OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...

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martedì 9 aprile 2013

perisca il giorno in cui nacqui

胎児が密猟する時 (Taiji ga mitsuryô suru toki)
(Embrione)

1966
Giappone
Regia: Kôji Wakamatsu
Scritto: Yoshiaki Ôtani (Masao Adachi)


Il direttore di un centro commerciale porta nel suo spoglissimo appartamento-loculo una commessa sua sottoposta, per passare del tempo notturno assieme. Ella è null'altro che un pezzo di carne capace di fare qualche calcolo ed intendersi di merce; è immonda, può credersi razionale perché rientra in determinati ranghi organizzati, è dipendente dal giudizio dell'entourage sociale che le gira intorno, è un sacco di merda che non sa distinguere genitori da fratelli, la carne, l'amore, il piscio, lo sterco, l'umanità
Lei, come le altre, si immagina libera e si trasforma in bestia, perché procrea individui come lui, che starebbero meglio residenti perennemente nell'agio del grembo. Madri colpevoli, che hanno preferito figliare e lasciare il mondo, che non hanno ceduto all'ennesimo accesso edipico, mogli colpevoli perché volevano figli in maniera disumana, non dal proprio uomo. Donne che hanno sempre cercato e ricevuto violenza: Maria Antonietta, sangue che diventa sangue.
La commessa, per l'uomo, non si rivela donna dei sogni ma corpo da tre soldi, che fa puerili moine. È utile per vendicarsi sulla razza procreatrice, da rieducare ad una condizione di pura unione di corpo e di spirito.
Lei, nelle pause dell'espiazione, avrà anche modo di dover cancellare dalla sua testa, in maniera drastica, l'idea che la strada percorsa con lui sia favorevole, più del suo grigio giornaliero.
La soluzione potrebbe essere la riunificazione in lei, con essenza di donna, di madre ed ex moglie del tizio, incorporate. Lui in stato embrionale, spento. Soluzione possibile anche per lei.

venerdì 28 dicembre 2012

batticuore

Absurd Encounter with Fear
1967
Stati Uniti d'America
Regia: David Lynch
Scritto: David Lynch

Diceva un tale: «Il sentimento più forte e più antico dell'animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell'ignoto». Paura dell'oscuro mondo che può eruttare dai meandri della psiche umana; paura che può essere un'indistinguibile situazione in un campo lungo. Un tempo che scorre e tarda a dare risposte può esser terrore, non da meno l'avvicinarsi di una catarsi che non libera e non rivela nulla. Angoscia può crearsi quando arriva l'inaspettato, nel momento in cui non si presenta ciò che avevamo ipotizzato, così come nel frangente in cui un fulcro ritenuto tranquillo manifesta ambiguità.

venerdì 17 agosto 2012

«Le donne sono esseri pratici che posseggono solo l'istinto di preservare i loro geni»

충녀 (Chungyo)
1972
Corea del Sud
Regia: Ki young-Kim
Scritto: Ki young-Kim, Sung-ok Kim

             «In tutti questi anni ho studiato gli insetti,
ed esiste il caso interessante di una femmina
che divora il proprio compagno dopo l'accoppiamento.
Ho osservato casi simili, in cui una femmina
logora un maschio, anche negli esseri umani».

