Sexandroide
1987
Francia
Regia: Michel Ricaud
Tre weirdissimi episodi, sbilenchi quanto basta per entrare nell'underground più infimo, con fotografia amatoriale da filmino casalingo anni Ottanta, prove attoriali infelici con tanto di sguardo in camera, ma molto, molto gusto, smisurata passione e orrida fantasia.
Non dobbiamo pretendere trame intricate, assistiamo infatti ad una sorta di spettacolo teatrale (vi partecipa una compagnia, Le petit mescal), un Grand Guignol moderno, non a caso il film è francese, con siparietti da prendere fine a se stessi.
Nel primo, la dagyde, una ragazza, seduta ad attendere qualcuno o qualcosa in un locale, subisce il classico rito Vudù della bambolina da un oscuro individuo. Il male si consumerà nel bagno della struttura, con sangue a iosa, in primis dalla vagina, in una sorta mestruo estremo. Affiorerà, causa punture di spillone da parte dell'aguzzino, anche dalle mammelle, dagli occhi; poi si assisterà a bruciature e impiccagione. Il tutto è però morboso, lei emette gemiti che danno idea di sadico piacere, il suo corpo è nudo, la perversione scalpita.
Nel secondo episodio, les Sexandroides, quello più curato, una bellissima ragazza si reca in un sotterraneo dall'arredo gotico. Qui, dopo attimi di finto o vero smarrimento e invasamento con tanto di strip, fustigazione e balli rituali, incontrerà una creatura (il cui trucco è talmente pesante da farne rimanere traccia anche sull'altra attrice) che la torturerà in maniera... amorevole. Già, perché i due paiono praticare un rito sadomaso, dove lui sputerà un ragno nella bocca di lei e le mangerà i capezzoli, ma anche lui stesso si farà del male, specialmente quando si tirerà fuori le budella in stile Antropophagus. Se ne andranno sottobraccio e dissanguati, in uno stupendo lieto fine. L'impressione generale è da horror dilettantesco del tempo, girato con quei mezzi di ripresa allora meno alla portata di tutti. A noi ha ricordato anche diverse iconografie riprodotte su copertine di gruppi heavy metal di allora. Del gran bel gothic gore vintage!
Il terzo, les dents de l'amour, è davvero grottesco: una veglia funebre ad un vampiro si trasformerà in un balletto sexy, con tanto di musica in presa diretta, non certo tutta tetra, e tempi esageratamente lunghi. Per un attimo si sfiora l'hard, ma l'ironia la fa da padrone, specialmente nel finale!
Lunga vita alla concezione del weird!
OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...
venerdì 27 aprile 2012
domenica 22 aprile 2012
rossetto e corpetto
1997
Stati Uniti d'America
Regia: Maria Beatty e Margie Schnibbe
Scritto: Maria Beatty e Margie Schnibbe
Una "madre" punisce la sua "piccola" chiudendola in uno stanzino: saranno momenti di riflessione, di voyeurismo, nonché cinghia di trasmissione del modo di porsi della genitrice verso la ragazza, questa novella Carrie versione invertita, che sperimenterà su delle bambole malconce, incarnazione della stessa mamma, di lei e del loro ambiguo rapporto.
Bianco e nero, forti chiaroscuri, fotografia art house di stampo espressionista, musica da carillon intervallata da sensuale sassofono, per una storia che ha dell'incestuoso, del sadomasochista, del perverso, dello psicologico profondo.
Le immagini della punizione principale si intervallano a quelle di un'altra, probabilmente passata, caratterizzata da una lunga ed erotica sculacciata, terminata con un attimo di sollievo, un'indulgenza momentanea.
È un rincorrersi in 16 mm di dettagli su elementi sexy e feticisti, dal forte sapore estetico, con le protagoniste (e autrici del film) Maria Beatty e Margie Schnibbe, "lolita" l'una, vintage e "diva" l'altra, decisamente a loro agio.
Ossessionanti le bambole deformi sottoposte a vari tipi di torture, uno strumento di pratica fortemente turbante, una rappresentazione dell'umano solitamente abusata, ma qui efficace.
Alla fine, fra sovrimpressioni, arriverà il fuoco purificatore, la figliola sarà maestra nell'imitazione della sua creatrice e avrà quindi imparato la lezione; la chiave aprirà la porta.
domenica 15 aprile 2012
rose bianche, morite!
Adoration
1987
Belgio, Francia
Regia: Olivier Smolders
Scritto: Olivier Smolders
1987
Belgio, Francia
Regia: Olivier Smolders
Scritto: Olivier Smolders
Il terzo occhio della camera fissa è in realtà l'interno della mente di Issei Sagawa: un ambiente essenziale, in cui l'unica presenza realmente viva è l'attesa, quella per la compagna di studi alla Sorbona Renée Hartwelt, e per ciò che dovrà perpetrare. Lampi di transizioni fluttuano come pensieri. In sottofondo il rumore dello scorrere della pellicola, la memoria di Issei, un archiviare che nel prosieguo avverrà in maniera più materialistica. A conferma dell'idea del diegetico unito all'extradiegetico vi è la mistura fra l'onniscienza del campo totale e la soggettiva del protagonista, che coglie attimi di vitale riferimento, tipo il consumo della cena, per l'atto che succederà di lì a poco.
Renée recita candide poesie, l'esame di fine ciclo di letteratura inglese è vicino; esse parlano di verginità, di biancore, di fiori, apparizioni e forti emozioni, saranno registrate su nastro, qui l'atto materiale, che più che scorrere nel registratore si avvolge al cervello di Sagawa.
Uno scoppio e poi l'amore, l'adorazione, l'assaggio dell'immacolata carne di lei, la sua voce suadente nell'aria dopo un "play", la testimonianza campo/testa che continua anche in plongée, il corpo esile di lui, mentre, nel consueto totale, quello di lei, nudo e martoriato dalle emozioni di Issei, è ancora più in rilievo, ancora più bello.
Qui, nell'interpretazione di Smolders, Sagawa pensa di aver completato il suo vissuto, e, con uno sguardo vorticoso, pone fine "nipponicamente" alla sua esistenza, cosa mai avvenuta in realtà.
Già, in realtà.
sabato 7 aprile 2012
entrata e fuoriuscita
Convulsion Expulsion
2004
Stati Uniti d'America
Regia: Usama Alshaibi
2004
Stati Uniti d'America
Regia: Usama Alshaibi
Già dai preliminari il suono, di Andy Ortmann, è forte, contratto, perché l'emozione è già altissima, rimbomba nella testa, il bianco è vivo perché si è in un mondo allucinante, in più è il colore giusto per mostrare l'asettico che viene violato.
