OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...

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sabato 22 settembre 2012

la triste corsa

Svatební kosile
1978
Cecoslovacchia
Regia: Josef Kábrt
Soggetto: Karel Jaromír Erben
Sceneggiatura: Josef Kábrt

Non tutte le richieste possono essere esaudite, comprese quelle pregne di sconsolato Amore, magari legate ad un candido abito nuziale. Così la fede vacillerà e a questa disperata storia assisteranno una Luna perplessa e delle piante piangenti lacrime di sangue. Lei aveva occhi solo per il suo sposo, ma lui ha assunse forma diversa, come il destino che vuole riservarle, lontano dai loro programmi. Lei rifuggirà, temerà, ma poi un sole accecante risolverà. In che modo?
Animazione ridotta al minimo per l'esperto Josef Kábrt, con tratti estetici che sembrano venir fuori da un libro di lugubri fiabe. Ed è proprio l'ambiente adatto, visto che si parla di una trasposizione da un poema di Karel Jaromír Erben, noto esponente del folclore ceco, un promotore di leggende, racconti e canti, boemi, moravi, cechi, slavi, simili a quest'opera.
Kábrt è stato anche collaboratore, nelle vesti di disegnatore dei personaggi, della più nota produzione francese/cecoslovacca La planète sauvage (Il pianeta selvaggio), di René Laloux, e le similitudini sono evidenti.
Svatební kosile, che sta proprio per "camicia nuziale", è stato proposto cinematograficamente anche nel 1925 e nel 2000.

domenica 18 marzo 2012

il fiume dell'attesa

นางนาก (Nang nak)
1999
Thailandia
Regia: Nonzee Nimibutr
Scritto: Wisit Sasanatieng

Una guerra qualsiasi del XIX secolo, non è importante sapere quale, si tratta sempre di bastardo imperialismo che manda al macero milioni e milioni di pedine, che disintegra legami, tutto per il volere di pochi. Essa però non ha potuto distruggere un qualcosa di ancora più potente: l'amore di una moglie fedele. È un sentimento talmente vigoroso da essere immortale, e se sarà destinato a spirare rimarrà comunque nell'animo di chi verrà dopo e lo farà rivivere.
Film nato dall'utero di una leggenda locale, simile a quella presentata in La riconciliazione, di Lafcadio Hearn, e poi anche nell'episodio Kurokami dello splendido Kaidan (1964), fa dell'estremo splendore degli scenari il suo punto forte. Una Thailandia, al tempo della vicenda chiamata ancora Siam, magica, dove brilla una natura incontaminata: poesia di verde e marrone, notti che brillano di un blu elettrico profondissimo.
Quasi a non voler violare questo incanto i dialoghi sono ridotti all'osso, predominati dai due protagonisti che si chiamano soltanto per nome, Nak, Mak; quando sono in ballo certe forze, è inutile "spiegarsi". Lei è Intira Jaroenpura, bellissima, dolcissima e sensualissima, lui è il bravo Winai Kraibutr.
Appuntiamoci il nome di Nonzee Nimibutr, ma anche quelli del direttore della fotografia, Nattawut Kittikhun, e dei musicisti Chatchai Pongprapaphan e Pakkawat Vaiyavit, che hanno creato una sonorità adatta, in maggior parte placida come lo scorrere di un corso d'acqua. Acqua che nel film è vita, ma anche consapevolezza, e il fuoco fine, ma anche coda che si perde nell'infinito.

mercoledì 9 novembre 2011

강성대국

도라지꽃 (Dorajee ggot)
1987
Corea del Nord
Regia: Kyun Soon Jo
Scritto: Choon Goo Ri


Natura che parla. In casi come questo c'è poco da riprodurre scenograficamente. Intento, funzionale alla trama, di mostrare le bellezze montane a pieno compimento. Intento intersecato nella teoria del valore della terra natia, della valorizzazione d'essa come parte di un progetto territoriale, dove tutti e dovunque devono fare la loro parte per la crescita del luogo. È spesso male cedere alle lusinghe di una vita più facile e Park Won Bong lo capirà. Abbandonare il suo villaggio sul monte Tugyŏn, nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, per le luci cittadine lo segnerà a fondo, per esse ha perso Jin Song Lim, incantevole come una campanula ("도라지꽃", "dorajee ggot" in coreano), fiore che è la significativa bellezza del luogo abbandonato. Lei, invece, è rimasta a compiere il suo dovere, addirittura sacrificando la propria vita per la causa. Park Se Ryong, figlio di Won Bong, capirà l'errore del padre e cercherà di vivere ciò che lui ha perso.
Gli splendidi posti da cartolina, con il verdeggiare, i ruscelli, i ghiacci, gli animali al pascolo, si esprimono entro un rapporto d'aspetto dal valore storico come il 1.37:1, sotto la guida fotografica di Tae Kook Choi e Se Woong Park e di quella scenografica di Jon Il Son. Magari l'utilizzo della lente anamorfica avrebbe aiutato la resa degli sterminati paesaggi, ma sappiamo che l'avanguardia tecnologica non era lì di casa, al massimo si è usato un filtro per amplificare la "giusta" eroina protagonista.
È la propaganda della "Kangsŏng Daeguk", la "nazione potente e prospera", quella che però spaccia una società divisa in caste, gerarchica, con un culto della personalità pari ad una vera e propria religione, palesemente anticomunista per una di linea socialista. Però non ci si trova davanti al battage tipico delle avanguardie, ma trattasi di realismo socialista, colorato, melodrammatico ma anche allegro, comprensivo di siparietti musicali. E non è stato di certo messo in secondo piano l'apparato delle sette note, ottimo è il lavoro di Hwang Jin Yong.
Nonostante le spille di Kim Il-sung sulle giacche, è bello vedere un'impostazione così semplicemente romantica nel 1987, sembra di rivedere alcuni classici degli anni Sessanta, neorealismo italiano compreso. In tema di salti nel tempo, nella pellicola presenziano dei flashback, che però sono troppo simili stilisticamente agli avvenimenti che accadono nel presente: è il nostro occhio poco abituato a vedere il presente ed il passato di un Paese sostanzialmente immobile da alcuni punti di vista o la realizzazione non è stata impeccabile (forse per via di scarsa disponibilità economica), nonostante l'uso di giuste transizioni.
Forse unica esperienza ufficiale di regista, scrittore, protagonisti ed elementi della crew, ma i dati provenienti da certi luoghi sono, come ben noto, incerti.
Conosciuto nel mondo (si fa per dire...) come A Bellflower, e Eine Glockenblume nella distribuzione tedesca.