Ricerca di dominio, sopraffazione sul "sesso forte" a scopo egocentrico, per guarire le proprie mancanze tramite una soddisfacente vessazione. Catturato un esponente nella tela, esso viene sollazzato,  non ci sia accorge che l'opera di cannibalismo è già iniziata.
Il signor Kim, uomo di mezza età, vive in una famiglia benestante, dove la moglie è la parte dura, i guadagni arrivano dalla sua dirigenziale attività lavorativa. Lei è ferrea e pragmatica, lui è ritenuto un fallito, vive di beneficio economico, in più non riesce neanche ad appagare desideri sessuali, essendo impotente. Impotenza simbolica, lui è un perdente in tutto. I figli paiono compatirlo, anche se hanno animi più sensibili, sono metafora della modernità, del cambio generazionale, più flessibili rispetto alla madre, infatti in principio paiono accettare la forma negativa del loro genitore.
A sconvolgere tutto arriva una giovanissima studentessa, appena diciannovenne e di famiglia disagiata, che, tramite un forzato lavoro d'accompagnatrice da bar, viene in contatto con Kim diventandone la concubina, in un torbido patto in cui la moglie "ufficiale" accetta di spartire l'amato perché tramite la giovane l'uomo ha ritrovato capacità sessuale. Divideranno cinicamente la "preda", metà giornata l'una e metà l'altra, ma la cosa non sarà comunque affatto facile da gestire.
Ki young-Kim parte dal suo capolavoro, Hanyo (The Housemaid, 1960), padre di due chiari remake, e propone il tema anche con una forma leggermente differente, facendo venir fuori questo The Insect Woman, tra l'altro nuovamente riproposta dallo stesso Kim nel 1985, con il film Yukshik dongmul.
Se la trama sta così tanto a cuore, non deve sorprendere che il formalismo ha comunque le redini, partendo da una fotografia che alterna le luci secondo le emozioni presenti, con l'impegno dello stesso regista ad allestire il set personalmente. C'è un dominio di focoso rosso e di riflessi, importanza per le illuminazioni diegetiche e per la profondità di campo, con il fondo che può anche essere fondamentale, come un'incursione nell'animo, leggermente nascosta, perché si nota la presenza di un rappresentativo prop non a fuoco che copre parte dell'inquadratura. Le angolazioni sono ricercatissime, scandagliano le personalità dei singoli da inaspettati lati, perché tutti hanno un lato oscuro. A violentare una struttura lineare arrivano degli elementi che paiono parto di una realtà parallela, quali un ambiguo bambino che poi diventerà fondamentale, fantasmi e situazioni da giallo nonché da horror, che rompono lo schema classicamente realista. La casa dove l'uomo vive con la concubina è essa stessa un folle contenitore di angosce, con spaventosi accessi e cardini di potere, le riprese dal piano superiore aiutano lo spettatore a calarsi nell'antro malefico.
Ossessivo il calcare la mano sulla tematica della riproduzione umana, invasiva e succhia sangue, così come sulla rappresentazione di una Corea del Sud in costruzione, che si vorrebbe costruire su società "occidentalmente" maschilista, ma la realtà, come si vede, è ben diversa.
È bellissima Yeo-jeong Yoon, che offre giovinezza all'uomo, voluttuosa carne e caramelle. È affascinante nel suo tic facciale, che ricorda proprio il movimento della bocca di un insetto, di una mantide.

domenica 12 agosto 2012

da dietro una porta

Videohunter
Episode One
Murder on Eisenstein St.
2012
Russia
Regia: Bakshaev
Scritto: Robert Monell

Strade che prendono una piega anomala, straniamento.
Si inizia con una telefonata. Tutto sembra nella norma, scorre la vita lavorativa, fra innovazioni tecnologiche e metodi tradizionali. Una normalità comunque tinta di giallo, c'è una tensione sottile, man mano crescente. Poi arriva l'inaspettato, il criminoso si lega con l'empatico, psicologia di gesti, suoni e silenzi. Momenti alienanti, stordimento, nello stesso tempo percezione profonda dell'umano.
Ennesimo colpo a segno di Bakshaev, che mette in scena in maniera magistrale la prima puntata di una web serie scritta da Monell.
Fotografia torbida, ricca di luci e penombre, recitazione compassata (brava Eugenia Vinnik), come richiesto dal tipo di cortometraggio, citazionismo di classe.
Ancora una volta fondamentale l'apporto di Alexander "FLE" Zhemchuzhnikov alle musiche.
Per attimi si respira Godard...

lunedì 4 giugno 2012

derattizzazione

The Contraption
1977
Regno Unito
Regia: James Dearden
Scritto: James Dearden

Capiamo che sta succedendo qualcosa di torvo grazie alla magistrale tecnica che gioca con le inquadrature su di un lavoro di bricolage. I dettagli sono esasperati, le azioni rallentate, ogni movimento è seguito e realizzato con certosina maestria; le luci sono tenui, abbonda il chiaroscuro; i suoni sono cupi e rimbombanti, in più c'è un contrappunto sonoro, fuori dalla tematica, esso è la nostra lanterna guida per capire con che tipo di tema abbiamo a che fare.
Se non fosse per l'aspetto formale sapremmo anche apprezzare il lavoro, nelle sue finezze, nel misconosciuto fascino degli oggetti, della materia.
Ma un matrimonio ha "creato" un topo, un "bloody mouse" che va eliminato.
Protagonista Richard O'Brien, il celebre Riff Raff di The Rocky Horror Picture Show.