C'è sempre un qualcosa di "medico" nel sesso, e le bende sono lì a rappresentarlo, oltre ad essere, per come sono distribuite, un richiamo alla cultura araba.
Bagno vintage di make up e fotografia (Andrew Dryer), ricordando che è stata usata una camera degli anni venti.
La masturbazione dell'organo femminile e il sesso anale generano sangue, quello orale una materia densa: siamo abituati alla nostre sicurezze, ma parallelismi simili, o addirittura ruoli invertiti, uscite al posto di entrate, non sono poi così audaci. Il sangue è vita, voluttà, ma perderne è sinonimo di donarsi, dare se stessi, porgere energie vitali. L'aggressività che appare talvolta nell'amarsi è come uno squarcio zampillante, la vista è offuscata dal dolore/gaudio. E dall'appagamento.
mercoledì 4 aprile 2012
verecondia
Il corridoio del grande albergo
(Tratto da La boutique del mistero)
Dino Buzzati
Mondadori Editore
La vergogna: altro sentimento di difficile comprensione.
È indecoroso vestirsi in maniera sciatta, ma il senso di sciatto cambia da persona a persona; semplicemente è anomalo vestirsi in maniera diversa dalla massa. Al giorno d'oggi, se sei uomo e porti i jeans scampanati devi vergognarti, ugualmente se ti fai crescere la barba o se i tuoi capelli sono un po' alla rinfusa.
Devi vergognati se sei a petto nudo in casa (e magari ricevi gente in visita), ma sei perfettamente in riga se pubblichi le tue foto in costume, quelle delle vacanze "cool", su Facebook.
Sei un sadico e devi mortificarti se guardi uno splatter, ma sei una persona a modo se segui ogni secondo di servizi da avvoltoi su omicidi reali, protratti fino allo sfinimento, messi lì al posto di un quiz o un telefilm; oppure se sei a favore della colonizzazione imperialista.
Il buon Buzzati ci parla del pudore sull'andare in bagno, cosa che più naturale non c'è. Un pudore che ha portato allo sfiancamento diverse vittime, vittime della loro ottusità o di quella della società.
(Tratto da La boutique del mistero)
Dino Buzzati
Mondadori Editore
La vergogna: altro sentimento di difficile comprensione.
È indecoroso vestirsi in maniera sciatta, ma il senso di sciatto cambia da persona a persona; semplicemente è anomalo vestirsi in maniera diversa dalla massa. Al giorno d'oggi, se sei uomo e porti i jeans scampanati devi vergognarti, ugualmente se ti fai crescere la barba o se i tuoi capelli sono un po' alla rinfusa.
Devi vergognati se sei a petto nudo in casa (e magari ricevi gente in visita), ma sei perfettamente in riga se pubblichi le tue foto in costume, quelle delle vacanze "cool", su Facebook.
Sei un sadico e devi mortificarti se guardi uno splatter, ma sei una persona a modo se segui ogni secondo di servizi da avvoltoi su omicidi reali, protratti fino allo sfinimento, messi lì al posto di un quiz o un telefilm; oppure se sei a favore della colonizzazione imperialista.
Il buon Buzzati ci parla del pudore sull'andare in bagno, cosa che più naturale non c'è. Un pudore che ha portato allo sfiancamento diverse vittime, vittime della loro ottusità o di quella della società.
domenica 1 aprile 2012
intima luminosità
Lo sguardo di Cristina ki Casini
Quanto sono fredde certe diagnosi, modi articolati per descrivere sentimenti più che comprensibili. Astruse anche le soluzioni, parole meccaniche che paiono una lingua aliena. È un distacco dalla natura, il limbo in cui si galleggia è qualcosa di sensoriale, tatto compreso. Eppure la natura è lì, a portata di mano, ma lo stato di incoscienza non permette di assaporare. Tutto ovattato, sfocato. È Cura interrotta, primo cortometraggio in regia solitaria ed in senso più classico di Cristina, con l'azzeccato testo recitato di Sarah Kane.
Prima d'esso c'erano stati tre esempi di purissimo sperimentalismo: il sinuoso Laban, un vero inno al corpo umano e al suo linguaggio, l"elettrico" Bassa Tensione, tutto energia, e il graffiante Di gesso. Orge di cromatismi esasperati, suoni paralleli e sensazioni, è un po' come chiudere gli occhi e vedere figure indistinte, i residui d'immagine al di sotto delle nostre palpebre.
Diagrammi. Dimentico è un viaggio nella nostra mente fatta di ricordi frammentati, lavoro estremo sul diaframma, l'otturatore della macchina aperto al massimo è la luce fatta sulle nostre memorie spezzettate, nel grande ed umido edificio dell'ambientazione (il cervello e i suoi fluidi?), che, dopo l'illuminazione, finiranno in un cassetto.
Di giochi e di specchi è una dedica, storia di persone, fra alti e bassi, differenze, similitudini. Nel cromatismo seppia, fra inserti dal sapore antico e musica soave si consuma un gioco di emozioni, quelle scrutabili nell'occhio umano, sentimenti che vengono anche riflessi in un gioco a ribattere, fino alla fine...
Giorni è ciò che molti vorrebbero vedere nei cinema: fruibile e profondo nello stesso tempo, divertente e riflessivo, ci parla di chi insegue il suo futuro, un futuro incerto, quello da cui chissà cosa ci si aspetta, lasciando alle spalle tutto ciò che ha accompagnato la crescita. Simpatica l'idea "burocratica", ottima punizione per chi cerca una posizione "plasticosa" rinunciando all'intimismo. Un tema molto caro a chi vive in luoghi come quello nativo di chi sta scrivendo. Ben gestito e recitato, con un uso azzeccato del montaggio e soprattutto dei silenzi, contrappunto all'intensità delle immagini, come al solito per il cinema Cristina, curate molto sul piano dei colori.
L'abilità tecnica dell'artista viene fuori particolarmente in due video che mostrano opere d'architettura. Uno "vertoviano", con piazze ed ambienti pubblici, connotato dalla presenza dell'umano a percorrere gli spazi geometrici, scelta che permette un'unione fluida di organico ed inorganico, che ad un tratto si distacca dal realismo per diventare quasi dadaista. L'altro è una spettacolare contrapposizione temporale, ricchissima di formalismo altamente professionale. Virtuosismi, panoramiche armoniose d'effetto, carrellate a seguire, montaggio ad hoc, viene creata una brillante magia, grazie anche al succitato giocare con il tempo.