domenica 26 giugno 2011

fascino dall'aldilà

倩女幽魂 (Ching nu yu hun) 
1960

Hong Kong

Regia: Han Hsiang Li
Scritto: Songling Pu, Yue-Ting Wang

Il cinema di Hong Kong andrebbe riscoperto soltanto per il suo animo eclettico, ha saputo infatti fondere diversi generi con grande maestria: horror con forti elementi d'azione, wuxiapan con tratti macabri ed altro. Ching nu yu hun è un mix di fantastico, sentimentale ed orrore, con una storia di Songling Pu ripresa poi anche nel più celebre e recente Storia di fantasmi cinesi, primo di una trilogia di cui probabilmente parleremo anche in futuro.
Soave, con il suo incedere lento che però non annoia, merito anche della viva fotografica che trasporta lo spettatore in un ambiente etereo e fiabesco. Questo, che varia di scelta cromatica secondo tensione e calore del momento, è palesemente "cartonato", ma ciò non influisce affatto sulla resa. Parrà un accostamento anomalo, ma a tratti sembra di vedere comunanze con i lavori più noti del maestro Mario Bava.
I costumi ed il trucco dal sapore tradizionale ornano i frequenti primi piani, mezze figure, mezzi busti e, tecnica non sempre sfrutatta a dovere, piani americani, in questo caso fondamentali per l'ammirazione delle vesti. Alle seguenti maestrie aggiungiamo anche la professionale gestione delle carrellate; niente zoom esagerato tipico del periodo!
La storia parla di spettri capaci di amare esseri umani e demoni che invece fanno loro del male, con eroi pronti a risolvere le brutte situazioni.
Prodotto dallo Studio Shaw, che con i suoi film di kung fu e wuxia, è diventato il simbolo del cinema hongkonghese.
Conosciuto con il titolo internazionale di The Enchanting Shadow e, nonostante la lingua principale di Hong Kong sia il cantonese, l'audio è in mandarino.

mercoledì 16 settembre 2009

flessuosità

빈 집 (Bin-jip)
(Ferro 3 - La casa vuota)
2004
Corea del Sud
Regia: Ki-duk Kim
Scritto: Ki-duk Kim

Un'emozione sensoriale: termini utili per definire questo film.
L'estetica dell'impalpabile, dell'etereo e del suo presenziare sulla Terra.
Un giovane, Tae-Suk, "vive" delle abitazioni, approfittando dell'assenza dei proprietari. In una sfarzosa villa viene a contatto con una donna maltrattata dal compagno, da qui l'inizio del condividere.
Una trama leggera come i movimenti del protagonista nella scena della cella, come la personalità della ragazza incontrata. Notevole come l'uomo viva gli oggetti che trova nelle case, nel modo più naturale ed accurato sentimentalmente, come potrebbero farlo i proprietari. Questi però, a parte un esempio mostrato, li usano come estensione delle loro frustrazioni e disagi, sarà anche il ragazzo a farne le spese, non per contatto volontario, ma per maligna imposizione della società materialista. C'è la sua voglia di cambiare le cose positivamente, rappresentata metaforicamente dal lavaggio dei panni presenti e dall'aggiustare degli oggetti trovati danneggiati, nonché il tentativo di dividere il bene trovato (vedi scene delle foto).
Evocative anche le sequenze del golf: Tae-Suk porta via al marito della donna mazza (da qui il titolo della pellicola) e palline da golf, che userà tenendo le sfere legate con un laccio ad un albero. Fantasia che non vuole prendere il volo? Nonostante si spinga con forza, viene, da molti, immobilizzata? C'è anche un epilogo tragico, la pallina si distacca e ferisce una donna, possibile volto delle derive violente e dannose.
Finale da antologia: quello che non si può cambiare può essere compensato con l'anima...
Musica sublime e dolcezza generale, ottima la scelta di non far parlare mai i protagonisti.
Film consigliato davvero a tutti, ci ha sorpreso il fatto che, attualmente, in altri Paesi possa essere creata e "massimalmente" apprezzata un'opera così profonda e sensibile, mentre nelle nostre lande è arcinoto che bisogna sfornare carne e potere in quantità, nonostante le rare eccezioni.
Da vedere senza attendere remake arrogati e cambiati di senso.