un'idea suoi modi passati di affrontare i malesseri, sulle loro diffusioni temporali ed ovviamente per le modalità tecniche di comunicazione.
Reperibili sul web con una semplice ricerca...