Le opere della "ki" non finiscono qui, è stata anche impegnata in collaborazioni, confermando l'eclettismo dei suoi lavori, davvero un punto forte delle sue attività cinematografiche.
http://cristinakicasini.blogspot.it/
http://ilpostodeglioggetti.blogspot.it/
Quanto sono fredde certe diagnosi, modi articolati per descrivere sentimenti più che comprensibili. Astruse anche le soluzioni, parole meccaniche che paiono una lingua aliena. È un distacco dalla natura, il limbo in cui si galleggia è qualcosa di sensoriale, tatto compreso. Eppure la natura è lì, a portata di mano, ma lo stato di incoscienza non permette di assaporare. Tutto ovattato, sfocato. È Cura interrotta, primo cortometraggio in regia solitaria ed in senso più classico di Cristina, con l'azzeccato testo recitato di Sarah Kane.
Prima d'esso c'erano stati tre esempi di purissimo sperimentalismo: il sinuoso Laban, un vero inno al corpo umano e al suo linguaggio, l"elettrico" Bassa Tensione, tutto energia, e il graffiante Di gesso. Orge di cromatismi esasperati, suoni paralleli e sensazioni, è un po' come chiudere gli occhi e vedere figure indistinte, i residui d'immagine al di sotto delle nostre palpebre.
Diagrammi. Dimentico è un viaggio nella nostra mente fatta di ricordi frammentati, lavoro estremo sul diaframma, l'otturatore della macchina aperto al massimo è la luce fatta sulle nostre memorie spezzettate, nel grande ed umido edificio dell'ambientazione (il cervello e i suoi fluidi?), che, dopo l'illuminazione, finiranno in un cassetto.
Di giochi e di specchi è una dedica, storia di persone, fra alti e bassi, differenze, similitudini. Nel cromatismo seppia, fra inserti dal sapore antico e musica soave si consuma un gioco di emozioni, quelle scrutabili nell'occhio umano, sentimenti che vengono anche riflessi in un gioco a ribattere, fino alla fine...
Giorni è ciò che molti vorrebbero vedere nei cinema: fruibile e profondo nello stesso tempo, divertente e riflessivo, ci parla di chi insegue il suo futuro, un futuro incerto, quello da cui chissà cosa ci si aspetta, lasciando alle spalle tutto ciò che ha accompagnato la crescita. Simpatica l'idea "burocratica", ottima punizione per chi cerca una posizione "plasticosa" rinunciando all'intimismo. Un tema molto caro a chi vive in luoghi come quello nativo di chi sta scrivendo. Ben gestito e recitato, con un uso azzeccato del montaggio e soprattutto dei silenzi, contrappunto all'intensità delle immagini, come al solito per il cinema Cristina, curate molto sul piano dei colori.
L'abilità tecnica dell'artista viene fuori particolarmente in due video che mostrano opere d'architettura. Uno "vertoviano", con piazze ed ambienti pubblici, connotato dalla presenza dell'umano a percorrere gli spazi geometrici, scelta che permette un'unione fluida di organico ed inorganico, che ad un tratto si distacca dal realismo per diventare quasi dadaista. L'altro è una spettacolare contrapposizione temporale, ricchissima di formalismo altamente professionale. Virtuosismi, panoramiche armoniose d'effetto, carrellate a seguire, montaggio ad hoc, viene creata una brillante magia, grazie anche al succitato giocare con il tempo.
Le opere della "ki" non finiscono qui, è stata anche impegnata in collaborazioni, confermando l'eclettismo dei suoi lavori, davvero un punto forte delle sue attività cinematografiche.
http://cristinakicasini.blogspot.it/
http://ilpostodeglioggetti.blogspot.it/
sabato 31 marzo 2012
la fontana della vergine
Jungfrau am Abgrund
1990
Austria, Germania Ovest
Regia: Carl Andersen
Scritto: Carl Andersen
Quindici anni e il tunnel della sessualità iniziante con quel morboso bagno di sangue cosiddetto "naturale", quel cambiamento che genera tormento, al futuro scopo di creare, in tanti casi, altra sofferenza. L'assaggio iniziale è fatale, il turbine di vizi, sperimentazioni e viaggi mentali è profondo; che sia un qualcosa di materialmente vicino alla sessualità o che non c'entri nulla, lei elabora oramai a fine unico, tutto è erotico, sanguignamente animalesco o "artistico", ma sempre carnale. Uomini, donne, etero, gay, lesbiche, tante sono le vie percorse dalle sue sinapsi, con tanto di retrogusto simbolico o allegoricamente violento, in maniera ancor più forte quando subentrerà la scoperta della contessa Báthory, e da lì il nutrimento di inizio storia prenderà la strada di vene e capillari, e via di sangue e sperma per soddisfazione.
La musica e il suono di tali Model d'oo accompagna in maniera ossessiva questi pensieri, aumentandoli di peso e rendendoli più perversi; bianco e nero, perché tale è la visione del mondo, se non ancora più ridotta, e sperimentalismo di fine anni Ottanta.
Fra lame, spuntoni e falli resi indipendenti arriverà la resa dei conti, probabilmente libertina, ma chissà...
Conosciuto anche come: Mondo Weirdo e Virgin on the Edge.
«dedicato a Jess Franco e Jean-Luc Godard»
sabato 24 marzo 2012
il pasto oculare
1897
Stati Uniti d'America
Quante forme può assumere quel buco della serratura dove poniamo l'occhio per nutrirci degli altrui affari!
Il voyeurismo è sempre stato un punto fermo nella psiche umana, nonché meccanica per scoprire cosa si cela dietro le maschere della quotidianità. Molteplici orpelli materiali e morali ci racchiudono in un sarcofago ad uso e consumo del prossimo, che tiene nascosta la nostra natura.
Dall'occhiata furtiva al vicino di casa si è passati alla conservazione del tutto, poi l'era moderna, con la TV che si erge a spada del diritto di cronaca per mostrare orrore reale da dare in pasto ad annoiati bigotti o a persone inconsapevoli e di buon senso, però violentate da quel turbine.
Poi arrivò il mondo bianco e blu, sicuramente evoluzione di altri media, ma potente nel campo della "serratura" come non mai, e via di vittime che poi spargono al vento favelle quali: "io? no, io no, io sono di quelli bravi".
Dov'è la genuina curiosità?
domenica 18 marzo 2012
il fiume dell'attesa
นางนาก (Nang nak)
1999
Thailandia
Regia: Nonzee Nimibutr
Scritto: Wisit Sasanatieng
1999
Thailandia
Regia: Nonzee Nimibutr
Scritto: Wisit Sasanatieng
Una guerra qualsiasi del XIX secolo, non è importante sapere quale, si tratta sempre di bastardo imperialismo che manda al macero milioni e milioni di pedine, che disintegra legami, tutto per il volere di pochi. Essa però non ha potuto distruggere un qualcosa di ancora più potente: l'amore di una moglie fedele. È un sentimento talmente vigoroso da essere immortale, e se sarà destinato a spirare rimarrà comunque nell'animo di chi verrà dopo e lo farà rivivere.