giovedì 24 maggio 2012

dietro il telo blu

ビジターQ (Bijitâ Q)
2001
Giappone
Regia: Takashi Miike
Scritto: Itaru Era

Una famiglia giapponese, non è importante il nome, di un macrocosmo sovrappopolato come quello dell'Estremo Oriente. Non è il caso definirla apparentemente normale, perché l'inizio è subito chiaro, e vede Kiyoshi, il padre, giornalista fallito alla ricerca di uno scoop sensazionale, analizzare il mondo cruento degli adolescenti. Per iniziare niente di meglio che un incesto con la giovane figlia prostituta, nonostante la pseudo riluttanza di lui. Finisce come deve finire, e tanto per mostrare come sono questi bramati adolescenti, lei avrà il tempo anche di turlupinare il padre per la prestazione e sbeffeggiarlo per il poco denaro che ha dietro.
A casa non va meglio. La madre, Keiko, è costantemente vessata e picchiata dal giovane figlio, forse per sfogare la sua rabbia da vittima di bullismi molto pesanti. Lei è remissiva, fra l'indifferenza generale subirà fino a riportare gravi ferite e una camminata claudicante. Ma continuerà imperterrita la sua vita, tanto a consolarla ci sarà, sorpresa, l'eroina, acquistata tramite, sorpresa due, la vendita del suo corpo, ad individui dai gusti non standard.
A svegliarli da questo torpore arriverà il Visitor Q, personaggio di dubbia provenienza che si presenterà con una sassata in testa al padre; subito chiare le sue intenzioni, è una sveglia, un angelo/demone in forma umana.
Mentre al padre va sempre peggio, infatti arriverà anche ad uccidere la collega che non vedeva di buon occhio il suo progetto di lavoro, oltretutto facendole pagare, IN SEGUITO, le sue turbe, la madre peggiora e il figlio è ancor più maltrattato, il "visitatore" arriverà a completare la sua opera. Ne avrà per tutti e tre, poco più in là anche per la figlia, che si ricongiungeranno nel simbolico latte materno della signora Keiko, sgorgante a fiotti, segno di un ritrovato credere in se stessa. Finalmente scopriranno "armonia": i genitori collaboreranno fra di loro, Kiyoshi aiuterà, in maniera violentissima, il figlio e si sentirà appagato, il ragazzo rientrerà felice nelle grazie materne. Missione compiuta.
Laidissimo eccesso mascherato da cinema verità, il formato digitale, il 4:3, i soli suoni senza musica, vogliono dare idea documentaristica e vi riescono ancor più di riprese reali. Una società alla deriva, dove sono lesi tutti i rapporti: famigliari, d'amicizia, lavorativi, con il proprio ambiente, quale può essere la casa, con gli estranei. L'importante è censurare e non far apparire, come nella famosa sfocatura degli organi genitali giapponese, tale da permettere al mondo di non vedere.
Nichilismo sociale, forse riabilitabile a sassate sulla testa, per passare ad un gradino emotivamente più funzionale, ma uguale marcio e perverso.
È vero Takashi Miike, in una delle sue molteplici forme.

giovedì 3 maggio 2012

koniec

Morderstwo
1957
Polonia
Regia: Roman Polanski
Scritto: Roman Polanski

Questa è l'attesa della morte in un mondo quotidiano. Essa arriva, come talvolta accade, con flemma, porta via con una certa metodica, non senza una certa spettacolarità. Quando scocca l'ora a nulla serve ribellarsi, sarà troppo tardi, il guizzo potrebbe solo aumentare la sofferenza. Com'è venuta così va via, nel silenzio di uno sguardo fisso, di un piano fisso, come un'ombra che scivola via, lontano.

lunedì 30 aprile 2012

una sciarpa nella nebbia

The Lodger: A Story of the London Fog
(Il pensionante)
1927
Regno Unito
Regia: Alfred Hitchcock
Soggetto: Marie Belloc Lowndes
Sceneggiatura: Alfred Hitchcock, Eliot Stannard

Il pensionante ha un volto molto dolce, ma nello stesso tempo i fatti portano a vederlo con un alone perverso, il bianco del cerone diventa quello del volto della morte e gli occhi languidi perversione omicida. Daisy, figlia dei padroni della pensione si è ormai infatuata, la madre è invece sospettosa, il padre più distaccato. Le nebbie di Londra nascondo dei misteri. Un poliziotto fa il filo alla ragazza, e non ha in simpatia il loro cliente...
Fortissima influenza della avanguardie tedesche per questa quinta opera di Alfred Hitchcock, ritenuta però il sincero esordio. Gli stilemi del maestro, la cura estrema che verrà riposta poi nel periodo americano è già presente: i pensieri accentuanti da semplici piani, dei dettagli espressivi che parlerebbero anche senza intertitoli, la donna diafana, delicata ma sicura di sé, il soggetto per cui lo spettatore parteggia e rifugge, i cameo del regista stesso, ma soprattutto il classico tema giallo, con i dubbi che si sciolgono solo a fine pellicola, comprendendo anche una sorta di doppio finale.
Ma ombre, accento su alcune parti scenografiche, tra cui porte e scale, sono evidente impronta espressionista, mentre la lenta e spesso solo accennata recitazione presente in alcuni momenti è più vicina al Kammerspiel. Da espressionismo tedesco anche i magnifici, seppur brevi, titoli d'inizio pellicola di E. McKnight Kauffer, che fanno riferimento alla figura del triangolo ricorrente nella pellicola: il triangolo lasciato sui biglietti dell'assassino, il triangolo amoroso...
Ispirato da libro omonimo e lavoro teatrale (Who I He?) di Marie Belloc Lowndes, portato sullo schermo altre sei volte: con lo stesso titolo, The Lodger, nel 1932, nel 1944 e nel 2009 e nella serie Armchair Mystery Theatre del 1965, chiamato Man in the Attic nel 1953 e con la traduzione tedesca Der Mieter in un film TV del 1967.

domenica 15 aprile 2012

rose bianche, morite!

