OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...

domenica 31 maggio 2009

amore stridulo

普通サイズの怪人 (Futsu saizu no kaijin)
1986
Giappone
Regia: Shin'ya Tsukamoto
Scritto: Shin'ya Tsukamoto

La scelta stilistica di questo blog è molto istintiva. L'intento è dare profondi assaggi, liberi da schemi e trattanti diversi ambiti, "colpi" di proposte incontrollate ed impulsive. Un'impostazione più ordinata invece, potrebbe comprendere più o soltanto introspezioni verso intere carriere artistiche (cosa che comunque è accaduta o accadrà, vedi analisi su Švankmajer); questa modalità prenderebbe in esame varie filmografie e quella di ShinyaTsukamoto rientrerebbe a pieno merito in quelle esaminate, è un artista influentissimo per chi scrive. Ora però, andiamo a descrivere una singola pellicola, senza escludere che in seguito la cosa non possa essere ampliata...
Primo cortometraggio reperibile del genio giapponese, prove generali per quello che sarà Tetsuo, sua celeberrima pellicola, famosa nel genere fantascienza cyberpunk. Tutte le scene qui visionabili saranno riprese interamente ed ampliate, alcune ritestate sotto diversa trama anche nel successivo Denchu Kozo no boken, tradotto come Le avventure del ragazzo del palo elettrico.
La trama è particolare, incentrata su uomo che subisce una mutazione tale da ricoprirlo interamente di acciaio, tutto questo causato da una sua vecchia conoscenza e vittima, dotata di poteri speciali grazie a schegge metalliche penetrate nell'organismo.
Fondamentali ed ormai entrare nella mente degli appassionati le sezioni girate a gran velocità per le vie di Tokyo. La veloce creatura metallica simboleggia il caos metropolitano, l'emblema dell'uomo macchina all'interno del quotidiano, materia organica e solida, psiche routinaria e follia generazionale. Imprescindibile anche la sequenza della mutazione sessuale, l'uomo d'acciaio uccide la sua ragazza tramite il suo fallo trasformato in trivella, ribrezzo ed esigenza perversa. Da non dimenticare anche l'inseguimento di apertura, in una metro retro tecnologica, il futuro mostro è apparentemente normale ma inizia a trasformarsi partendo da un arto.
Gli effetti speciali sono creati con il minimo indispensabile, elementi di fortuna e tanto ingegno. Di rilievo i rumori, suoni da fabbrica pesante sono stati la giusta scelta per ciò che viene proposto.
Apocalittica la sequenza finale: la tintinnante entità ed il suo creatore si uniscono in un solo essere, in un'unione d'amore-odio che porterà distruzione nel mondo.
In Italia è conosciuto anche come Mostri di grandezza naturale.

venerdì 22 maggio 2009

risvegli cosmici

The Call of Cthulhu
2005
Stati Uniti d'America
Regia: Andrew Leman
Soggetto: Howard Phillips Lovecraft
Sceneggiatura: Sean Branney

Portare il Maestro Howard Phillips Lovecraft in celluloide è un'ardua impresa, ma non impossibile... La prova è questo mediometraggio realizzato dalla celeberrima H. P. Lovecraft Historical Society, nella sua branca Motion Picture, che può essere definito il miglior adattamento da un racconto del solitario di Providence.
La spasmodica ricerca delle atmosfere ha portato ad un'originalissima scelta, realizzare il tutto come se fosse contemporaneo all'opera letteraria (parliamo di anni Venti). Ci troviamo così con un film del duemilacinque volutamente caratterizzato dai tratti tipici del tempo: pellicola imperfetta, spuntinature, rimandi espressionisti, musica d'accompagnamento, titoli dagli echi "universaliani" e mancanza di sonoro, sopperito da chiare schermate testuali .
Evitiamo di descrivere la trama, tal opera deve essere scoperta personalmente, sia per la sua valenza che per la necessità, causa ferrea fedeltà traspositiva, di averla ben presente prima di apprestarsi alla visione.
Gli attori sono veri e propri omaggi in carne ed ossa all'autore, nonostante si parli di non professionisti si denota una forte passione ed un costante impegno .
Magistralmente focalizzate le parti oniriche e psicologiche, nella loro esposizione scenica ed in sensazioni trasmesse.
Gli effetti speciali sono molto poveri, la cosa si individua in particolar modo nella saliente tappa dell'isola di R'lyeh; un fanatico di tecniche moderne rimarrebbe assolutamente deluso, ma chi conosce l'universo lovecraftiano sa bene che i punti forti sono da ricercare altrove.
In poche parole: il più soddisfacente modo per calarsi cinematograficamente negli orrori di uno dei maggiori esponenti della paura letteraria.
Reperibile innanzitutto presso i realizzatori (http://www.cthulhulives.org/cocmovie/index.html), ma anche sui noti siti d'aste ed altri rivenditori.

lunedì 11 maggio 2009

prima genesi

Frankenstein
1910
Stati Uniti d'America
Regia: J. Searle Dawley
Soggetto: Mary Shelley
Sceneggiatura: J. Searle Dawley