Film nato dall'utero di una leggenda locale, simile a quella presentata in La riconciliazione, di Lafcadio Hearn, e poi anche nell'episodio Kurokami dello splendido Kaidan (1964), fa dell'estremo splendore degli scenari il suo punto forte. Una Thailandia, al tempo della vicenda chiamata ancora Siam, magica, dove brilla una natura incontaminata: poesia di verde e marrone, notti che brillano di un blu elettrico profondissimo.
Quasi a non voler violare questo incanto i dialoghi sono ridotti all'osso, predominati dai due protagonisti che si chiamano soltanto per nome, Nak, Mak; quando sono in ballo certe forze, è inutile "spiegarsi". Lei è Intira Jaroenpura, bellissima, dolcissima e sensualissima, lui è il bravo Winai Kraibutr.
Appuntiamoci il nome di Nonzee Nimibutr, ma anche quelli del direttore della fotografia, Nattawut Kittikhun, e dei musicisti Chatchai Pongprapaphan e Pakkawat Vaiyavit, che hanno creato una sonorità adatta, in maggior parte placida come lo scorrere di un corso d'acqua. Acqua che nel film è vita, ma anche consapevolezza, e il fuoco fine, ma anche coda che si perde nell'infinito.
giovedì 15 marzo 2012
entro cortina
Verso Vertov
1991
Italia
Regia: Daniele Ciprì, Franco Maresco
Scritto: Daniele Ciprì, Franco Maresco
L'immobilità della periferia siciliana si avvicina alle titaniche immensità sovietiche.
Francesco Tirone, Paolo Giordano, Marcello Miranda e Giovanni Lo Giudice alfieri e come naturali estensioni di un grigiore popolare e industriale, all'occorrenza diventano statue dall'odore di propaganda, che però assurgono ad un ruolo opposto, sminuente; presenzia il guardare all'orizzonte, ma questi è lì vicino, fra le macerie materiali e morali.
Sulle pareti i nomi dell città: Agrigento, Sciacca, Trapani, diventano novelle repubbliche dell'ex URSS.
Alle immagini veloci, quanto quelle del grande Dziga, si alterna la passività, che non è esaltazione ma rinuncia, e a nulla possono i suoni fuori campo, se non ad amplificare il tutto.
1991
Italia
Regia: Daniele Ciprì, Franco Maresco
Scritto: Daniele Ciprì, Franco Maresco
L'immobilità della periferia siciliana si avvicina alle titaniche immensità sovietiche.
Francesco Tirone, Paolo Giordano, Marcello Miranda e Giovanni Lo Giudice alfieri e come naturali estensioni di un grigiore popolare e industriale, all'occorrenza diventano statue dall'odore di propaganda, che però assurgono ad un ruolo opposto, sminuente; presenzia il guardare all'orizzonte, ma questi è lì vicino, fra le macerie materiali e morali.
Sulle pareti i nomi dell città: Agrigento, Sciacca, Trapani, diventano novelle repubbliche dell'ex URSS.
Alle immagini veloci, quanto quelle del grande Dziga, si alterna la passività, che non è esaltazione ma rinuncia, e a nulla possono i suoni fuori campo, se non ad amplificare il tutto.
sabato 10 marzo 2012
are we not men?
The Island of Dr. Moreau
(L'isola del Dr. Moreau)
Herbert George Wells
Newton Compton Editori
Island of Lost Souls
(L'isola delle anime perdute)
1932
Stati Uniti d'America
Regia: Erle C. Kenton
Soggetto: H.G. Wells
Sceneggiatura: Waldemar Young, Philip Wylie
(L'isola del Dr. Moreau)
Herbert George Wells
Newton Compton Editori
Ce lo insegnava anche Leopardi: il mondo naturale è scomparso, sostituito da uno artificioso e definito progredito.
Il dottor Moreau è il perfetto agente di una nuova società che deve andare a snidare ogni cellula della Terra, tramutandola e assoggettandola. In nome della scienza, egli e l'inizialmente turbato e restio dottor Montgomery, ha reso degli animali quasi umani, ma è proprio quel "quasi" il problema, infatti il risultato è un ibrido sempre esposto al pieno ritorno dell'istinto selvaggio.
L'isola sperduta del Pacifico dove agiscono verrà incidentalmente visitata da Carlo Edoardo Prendick, individuo sicuramente più ricco di morale rispetto all'allucinante scienziato, che si troverà a che fare con una sub-società specchio di classi disagiate, frutto di fagocitanti tempi industrializzati che non guardano in faccia nessuno. Le entità mutate, nonostante vivano assieme e siano in qualche modo organizzate, dipendono sempre da quella mano semi divina che ha il potere di schiacciarli quando vuole, di dettare loro regole, di farli soffrire o gioire.
È pur vero che anche il folle medico non può fare a meno del suo parto, li lega un cordone ombelicale ambiguo e malsano, canale di insuccessi e traguardi.
Ma questo sistema è destinato ad esplodere, a nulla valgono i tentativi di tamponamento, l'"eccesso di scibile" sarà un potente detonatore. Ma ciò che termina in un punto del mondo è sicuramente attivo anche altrove; dovunque. Prendick si accorgerà che tali caratteristiche non presenziano solo su su sperduti isolotti, anzi, capirà che la bestialità appartiene ad altre schiere...
(L'isola delle anime perdute)
1932
Stati Uniti d'America
Regia: Erle C. Kenton
Soggetto: H.G. Wells
Sceneggiatura: Waldemar Young, Philip Wylie
Nonostante evidenti differenze di adattamento è la trasposizione migliore delle quattro realizzate.
Cambiamento principe è la presenza di una donna con un ruolo maggiore fra le creature, con il sordido dottore che tenterà la carta Prendick, qui però chiamato Parker, per comprendere quanto umana è diventata, puntando su sesso, amore e tutto l'armamentario di sentimenti umani. Il protagonista vive anche il contatto con la sua compagna, non presente nel romanzo, che farà di tutto per raggiungere il suo sperduto amato. Finale più ottimista ed evidenti altri aggiustamenti.
Classico stile Paramount Picture ed horror del periodo, Kenton ha lavorato anche per Universal e Metro-Goldwyn-Mayer: silenzi e tempi rilassati, azione anche accelerata, Moreau, interpretato da Charles Laughton, è quasi una caricatura, ciò lo rende grottesco ma maggiormente laido e meno d'aspetto professionale. Compito ma disagiato Montogomery (Arthur Hohl) e buona la resa di Parker (Richard Arlen), perfetto borghese catapultato in una difficile realtà inurbana. Ottimo, per il tempo, il trucco delle "anime perdute", le entità vittime degli esperimenti, fra le file un irriconoscibile Bela Lugosi.