Adoration
1987
Belgio, Francia
Regia: Olivier Smolders
Scritto: Olivier Smolders

Il terzo occhio della camera fissa è in realtà l'interno della mente di Issei Sagawa: un ambiente essenziale, in cui l'unica presenza realmente viva è l'attesa, quella per la compagna di studi alla Sorbona Renée Hartwelt, e per ciò che dovrà perpetrare. Lampi di transizioni fluttuano come pensieri. In sottofondo il rumore dello scorrere della pellicola, la memoria di Issei, un archiviare che nel prosieguo avverrà in maniera più materialistica. A conferma dell'idea del diegetico unito all'extradiegetico vi è la mistura fra l'onniscienza del campo totale e la soggettiva del protagonista, che coglie attimi di vitale riferimento, tipo il consumo della cena, per l'atto che succederà di lì a poco.
Renée recita candide poesie, l'esame di fine ciclo di letteratura inglese è vicino; esse parlano di verginità, di biancore, di fiori, apparizioni e forti emozioni, saranno registrate su nastro, qui l'atto materiale, che più che scorrere nel registratore si avvolge al cervello di Sagawa.
Uno scoppio e poi l'amore, l'adorazione, l'assaggio dell'immacolata carne di lei, la sua voce suadente nell'aria dopo un "play", la testimonianza campo/testa che continua anche in plongée, il corpo esile di lui, mentre, nel consueto totale, quello di lei, nudo e martoriato dalle emozioni di Issei, è ancora più in rilievo, ancora più bello.
Qui, nell'interpretazione di Smolders, Sagawa pensa di aver completato il suo vissuto, e, con uno sguardo vorticoso, pone fine "nipponicamente" alla sua esistenza, cosa mai avvenuta in realtà.
Già, in realtà.

martedì 28 febbraio 2012

bambini del passato

Voices
(E se oggi... fosse già domani?)
1973
Regno Unito
Regia: Kevin Billington
Soggetto: Richard Lortz
Sceneggiatura: George Kirgo, Robert Enders

Fin dove arriva la follia? Chi può delimitare la linea del lecito? Una mente distorta apre delle porte sconosciute?
Il trauma di Claire è infinito, il suo senso d'impotenza fortissimo, lei non riescere a dimenticarne ciò che è successo, al contrario di suo marito Robert che, con il tempo, ha accettato la cosa. Cos'è successo? Il loro figlioletto David si è perso per sempre nei pressi di un canale, durante un loro momento di distrazione.
Ad attutire la sofferenza dell'uomo c'è forse la consapevolezza dell'impraticabilità e della fine di un rapporto edipico fra Claire e David, descritto da lui come covato dentro, ma ugualmente inconcepibile per una madre ed un figlio. Oltretutto il fattaccio avviene proprio quando marito e moglie stanno facendo l'amore, come a ribadire il concetto di territorialità, talmente forte che riesce ad annullare le anomalie, più del dovuto...
La donna lotta fra due mondi, alternati fra un minuto e l'altro, descritti a noi spettatori con un ritmo cadenzato, esplicativi flashback, toni seppia, tanta cura negli inserti e soprattutto una scenografia ristrettissima: la quasi interezza del film si svolge in un ambiente unico, una grande stanza neanche tanto caratterizzata.
Il bipolarismo di Claire ha forse un potere particolare, o forse è stata colpa del destino, ma i due vivranno un'esperienza allucinante...
Horror/thriller di innata classe "british", c'è un grandissimo David Hemmings e una altrettanto brava Gayle Hunnicutt.
Parte della storia è ormai un classicissimo, conosciuta anche al grande pubblico tramite The Others o Il sesto senso e ripresa diverse altre volte con meno clamore. Si presume che l'origine sia in Carnival of Souls, stupenda pellicola del 1962, ma il soggettista di questo film, Richard Lortz, l'ha presentata in un precedente lavoro teatrale, portato anche sugli schermi nelle serie Suspense, con l'episodio The Others, e con lo stesso nome della puntata in Armchair Theatre, datate rispettivamente 1953 e 1970. Fra scritto teatrale e prima apparizione c'è da credere che Lortz sia l'autore originale.
In Italia è passato in TV anche con i nomi Presenze e Strani fenomeni.