Prodotta dagli Edison Studios, è la prima migrazione cinematografica dell'opera di Mary Wallstonecraft Shelley. Pellicola quasi completamente sconosciuta, è noto che la Creatura ed il Dottore in celluloide più famosi hanno le fattezze di Boris Karloff e Colin Clive , classici personaggi senza tempo del mondo Universal. Si denotano fin dal primo fotogramma i segni del tempo, purtroppo questo gioiello è finito nel dimenticatoio per tanto tempo ed ha sofferto maggiormente dell'usura, comunque la "visionabilità" generale non è compromessa.
Il plot è quello noto, condensato in dodici minuti che non perdono mai di tono. Grande spazio alla creazione ed alla sua modalità, da notare che il tutto avviene con il fuoco, solitamente metafora di distruzione più che di nascita. Sequenza molto curata anche dal punto di vista tecnico, un uso all'inverso della pellicola fa credere che il mostro si componga invece che deteriorarsi. L'aspetto a prodotto ultimato è ben diverso da quello presentato dalla Universal e da Whale (il noto regista), ma anche da quello del romanzo originale. Ottime anche le variazioni cromatiche, scelta presente in molti film del tempo, soprattutto nelle varie riedizioni.
Non possiamo esimerci dal descrivere il finale: la Creatura si annulla specchiandosi e prendendo coscienza del suo aspetto; avviene prima una trasmigrazione nella sua immagine con scomparsa della controparte carnale, poco dopo arriva Frankenstein che vede il suo riflesso ancora sotto forma di creatura per qualche secondo, a simboleggiare che la sua creazione non è altro che il suo io malvagio, ma poi irrompe il suo aspetto materiale e tutto finisce...

venerdì 1 maggio 2009

viaggio d'argilla

Praga, il Golem e altri Demoni
Luigi Bairo
Stampa Alternativa

Le guide turistiche sono diventate delle curate mini enciclopedie inerenti al luogo in esame, questa proposta è un piacevole diversivo, un racconto di viaggio che invoglia a partire...
Edito da Stampa Alternativa e venduto all'abbordabile prezzo di un Euro, è uno scritto di Luigi Bairo, noto soprattutto per le sue tematiche ambientaliste.
Il suo è un viaggio filosofico, scevro da quei bisogni tipici della maggior parte dei visitatori che si riversano nella capitale boema, una ricerca di ciò che rimane di un magico passato inghiottito dal consumismo. Gran parte del volumetto è dedicata ovviamente alla famosa creatura del Golem, alle leggende di chi provò a crearlo, la modalità incarnale e meditativa di farlo e al rabbino che lega il suo nome al folclore, Rabbi Loew. Spazio anche ai riferimenti letterari e cinematografici, al famoso romanzo di Gustav Meyrink e l'altrettanto nota pellicola di Boese e Wegener. Presente un'incursione nella rappresentazione delle sue fattezze e nella penuria di notizie a tema sul web, ma il succo del tutto è l'atemporalità della creatura, carica di un potere esoterico ormai incompatibile con i tempi. Ottima e riflessiva anche la descrizione di luoghi quali il cimitero ebraico e l'ammodernato ghetto.
Ogni tanto l'autore distoglie l'attenzione dal tema e spazia in tratti quotidiani fra il buffo e l'amaro: personaggi che popolano la città, turisti canonici anche esteticamente, birrerie particolari e il generale rifiuto di quella "baroccagine" così semplice e subliminale ma fuori dalle sinapsi della folla che lo circonda. Verso la fine trovano posto anche altre creature del passato, anch'esse ripudiate dalla nuova società tutta trilli telefonici, e la descrizione di una martire e della cappella contenente la sua statua. E' da precisare che l'autore cita luoghi e riferimenti scritti in modo tale da suscitare la voglia di continuare ad informarsi nel lettore.
Citazione conclusiva anche per Franz Kafka. Simbolicissima l'azione del Bairo amante dello scrittore ceco: in visita alla tomba, non riesce a scrivere nulla sul pezzetto di carta da lasciare sulla lapide come fanno altri turisti e deve presto cedere il posto ad un tecnologico fotografo; il tempo ha portato via tutte le parole.

lunedì 27 aprile 2009

versi nella notte

Harpya
1979
Belgio
Regia: Raoul Servais
Scritto: Raoul Servais

Pura tensione ed atmosfera impacchettati in otto di minuti di cortometraggio.
Raoul Servais è un arista belga dedito a varie tecniche cinematografiche, solitamente animazioni miste a recitazione di attori in carne ed ossa, come in questo caso. Presentiamo quest'opera perché si lega mnemonicamente a chi ha avuto la fortuna di vedere un contenitore televisivo trattante brevi film d'animazione, trasmesso anni fa in Mediaset e curato da Maurizio Nichetti.
Notte: un uomo passeggia per la città e nota un'aggressione. Salva la vittima, ma si rende subito conto che ha le fattezze di un'arpia, metà donna e metà uccello. Nonostante ciò la conduce nella sua casa, ma la creatura lo perseguiterà... fino al prossimo adescamento.
L'aspetto visivo creato è accentuatamente "spezzato", le parti disegnate sono minimaliste e l'effetto che si viene a creare accoppiandole con gli attori è parodistico ed originale. Anche il personaggio dell'arpia rende bene e non sono da dimenticare i tocchi di classe grotteschi, vedere l'"amputazione" e ciò ne consegue. Il colpo da maestro rimangono però i suoni, semplici anche questi, ma azzeccati come tempi, martellanti ed ossessivi.
A volte si creano film del terrore che scivolano nella comicità involontaria, questo è un caso inverso, un intento caricaturale che angoscia.