Ombre quando necessario e luci per un'idea d'esotico.
Gli altri adattamenti sono stati prodotti nel 1971, con Tim Burton e The Island of Doctor Agor, nel 1977, The Island of Dr. Moreau e nel 1996 con lo stesso titolo. Divertente anche la parodia nei Simpson, nello speciale di Halloween XIII: The Island of Dr. Hibbert.
domenica 4 marzo 2012
emozioni protratte
Le opere di Di Zio non sfigurerebbero, citate su un dizionario, di fianco alla parola "intimismo".
I plot dei suoi film, quasi tutti del 2011, dovete cercarveli nel cuore, l'opera di costruzione emotiva avviene lì, più che nel cervello, è una questione d'anima, come quella messa a nudo dai vari protagonisti
È un'infinita attesa "beckettiana" quella dei personaggi di Swinging Horses e Roberto Pellegrinaggio, sospesi in un limbo temporale, fatto di gesti rituali, espressioni accennate e silenzi, interiorità esposta agli occhi dello spettatore che assimila emozioni mano mano, visti i tempi dilatati a dismisura del cinema di Alessio.
"Roberto" è ai margini del sociale, impegnato in un tentativo empatico di ricontatto con la natura, guardando con la coda dell'occhio il mondo evoluto; a sera, non si saprà se ciò andrà a compimento in un successivo giorno o tutto decadrà.
La "tarantiniana", solo per quel che riguarda il comparto fotografico e sonoro, presenza di Swinging Horses ricerca la propria infanzia, facendo leva su feticci simbolici che la rappresentano. Il character dall'aspetto vintage, circondato da oggetti che rimandano al passato, con in background vecchi suoni, parlerà con la propria coscienza per riavere gli anni trascorsi.
"Il Piacere" è invece un inno alla consapevolezza, un "monologo silenzioso" sulla sicurezza di sé. L'interprete si prende i suoi tempi per riflettere, si domanda e si risponde (dall'interno, ma noi osserviamo), e pare chiedere una conferma anche allo spettatore. Positivo, insieme a Rodolfo Valentino, in cui un pittore vive egli stesso una sua opera, dal di dentro, è parte di un grande quadro d'autore. Quadro è la parola giusta perché un altro tratto saliente delle pellicole in esame è l'esasperata ricercatezza dei piani, la composizione dell'immagine assume massimo valore, un oggetto alla sinistra o alla destra dell'inquadratura varia il messaggio raccontato in quell'attimo, lo show di primi piani, piani americani, mezze figure, ecc. infrange i tempi classici.
Culto per le geometrie in The Park, realizzato nel 2010, vicino a Chris Marker e ai concetti sovietici di realtà inesplorata, rimarca che gli ambienti quotidiani offrono almeno quanto il fantastico, basta sapersi soffermare, fermarsi un attimo, non correre sempre...
A proposito di Marker: di rilievo la tecnica del fotogramma che prende vita usata più volte da Di Zio, in modo simile a La jetée.
Arriva anche la maturità professionale con il mediometraggio Le favole di Casimiro, storia di un ragazzino che deve fare i conti con la crescita, con il mondo che si muove veloce attorno a lui. C'è la famiglia affettuosa ma "macchinosa", l'amico che vuole essere più grande di quello che è in realtà, i coetanei già entrati nel circolo del conformismo adolescenziale, fatto di ragazzine, sport, griffe e Facebook. Casimiro non riesce a star dietro allo scorrere del tempo, vorrebbe che il suo compleanno non arrivasse mai, è confuso, vive in quell'ovattata nuvola che, contro la sua volontà, deve essere completata e messa da parte.
In questo caso il regista si avvale di una troupe più vasta, con ruoli definiti e produzione alle spalle.
Sinceri complimenti a quest'autore appena diciannovenne, dimostrazione in carne ed ossa che in Italia le idee e le personalità cinematografiche ci sono, anche in un Centro-Sud che non è solo cabarettisti riccioluti e stereotipi.
L'underground offre ottime cose, speriamo in un futuro mercato che sappia scovare e valorizzare, per adesso ne godiamo noi attenti appassionati.
martedì 28 febbraio 2012
bambini del passato
Voices
(E se oggi... fosse già domani?)
1973
Regno Unito
Regia: Kevin Billington
Soggetto: Richard Lortz
Sceneggiatura: George Kirgo, Robert Enders
(E se oggi... fosse già domani?)
1973
Regno Unito
Regia: Kevin Billington
Soggetto: Richard Lortz
Sceneggiatura: George Kirgo, Robert Enders
Fin dove arriva la follia? Chi può delimitare la linea del lecito? Una mente distorta apre delle porte sconosciute?
Il trauma di Claire è infinito, il suo senso d'impotenza fortissimo, lei non riescere a dimenticarne ciò che è successo, al contrario di suo marito Robert che, con il tempo, ha accettato la cosa. Cos'è successo? Il loro figlioletto David si è perso per sempre nei pressi di un canale, durante un loro momento di distrazione.
Ad attutire la sofferenza dell'uomo c'è forse la consapevolezza dell'impraticabilità e della fine di un rapporto edipico fra Claire e David, descritto da lui come covato dentro, ma ugualmente inconcepibile per una madre ed un figlio. Oltretutto il fattaccio avviene proprio quando marito e moglie stanno facendo l'amore, come a ribadire il concetto di territorialità, talmente forte che riesce ad annullare le anomalie, più del dovuto...
La donna lotta fra due mondi, alternati fra un minuto e l'altro, descritti a noi spettatori con un ritmo cadenzato, esplicativi flashback, toni seppia, tanta cura negli inserti e soprattutto una scenografia ristrettissima: la quasi interezza del film si svolge in un ambiente unico, una grande stanza neanche tanto caratterizzata.
Il bipolarismo di Claire ha forse un potere particolare, o forse è stata colpa del destino, ma i due vivranno un'esperienza allucinante...
Horror/thriller di innata classe "british", c'è un grandissimo David Hemmings e una altrettanto brava Gayle Hunnicutt.
Parte della storia è ormai un classicissimo, conosciuta anche al grande pubblico tramite The Others o Il sesto senso e ripresa diverse altre volte con meno clamore. Si presume che l'origine sia in Carnival of Souls, stupenda pellicola del 1962, ma il soggettista di questo film, Richard Lortz, l'ha presentata in un precedente lavoro teatrale, portato anche sugli schermi nelle serie Suspense, con l'episodio The Others, e con lo stesso nome della puntata in Armchair Theatre, datate rispettivamente 1953 e 1970. Fra scritto teatrale e prima apparizione c'è da credere che Lortz sia l'autore originale.