venerdì 27 gennaio 2012

il sonno della dominazione

Dreamgirl
1966 (circa)
Stati Uniti d'America

Dormiveglia e sonno irti di passione estrema, sfrenato piacere parallelo al dolore, quel masochismo che par contro natura e invece diventa strumento di benessere per tanti umani.
L'uomo qui ritratto sfoga la sua pulsione e si mette a capo di una folta schiera di maschi che covano desideri di questo stampo, in parte specchio di puro libertinaggio, in altri casi derivati da misoginia e sconfitte al cospetto dell'altro sesso. Fra transizioni ad iride, il palo al centro dello schermo si fa albero della cuccagna, pronto ad ospitare anche il rovesciarsi della situazione, quando l'aguzzino dormiente inizia a desiderare la sottomissione, e via, in nuova rappresentanza di milioni di signori sparsi in tutto il globo, fino ad arrivare al massimo della libido.
Conosciuto anche come Stacey Walker, Dreamgirl è una probabile parte iniziale di una pellicola sexploitation mai completata, che diventa involontariamente metafora di desiderio inespresso. Prodotto da David F. Friedman, celebre produttore ed esponente d'exploitation, partecipe anche in alcuni titoli di Herschell Gordon Lewis, e interpretata da Stacey Walker, che in quell'anno compare anche in un altro paio di pellicole di genere.

lunedì 19 dicembre 2011

vendetta fra due continenti

İntikam Kadını
1979
Turchia
Regia: Naki Yurter


Il "rape and revenge" non è certo un genere che ha l'originalità dalla sua, l'evolversi delle vicende è sempre quello di violenza e conti da far pagare, una situazione che all'exploitation ha fatto sempre comodo.
Il lavoro ora trattato è un corrispondente turco del più celebre I Spit on Your Grave (Non violentate Jennifer, 1978), con la bella donna stuprata che si vendicherà amaramente; niente spoiler da inserire, è la trama strandard.
Davvero povero sotto vari fronti, sono più d'una le situazioni inverosimili e troppo sbrigative. La protagonista subisce la brutalità troppo remissivamente, in più deve incassare un lutto che viene liquidato con troppa fretta, oltretutto il senso dello stesso è abbastanza strano. I fautori del crimine sono abbastanza laidi, già il primo incontro la vittima li aveva bene stimolati, ma poi il tutto avviene in un momento di apparente tranquillità.
Gli omicidi vendicativi sono visivamente da due soldi, solo uno è salvabile per freddezza, ma compiuto con un coltello sporco di sangue prima del tempo, altri sono caratterizzati da eccesso di staticità delle vittime, ed un caso in particolare viene solo suggerito, neanche con tanta meticolosità, a dire il vero. Fra riprese "nervose" e zoom artistici e non a iosa, interpretazioni mono espressive e musiche utilizzate presumibilmente senza averne il permesso, si va avanti.
Cosa di non secondo piano è la presenza di qualche inserto erotico soft, anche abbastanza prolungato, un paio di volte grottescamente musicato da Pulsar di Vangelis. Si può dire che, alla fine, l'essenza del film è solo la messa in mostra di atti carnali e grazie della protagonista, Zerrin Doğan, non alla sua unica esperienza del settore, che sotto forma di vendicatrice assurge un ruolo da fatale aggressiva, che non si fa problemi neanche a giacere nuovamente, ma di sua spontanea volontà, con uno dei carnefici.
Più sexploitation che altro, interessante per dare un'occhiata al panorama cinematografico e sociale turco del periodo, che faceva versioni nazionali di film ben più blasonati, un antesignano dell'Asylum.
Su qualche fonte confuso con Öyle bir kadin ki, per via dello stesso regista e della stessa protagonista.

venerdì 2 dicembre 2011

tentativo

Picknick
1977
Paesi Bassi
Regia: Dick Maas
Scritto: Dick Maas, Lietje Boissevain

Il nederlandese Maas è noto da noi per l'ottimo L'ascensore (1983), rimasto nella mente di molti anche per via dell'ampia circolazione del trailer in TV. Discreta fortuna ha avuto anche Amsterdamned (1988), che si avvicina all'altro per originalità del soggetto.
Questo Picknick appartiene al decennio precedente, ma già faceva notare le potenzialità dell'artista.
È un breve cortometraggio di circa 5 minuti, thriller con venature di commedia, ben fotografato e con una soddisfacente attenzione ai dettagli.
Abbastanza prevedibile, per la gioia dallo spettatore preda dalla sindrome dell'"ho capito", ma non per questo noioso da seguire, anzi, l'evolversi è grottescamente simpatico.

mercoledì 30 novembre 2011

due gioielli nel bianco

Les yeux sans visage
(Occhi senza volto)
1960
Francia, Italia
Regia: Georges Franju
Soggetto: Jean Redon
Sceneggiatura: Pierre Boileau, Thomas Narcejac, Jean Redon, Claude Sautet, Pierre Gascar


La rinomata importanza di un pezzo di carne, una cartilagine, un frammento di epidermide. Non alludiamo a funzioni atte al funzionamento del corpo, ma alla considerazione che ha la società della "scatola". In tal senso, il tempo ha imparato ad accettare anche optional non naturali, l'importante è la funzionalità sull'occhio altrui.
Il dottor Génessier è un bravo medico, peccato che pecchi di... onnipotenza. Per la scienza è disposto anche a decidere chi debba vivere e chi no, su quali esseri viventi fare pratica, chi debba beneficiare dei suoi successi e chi ne debba fare le spese. Addirittura può permettersi di fare il comodo proprio nei cimiteri, anche mentre in cielo passa un aereo, simbolo di progresso tecnologico, a terra avvengono le sue sperimentazioni semi divine, in stile costole estratte per altre creazioni. A farlo rimanere umano c'è però la paura del fallimento, sempre vigile, anche dentro chi gli sta intorno. Una presenza è Louise, una sua "creatura", visto che ha beneficiato di un intervento ricostruttivo che le ha dato nuova linfa vitale, e non ultima, ma protagonista, sua figlia Christiane, "occhi senza volto", perché il suo viso si è disfatto in un incidente stradale, tra l'altro, a detta di lei, provocato dalla superbia del padre presente anche in strada. Con un freddo stratagemma la si fa passare per morta, di modo che lo "strumento" sia disponibile in maniera indisturbata, si deve infatti tentare la ricostruzione del viso, non si sa quanto per amore o quanto per mania di potere. Ma se per sperimentare tecniche bastano dei poveri cani raccolti in strada, per il fulcro dell'operazione serve pelle fresca, connotata similmente a quella di Christiane, e Parigi ne è piena, orsù! A reperire ci penserà Louise, ci si fida di più di una donna dai modi gentili. Le mosse di lei sono rese caricaturali dalla presenza di una buffa Citroën 2CV e dalla farsesca musichetta di Maurice Jarre; contrappunto che davvero sa creare un'ottima via di linguaggio.
Ad un certo punto pare che l'operazione sia andata a buon fine, la ragazza può togliere la maschera che copriva le sue piaghe e mostrare un viso talmente angelico da sembrare di carta velina, che il padre continua a gestire permettendosi di dire anche quando un sorriso si è spinto troppo in là. Christiane aveva un ragazzo, e forse, anche sotto mentite spoglie (lei era ufficialmente morta), potrebbe rivederlo... Lui, fra le altre cose, ha un ruolo di rilievo, insieme alla polizia locale. Purtroppo le speranze decadono dopo poco, il tessuto è rigettato, iniziano a presentarsi ematomi e necrosi, tutto torna come prima. Ma questa è la goccia: occhi senza volto ormai è allo stremo psicofisico, non rimane che punire i colpevoli e ricongiungersi, insieme alle altre cavie, con la natura non modificata dalle mani umane.
Classico senza tempo, tenendo fede al fatto che è una produzione franco-italiana, pesca un po' dal gotico e meno gotico nostrano di allora, tipo quello marchiato Freda e Bava, vedi I vampiri, e un po' dal giallo o thriller metropolitano, anche francese, vedi il bellissimo I diabolici di Clouzot.
Prove attoriali di prim'ordine, con un'eterea Edith Scob nella parte di Christiane, espressiva con la maschera tanto quanto senza, e Alida Valli nei panni di Louise. Pierre Brasseur è il gelido dottor Génessier, una maschera di ghiaccio.
Regia e fotografia magistrali, si percepisce il passato dedito al documentario di Franju, è stato molto abile nel descrivere la freddezza degli eventi, così com'è funzionale la trama, ispirata ad una novella di Jean Redon, durante gli omicidi, asettici come una sala operatoria. A proposito: la sequenza dell'intervento su di una vittima ha perso un po' di effetto oggi, ma allora era fortemente scioccante.
Fotografia realisticamente ben illuminata, carrellate cadenzate, movenze delicate. Ma anche puntate ironiche a smorzare il ritmo teso.
Probabilmente uno dei migliori cento film horror della storia.

lunedì 28 novembre 2011

il candore delle spose

Living Dolls
1980
Stati Uniti d'America
Regia: Todd Coleman
Scritto: Todd Coleman

Voci, richieste, richiami, sottofondi, sono come un martello pneumatico nel cervello; oppressione, quotidianità che racchiude flashback come una scatola cinese, tutto diventa un agglomerato di cacofonia ossessiva.
Ma il buon Melvin, che lavora in un "infernale" negozio di articoli da sposa teatro di tali manifestazioni, ha il suo rifugio: la stanza ai piani superiori dove sono depositati i manichini, anzi le "manichine", sono di forma muliebre, quindi ci licenziamo con il femminile. Queste, che abbiano assorbito le umane caratteristiche o che prendano quella forma negli infiniti mondi dentro il suo cranio, gli comunicano alla solita maniera: con assillo. La funzione di rifugio entra però in gioco quando egli può azzittirle, anche in maniera sfogante. Il problema si fa più vivo quando diverranno meno controllabili e motteggiatrici, e ancor di più quando saranno un tutt'uno con i loro omologhi in carne ed ossa, ovviamente in abito bianco. Purtroppo per Melvin, il suo destino sarà essere depredato del suo essere, acquisito dal quel mondo cannibale.
Todd Coleman produce, scrive e dirige questo cortometraggio nato come progetto studentesco, vincitore di diversi premi e trasmesso da TV via cavo statunitensi, in contenitori quali USA's Night Flight e Saturday Nightmares. Compatibilmente con altre attività, Coleman tornerà ufficialmente nel cinema nuovamente con un corto, Thanksgiving, dramma familiare del 2005. 

lunedì 7 novembre 2011

pappa buona!