In Italia è passato in TV anche con i nomi Presenze e Strani fenomeni.
giovedì 23 febbraio 2012
il dono
Ihr Opfer
(La vittima)
(Tratto da Danze macabre)
Rainer Maria Rilke
Newton Compton Editori
In Boemia dubbi e convinzioni sull'amore sono gli stessi del resto del mondo.
Agnese è un esempio da considerare, la sua non è di certo l'unica esperienza vissuta nel mondo, ma è valente per talune tesi, ovvio poi avere idee diverse, d'ogni genere, alimentate dal proprio vissuto o quello assorbito altrove.
Ella incontrò Hermann e la sua vita cambiò, era in un mulinello di emozioni, ogni attimo aveva un sapore inebriante.
Ma il tempo intiepidì la cosa. Hermann rimase il galantuomo di sempre, ma i riguardi non significano sentimento.
L'amore è forse illusione, egoismo, oppure è donare se stessi al prossimo... nel massimo delle possibilità.
sabato 18 febbraio 2012
il cuore sigillato
1909
Stati Uniti d'America
Regia: David Wark Griffith
Soggetto: Edgar Allan Poe, Honoré de Balzac
Sceneggiatura: Frank E. Woods
Non è detto che ricchezza e gloria si leghino necessariamente a profondi sentimenti.
Le attenzioni materiali più grandi, anche quelle presenti in una sfarzosa corte, dove a suggellare l'unione può arrivare anche una dolce e comoda alcova, possono non stimolar vera felicità. La contessa ne è consapevole, e preferisce darsi alla storia clandestina di turno, eccitante anche perché segreta. Il conte è un tipo sicuro di sé, tutti sono ai suoi piedi, come può la sua consorte non provare irrefrenabile amor per lui? Ma che dolore quando vedrà il tradimento consumato proprio nell'alcova preparata con tanta cura!
No, lui non vuole affrontare la cosa, preferisce chiuderla lì, seppellire la sua sofferenza, la vergogna e il suo ego scalfito in se stesso, dietro uno strato di spessi mattoni. Che quest'affronto, quest'attacco alla sua creduta onnipotenza venga asfissiato, nessuno dovrà sapere. Amante e contessa non possono altro che guardarci negli occhi e dirci addio, sottomessi alla soddisfazione rabbiosa del regnante.
Situazione fra La Grande Bretèche di Honoré de Balzac e Il barile di Amontillado del nostro caro Edgar Allan Poe.
martedì 14 febbraio 2012
ogni uomo uccide le cose che ama
(Amore folle)
1935
Stati Uniti d'America
Regia: Karl Freund
Soggetto: Maurice Renard
Sceneggiatura: Florence Crewe-Jones, Guy Endore, P.J. Wolfson, John L. Balderston, Leon Wolfson, Edgar Allan Woolf, Gladys Von Ettinghausen, Leon Gordon
Il dottor Gogol non ne vuole sapere di rinunciare alla sua ossessione, la bella Yvonne gli mangia il cuore giornalmente, rende instabili tutte le sue funzioni, gli rende difficile anche lavorare. Il problema è che lei ha già un uomo, Stephen, ma non è questo il solo problema, lei prova una sorta di terrore per l'infatuato medico.
Gogol avrà la possibilità anche di venerarla tramite una riproduzione in cera, come una statua sacra, curata dalla sua inserviente beona con estrema cura, reliquia su cui riversare il sentimento, nella speranza di essere un nuovo Pigmalione con la sua Galatea, e chissà, nella sua mentre potrebbe accadere qualcosa di simile, complice l'evolversi delle vicende.
Lui è folle, e quando un folle ama lo fa in maniera ancora più ardita di un "normale". Eppure è un buono, fine, colto ed appassionato d'arte, trasmette anche tenerezza, i suoi modi sono spesso squisiti, la sua bravura in campo chirurgico gli permette di curare gente in estrema difficoltà, anche bambini, senza dover necessariamente ricevere lauti compensi.
A peggiorare questo quadro di instabilità ci si mettono le classiche vicende della scienza che va oltre confini, la diabolica casualità, sperimentazioni estreme che porteranno ad una situazione apparentemente favorevole per il dottore, ma così non sarà, anzi...
Unione fra classici dell'orrore statunitensi anni Trenta ed espressionismo tedesco, la casa di Gogol, con le sue porte, i suoi corridori e le sue scale, è un'estensione mentale della sua psiche contorta, i suoi occhi, che sono quelli di un incredibile Peter Lorre, tendono all'infinito. Sotto la guida del titanico Karl Freund, direttore della fotografia di Metropolis, Der Golem, wie er in die Welt kam, vari di Murnau e decine d'altri, qui alla regia, e al suo abituale posto sostituito da Chester A. Lyons e addirittura il Gregg Toland di Quarto potere, esplode il tema del doppio, con gli specchi che permettono la visione dell'io malvagio, e i rimandi sono molteplici: raddoppiato vede l'inserviente in stato di ubriachezza, nella personalità e nel corpo di un altro si cala il chirurgo, due sono le Yvonne, doppio diventa Stephen, due sono... le assolute protagoniste della vicenda.
D'atmosfera i chiaroscuri, allucinanti sono le voci interiori e le sovrimpressioni oniriche ed ellittiche, ipnotica ed inquietante il modo di parlare del protagonista, che passa dal dolce al dissennato.
Interessanti gli inserimenti ironici introdotti, specialmente l'invenzione di titoli d'apertura accompagnati da una musichetta scanzonata, di Dimitri Tiomkin, che fra presagire una commedia, invece poi arriva l'aggressione allo spettatore.
La storia è tratta da una novella che analizzeremo anche tramite un'altra opera, ancora vicina all'espressionismo.
sabato 11 febbraio 2012
cave amantem
La Vénus d'Ille
(La Venere d'Ille)
(Tratto da Racconti e novelle)
Prosper Mérimée
Sansoni Editore
La Venere d'Ille
1979
Italia
Regia: Lamberto Bava, Mario Bava
Soggetto: Prosper Mérimée
Sceneggiatura: Lamberto Bava, Cesare Garboli
(La Venere d'Ille)
(Tratto da Racconti e novelle)
Prosper Mérimée
Sansoni Editore
La Venere d'Ille è ambigua, di provenienza incerta, con su iscrizioni altrettanto tali, dall'espressione affascinante ma sadica, dai tratti somatici tigreschi, sensuale, beffeggiatrice, cosa che la rende estremamente ipnotica. Viene tratta fuori dalla terra, e già in qui momenti dà a vedere il suo dominio sul maschio, ferendo uno degli incaricati dal signor Peyehorade, futuro e gioiosissimo possessore di questa bellissima statua.