八仙飯店之人肉叉燒包 (Bat sin fan dim ji yan yuk cha siu bau)
1994
Hong Kong
Regia: Danny Lee, Herman Yau

Scritto: Law Kam Fai

Cult ben conosciuto fra gli appassionati di cinema orientale, tant'è che viene ricordato fra gli horror/thriller di Hong Kong di maggior rilievo e collocato nell'insieme dell'exploitation e qualche suo sottogenere, ad esempio la shockploitation. Si proclama basato su un fatto di cronaca davvero accaduto, una delle sue locandine recita: "based, unfortunately, on a real events", ed effettivamente la storia è verosimile, aggiungiamo anche noi purtroppo.
Wong Chi Hang fugge da Hong Kong, dove ha perpetrato un omicidio, per rifugiarsi a Macao, vivendo con la gestione di un ristorantino; ma il lupo perde il pelo, è proprio il caso di dirlo visto che nel passaggio cambia aspetto fisico rasandosi, ma non il vizio.
C'è poco da sottovalutare nel giudicare questo film. Per quanto citato come violento e basta, è realizzato di tutto punto: è anche comico, oseremmo dire con una soffiata slapstick, ma prevedibilmente siamo sempre entro un ambito grottesco, che parte molto marcato all'inizio e va, volutamente, man mano affievolendosi per far posto alla serietà. I personaggi da sorriso tirano fuori lati truci, le vicende da prese sottogamba diventano meritorie di seriosità, fino al climax finale. Ciò spiazza lo spettatore, che si ritrova a dover sgranare gli occhi, provando disagio per la violenza perpetrata, mai sopra le righe, ma cinica, freddissima e schematica, con tanto di ornamentale cliché cinematografico che non sveliamo. Questo fa di The Untold Story, come conosciuto internazionalmente, una pellicola sconsigliata non solo ai deboli di stomaco, recettivi al lato organico, ma anche a coloro di facile turba psichica, perché qui "non si fanno prigionieri", ce n'è per tutti, anziani e bambini compresi, e pure per il protagonista, il premiato miglior attore agli Hong Kong Film Award del 1994, Anthony Wong Chau-Sang. Dopo la visione c'è da avere un diverso rapporto empatico con i tipici ristoranti di Repubblica Popolare Cinese e sue amministrazioni speciali, magari abbandonando il sogno di visitare questi luoghi. Perché è il desiderio di milioni di italiani mangiare in un posto tipico di Macao, nevvero? A proposito: interessante, per i più attenti, l'ambientazione, utile a rendere idea di come poteva essere la vita nel luogo, ancora sotto gestione portoghese. Presenti anche parallelismi fra la regione e Hong Kong, e brevissimamente anche con la Cina continentale, forse voluti, forse una critica all'uno o all'altro, chissà!
Score musicale minimo, molta più importanza ai dialoghi.
In lingua cantonese, ma ben reperibile sottotitolato in italiano, grazie ai soliti benemerti che ci permettono di gustare queste perle.
Ha avuto due seguiti, oggi definiti "reboot", con vicende slegate dall'originale.
Il regista Danny Lee è anche produttore ed interprete della figura dell'ispettore.

sabato 22 ottobre 2011

la paura nei suoi occhi e il coltello nel suo petto

Angst
1983
Austria
Regia: Gerald Kargl
Scritto: Gerald Kargl, Zbigniew Rybczynski

Lui si procura eccitazione e appagamento tramite violenze metodiche, crude, senza estetizzazioni e dettagli di contorno, tutto come il cadere di una goccia, presente in forma sonora all'inizio ed alla fine: incisivo e preciso, macchinoso e ispirante. Da piccolo è stato con la nonna; la madre, che aveva cacciato il padre di casa, non lo voleva. Successivamente, dopo "piccole" storie, ritornò a casa, ma veniva maltrattato dal subentrato patrigno, dalla sorella, dalla madre... Madre che poi uccise, poi toccò ad un'anziana. Tutto ciò successivamente avrà legame simbolico con delle azioni.
L'insieme degli avvenimenti è mostrato nella sua interezza, perché ogni attimo è utile allo scopo, eventuali ellissi non renderebbero bene l'idea. Le vittime non sono persone con una loro storia, come fotografie trovate vorrebbero rendere noto, come il loro posto nella società vorrebbe far credere, come mostrano le loro debolezze, vizi e curiosità, ma sono oggetti utili ad un fine, soltanto un tramite. Di qualsiasi età esse siano, sesso, condizione di salute, non fa differenza. Pupazzi da manovrare, i loro corpi sono giostrabili sia di vivi che da morti.
Il suo fine è solo benessere psicofisico, via tutti gli ostacoli terreni!
Viene inquadrato in maniera nervosa e veloce, con steadycam, per mostrare l'animo isterico; dall'alto, con la gru o la louma (e complimenti a direttore della fotografia e operatore di ripresa Zbigniew Rybczynski, che è anche montatore e coautore dello scritto) per simboleggiare un giudizio esterno, sano, anche se lui continua a parlare, essendo il narratore diegetico.
A proposito dei citati ostacoli, alla fine ne arriverà uno fatale: ergastolo, lui è impossibile da curare.
Tutto in un'Austria inaspettatamente torbida, l'ispirazione proviene dalla storia del pluriomicida Werner Kniesek.

mercoledì 5 ottobre 2011

due esempi di Filippo Walter Ratti

Parliamo di un dittico horror, o con componente tale, presente nella filmografia di Ratti, in ambedue le opere sotto lo pseudonimo di Peter Rush.
La notte dei dannati (1971) è un classico gotico all'italiana, leggermente fuori dal periodo d'oro per il filone, e che quindi risente di quelle tipiche caratteristiche dei Settanta. Non di certo valente per la trama, composta da tòpoi quali castello, ambienti bui, candelabri, quadri oscuri, streghe e maledizioni, con leggero affondo soft erotico. Semmai, da rendere nota, è la sensazione di situazioni fuori dal tempo data dall'ambientazione castellana: la vicenda, pur ambientata in epoca contemporanea, pare vissuta un secolo e più fa. Non male fotografia, ottimo uso di chiaroscuri, e regia, certe caratteristiche se non mostrate bene buttano giù l'intera baracca.
I vizi morbosi di una governante (1977): mistura di orrore/giallo/thriller/erotico, poco apprezzato fra gli appassionati, ma che ha dalla sua parte qualche pregio. In primis proprio il suddetto minestrone, che crea un'alternanza di vicende gradevole, una trama non lineare e neanche tanto scontata, se non fosse per un DETTAGLIO che aiuta.
Un gruppo di amici si riunisce in una magione di proprietà del padre di una di loro, e fra vizi e vizietti si consuma un truculento omicidio. Il commissario che indagherà immetterà venature di à la Agatha Christie, con tanto di falso finale e spiegone di chiusura. Di assoluta rilevanza le presenze femminili, Isabelle Marchall, Patrizia Gori e Adler Gray, compresa anche la governante Berta (Annie Carol Edel), che ci ha ricordato quella di Buio Omega di Joe D'Amato, interpretata dalla recentemente scomparsa Franca Stoppi. Ah sì, il titolo, contrariamente ad altri casi, ha attinenza...
Tecnicamente più debole dell'altro, con insistiti piani dettagli degli occhi, però discreto nella resa dei dialoghi.
Fa felici i fan di genere la citazione, oltre che di Arancia meccanica, de Le salamandre (1969) di Alberto Cavallone, ed è proprio a questa tipologia di spettatori che ci riserviamo di consigliare le due pellicole.

Nota: può essere accreditato a Ratti anche Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea (1972), da lui ultimato causa abbandono di Riccardo Freda, prima scelta di regia.

venerdì 1 luglio 2011

inserto

i
2007

Regno Unito
Regia: Luke Losey

Scritto:
Luke Losey

Occhio sulle espressioni propone un corto dove è protagonista un occhio umano, attore unico.
Completa dedizione al dettaglio, luci, rumori fuori campo e... basta, tutto qui, e ne è venuto fuori un thriller altamente emotivo. Ci ha messo del suo anche la pupilla e il naturale sistema neurovegetativo, tocco di autentica naturalezza in fiction.
Un omaggio all'organo tanto considerato da cineasti di ogni sorta, specchio dell'anima e rappresentante d'emozioni.

lunedì 30 maggio 2011

in maschera e non

Skizofrén
2010
Ungheria
Regia: Tamás Sáros
Scritto:
József Gallai, Tamás Sáros

Un breve esempio di come le nuove tecniche cinematografiche possano essere utili a descriverci determinati aspetti della trama, quelli più inconsci: transizioni "a lampo", accelerazioni e definizione digitale dei dettagli rendono l'idea di ciò che costruisce una mente come quella del soggetto del cortometraggio qui in esame. Purtroppo l'abuso è dietro l'angolo, siamo ormai abituati a vedere tali applicazioni, prevedibilmente l'originalità viene meno. Visione utile a chi vuole cimentarsi nel produrre lavori simili o a chi vuole imparare per completezza personale, ma se si è alla ricerca di qualcosa veramente d'effetto è bene cercare altrove.