A trovarlo, nel sud della Francia, arriva un fine archeologo parigino, interessato all'arte del luogo e presto risucchiato dal vortice di passione inerente la dea. Il suo bronzo è monito sull'intensità dell'amore, vissuto, se necessario, anche in maniera aggressiva.
Per il paese gira un'idea negativa della statua, e un monello non troverà di meglio che cercare di darle una lezione con una sassata; ne farà spese dolorose, altro maschio punito dall'impeto della bellissima.
Il figlio di del sig. Peyehorade, Alfonso, grezzo e corpulento, deve sposare proprio in quei giorni la dolce Madamigella di Puygarrig, suo opposto, mingherlina e delicata. Una Venere in carne ed ossa. Lui prenderà sottogamba la cosa, tutto preso dalla sue attività e dal suo vivere spocchioso e grossolano. Lei però non parrà soffrire più di tanto della cosa, è una ragazzina tenera ma maliziosa, abile a destreggiarsi nelle materiali situazioni provinciali a cui va incontro, ha un lato pungente come la bronzea protagonista. Comunque, con l'amore e con la Venere, perché anche lei ama e quando sa di avere qualcosa difficilmente vi rinuncia, non si scherza, e Alfonso pagherà caro lo scotto delle sue leggerezze, stretto in una morsa di ardore terrificante.
La Venere d'Ille
1979
Italia
Regia: Lamberto Bava, Mario Bava
Soggetto: Prosper Mérimée
Sceneggiatura: Lamberto Bava, Cesare Garboli
Fra le tante trasposizioni venute fuori da varie nazioni, scegliamo quella italiana, con parte della famiglia Bava dietro la macchina da presa.
Prodotto televisivo andato in onda anche nell'interessante ciclo RAI i giochi del diavolo - storie fantastiche dell'Ottocento, figlio di una programmazione che non era fatta solo di danzatori improvvisati e sbirri, presenta tratti tipici di quel tipo di film, in primis la fotografia (di Sebastiano Celeste), che è molto distante dagli standard di Bava senior, facendo presupporre che la parte maggiore sia stata curata dal figlio, qui alla sua opera prima.
Daria Nicolodi è una diafana Madamigella di Puygarrig, che qui ha un nome, Clara, e Marc Porel il pacato parigino, anche lui nominato per comodità, Matthew, ottimi entrambi, così come buona è la verve di Mario Maranzana nei panni del signor Peyehorade e Fausto Di Bella in quelli dell'altezzoso Alfonso.
Colpiscono delle sostanziali differenze, a parte esigenze di ellissi, rispetto al racconto: la promessa sposa e l'ospite si piacciono visibilmente, e verranno anche a contatto, cosa che aumenta la diabolicità di lei e la sua rassomiglianza con la dea; diminuisce e la rende più distante, invece, il fatto che soffra apertamente delle intemperanze del futuro marito, senza presentare la scaltrezza presentata nello scritto.
Insomma, sufficiente pellicola, una via di mezzo tra lo stile degli sceneggiati "settantiani" e quelli moderni.
lunedì 6 febbraio 2012
cavalcata ucraina
Вій (Il Vij)
(Tratto da Storie di vampiri)
Nikolaj Vasil'evič Gogol'
Newton Compton Editori
Вий (Viy)
1967
Unione Sovietica
Regia: Georgi Kropachyov, Konstantin Yershov
Soggetto: Nikolaj Vasil'evič Gogol'
Sceneggiatura: Georgi Kropachyov, Aleksandr Ptushko, Konstantin Yershov
(Tratto da Storie di vampiri)
Nikolaj Vasil'evič Gogol'
Newton Compton Editori
Vivace è la natura che circonda il Seminario di Kiev, come lo è la vita sociale, seppur povera, di quell'Ucraina passata. Il fiume in piena che esce dalla struttura, formato da grammatici, retori, filosofi e teologi, diventa esso stesso parte di quello splendido paesaggio, come un corso d'acqua che poi si perde nei suoi rami e nella foce. Chaljàva, Tiberio Gorobèc e il filosofo Chomà Brut sono la foce, perché ci si focalizzerà solo su di loro, in particolare sull'ultimo, che subirà l'incantesimo di quella che sembrava una vecchietta ospitale e invece si era rivelata una strega. Una magia che aveva portato la vecchietta a cavalcare la sua vittima in uno spazio-tempo soprannaturale. Ma il prode filosofo, ribaltò la situazione, segno della capacità di quelle popolazioni di ammaestrare il folclore.
Il tutto non finisce qui, Chomà verrà chiamato al capezzale della figlia di un "sotnik", un capo di un villaggio cosacco, morta inspiegabilmente. Ella ha espressamente richiesto la sua presenza. Perché? Lui non la conosceva! O sì? È lei, la strega, che tenterà per tre notti di vendicarsi, tre momenti oscuri in cui il seminarista sarà incaricato di salmodiare nella chiesetta dov'è posta la bara, da solo, in cambio di una lauta ricompensa o di frustate in caso di rifiuto. Passa una notte, con lei che si alza dalla bara e cerca di attaccarlo, ma non può vederlo; lui è fermo nelle sue azioni, e se non è proprio un esperto nel campo è almeno uno che vive la vita di petto. Arriva il canto del gallo e la luce, ne esce provato ma illeso. Arriva la seconda notte, la bara fluttua nell'aria, ma Chomà, seppur spaventato sa il fatto suo e la vince. Riporta però un incanutimento della chioma, perché la sua verve giovanile sta venendo meno, e con essa la visione di una vita votata alla massima libertà. La terza notte è una tregenda, creature che spuntano da ogni dove, seppur anch'esse cieche sulla posizione del filosofo, compresi i Vurdalak, i vampiri slavi, e nel finale viene evocato lui, il Vij, sorta di re degli gnomi dalle lunghe palpebre.
Chomà Brut è uno che non ha mai desistito, non ha mai dato le spalle alla vita, è sempre stato fin troppo emotivo e mai ha frenato questa sua caratteristica, in favore di una maggior riflessione. Questa sarà la sua condanna, al Vij saranno spalancate le palpebre, un'arma per lui, che individuerà il filosofo, che invece nel guardare e non muoversi di conseguenza troverà il suo punto debole, e morirà di paura alla sola visione. Ma anche il Male, come Brut, si è spinto troppo in là e molte entità rimarranno preda della luce.
Вий (Viy)
1967
Unione Sovietica
Regia: Georgi Kropachyov, Konstantin Yershov
Soggetto: Nikolaj Vasil'evič Gogol'
Sceneggiatura: Georgi Kropachyov, Aleksandr Ptushko, Konstantin Yershov
Più volte è stata trattata cinematograficamente la novella in esame, e siamo in dovere di ricordare l'esempio del grande Mario Bava, con il suo gioiello gotico La maschera del demonio, che ha preso spunto ma nello stesso tempo è stato anche molto libero nell'adattamento (sceneggiatura di Ennio De Concini, Mario Serandrei, Mario Bava, Marcello Coscia). Film poi oggetto di meno riuscito remake da parte del figlio Lamberto.
Questa colorata pellicola edita della Mosfilm è invece fedelissima, anche nelle parti di testo estrapolate. Di taglio grottesco come il racconto, è lo stesso scenario a presentare un alone di "finto", dovuto presumibilmente a ristrettezze di budget, che dà idea di favola di un folclore tramandato. Al momento giusto sa però essere anche truce, con effetti di gran rilievo, ci riferiamo alla realizzazione delle creature, roba simile a produzioni occidentali di venti anno dopo. La fotografia vira dal luminoso del gioviale giorno ucraino così ben narrato nella storia del lì partorito Gogol', al plumbeo delle notti tormentate, ed è bellissima la struttura sacra, con le sue icone che sono un misto di rassicurante e intimorente.
Perfetto Leonid Kuravlyov nella parte di Chomà, nel film chiamato Khoma Brutus, spavaldo e debole, così come la bellissima Natalya Varley nella parte della strega versione giovane.
La storia è stata ripresa nello jugoslavo Sveto mesto (1990), adattata nel russo Vedma (2006) e verrà riproposta, sempre in Russia, nel 2012.
giovedì 2 febbraio 2012
brio che manca anche in certi momenti
Warum läuft Herr R. Amok?
(Perché il signor R. è colto da follia improvvisa?)
1970
Germania Ovest
Regia: Rainer Werner Fassbinder, Michael Fengler
Scritto: Rainer Werner Fassbinder, Michael Fengler
La quotidianità è una bestia devastante. Si ride e si scherza, ma c'è sempre quella venuzza di imbarazzante disagio permanente, quello ingrandito quando arrivano problemi pratici, come la disposizione della mobilia in casa, i controlli dal medico, o la cura dell'oggetto simbolo dell'uomo occidentale: l'auto.
Peggio ancora sono i rapporti umani, con la moglie, con il figlio che, in maniera naturale, cerca lo svago e non si impegna nello studio, con i colleghi di lavoro, con il capo, con madri, padri ed i loro insegnamenti dettati da una prammatica esperienza. Insostenibili sono le gare con vicini, regolamentate da metri quadri della propria abitazione e spiccioli in più sullo stipendio, per non parlare di quelle velleità culturali di facciata, ostentate per darsi un tono, ma l'interesse per esse è pari a zero.
Tutto ordinario, manca il fiato, vampate. Tipica è anche l'amica di vecchia data "ribelle", libertina, modaiola, che si crede "libera" e invece è soltanto un tassello del sistema, da vivere con un sorriso appena accennato, come lo è quella eccitata da vacanze da arricchiti benpensanti fintamente sregolate. Il sistema è quello che viene vissuto con i rumori ripetitivi di un ufficio in sottofondo e, nel cosiddetto svago, con il bicchierino in una mano, la sigaretta in un'altra e le gambe accavallate, inanellando discorsi ultra borghesi, uno più piatto e banale dell'altro.
Anche tratti comportamentali quali la timidezza rientrano pienamente nello schema, ormai è tutto fagocitato e piallato, un momento di imbarazzo o di comportamento buffo poteva essere essere un'ancora di salvezza, ed invece nisba, quelli che dovevano essere exploit emotivi riescono a stento a muovere i muscoli facciali.
Guardiamo questo mondo con una camera a spalla, che si sposta in carrellate e panoramiche "umane", ondeggianti, come se fossimo in campo, come se fossimo accomodati al tavolo insieme agli altri o seduti sul sedile posteriore dell'automobile, perché... è così, siamo dentro, ci siamo anche noi.
Produci, consuma, crepa.
(Perché il signor R. è colto da follia improvvisa?)
1970
Germania Ovest
Regia: Rainer Werner Fassbinder, Michael Fengler
Scritto: Rainer Werner Fassbinder, Michael Fengler
La quotidianità è una bestia devastante. Si ride e si scherza, ma c'è sempre quella venuzza di imbarazzante disagio permanente, quello ingrandito quando arrivano problemi pratici, come la disposizione della mobilia in casa, i controlli dal medico, o la cura dell'oggetto simbolo dell'uomo occidentale: l'auto.
Peggio ancora sono i rapporti umani, con la moglie, con il figlio che, in maniera naturale, cerca lo svago e non si impegna nello studio, con i colleghi di lavoro, con il capo, con madri, padri ed i loro insegnamenti dettati da una prammatica esperienza. Insostenibili sono le gare con vicini, regolamentate da metri quadri della propria abitazione e spiccioli in più sullo stipendio, per non parlare di quelle velleità culturali di facciata, ostentate per darsi un tono, ma l'interesse per esse è pari a zero.
Tutto ordinario, manca il fiato, vampate. Tipica è anche l'amica di vecchia data "ribelle", libertina, modaiola, che si crede "libera" e invece è soltanto un tassello del sistema, da vivere con un sorriso appena accennato, come lo è quella eccitata da vacanze da arricchiti benpensanti fintamente sregolate. Il sistema è quello che viene vissuto con i rumori ripetitivi di un ufficio in sottofondo e, nel cosiddetto svago, con il bicchierino in una mano, la sigaretta in un'altra e le gambe accavallate, inanellando discorsi ultra borghesi, uno più piatto e banale dell'altro.
Anche tratti comportamentali quali la timidezza rientrano pienamente nello schema, ormai è tutto fagocitato e piallato, un momento di imbarazzo o di comportamento buffo poteva essere essere un'ancora di salvezza, ed invece nisba, quelli che dovevano essere exploit emotivi riescono a stento a muovere i muscoli facciali.
Guardiamo questo mondo con una camera a spalla, che si sposta in carrellate e panoramiche "umane", ondeggianti, come se fossimo in campo, come se fossimo accomodati al tavolo insieme agli altri o seduti sul sedile posteriore dell'automobile, perché... è così, siamo dentro, ci siamo anche noi.
Produci, consuma, crepa.
Iscriviti a:
Post (Atom)