profondo Oriente... partendo da Occidente

Storie di spettri giapponesi
Lafcadio Hearn
Giovanni Tranchida Editore


Lafcadio Hearn era un eclettico del mondo, nato in Grecia da padre irlandese e madre greca, emigrato successivamente negli Stati Uniti e poi arrivato dove voleva, in Giappone. Parliamo di un occidental,e quindi, ma nel finale della sua vita divenne un estremo cultore e conoscitore del Sol levante, a tal punto assorbito che, "burocratimmersamente", il suo nome verrà tramutato in Koizumi Yakumo.
Il titolo del libro non è dei migliori, in senso di messaggio verso il pubblico. Dà l'idea di cellulari e spaventati scolari in divisa che affollano le sale adibite a J-Horror. Qui invece andiamo oltre, nelle profondità dello spirito nipponico ed in ogni strada, nel bruno degli occhi a mandorla fino alle scale dei templi buddhisti.
Le storie raccolte sono prelevate da varie opere originali: Kwaidan, In ghostly Japan, Shodowings, Glimpses of unfamiliar Japan. Un sunto essenziale ma esauriente delle profondità dell'anima giapponese. Racconti di spiriti, d'amore (Un karma passionale su tutti), di rancore e di gioia, ma anche descrizioni minuziose di ricorrenze (evocativo è Al mercato dei morti), partendo dai minimi gesti che compongono le vite di educate e serene esistenze. Grande spazio alla reincarnazione (La storia di O-Tei), vista anche come fattore positivo che permette continuità e realizzazione di desideri inespressi. Curato anche l'aspetto religioso, monaci vivono situazioni legate al loro essere, profondi e carichi di simbolismi sono Storia di un Tengu e Frammento. Ovviamente ospiti quasi onnipresenti sono le entità spettrali, anche nelle manifestazioni più familiari agli occidentali: alla ricerca di un gesto umano che dia la pace, vendicativi o accondiscendenti. A tal proposito citiamo La riconciliazione, racconto ispiratore per i creatori di Kaidan, maestosa pellicola cinematografica degli anni Sessanta, contenente anche altre tre rappresentazioni di Hearn, presenti al di fuori di questa antologia. Protagonisti anche oggetti legati ad entità, alla magia e alla riflessione, da citare La fanciulla del paravento e Uno specchio e una campana. C'è posto anche per agli animali, ben fatto Ululati.
Un limite che può scoraggiare il lettore occidentale è la ricchezza di termini puramente estremo orientali, anche se c'è da dire che le note dell'autore sono lì a correre in suo aiuto, ma sono pochine rispetto alla mole di parole per noi inusuali. Sarebbe buona cosa fare ricerche mirate tramite altri mezzi , la cosa arricchirebbe ancor di più la metabolizzazione
Concludendo, chi è alla ricerca di qualcosa di profondo, tradizionale e spettrale circa la Terra Giapponese può abbandonarsi a questo splendido volume.

venerdì 24 aprile 2009

il vorace nuovo secolo

Jan Švankmajer
Gli anni Duemila

L'ultimo decennio porta una semi rivoluzione, vengono approfonditi alcuni temi e allo stile generale viene concessa una struttura maggiormente fruibile.
Otesánek (2000) è una forma svankmajeriana di una favola ceca dai risvolti macabri, quindi già predisposta ad un'interpretazione oscura.
Una coppia è ossessionata dall'impossibilità di avere un bambino, ciò porterà ad una forma di follia sfociante nel soprannaturale: il marito trova una radice di forma vagamente umana e la regala alla moglie, tale sarà la forza mentale che il ciocco si animerà e divorerà tutto il possibile, persone comprese, fino a diventare di dimensioni spropositate. L'ambientazione è un vecchio condominio ceco con varie tipologie di abitanti, gli eventi sono attentamente seguiti da una bambina.
Metafora della creazione, della volontà umana e dell'amore/odio. Il mondo gira così, si generano individui in particolari situazione sociali, costoro ne soffrono e diventano maligni, purtroppo non per colpa loro. Una visione alternativa potrebbe essere quella del nuovo capitalismo da poco arrivato in terra boema, ovviamente impersonato dal "mostro"; esso fagocita vecchi mestieranti (come l'anziano postino) e raccolti. Il finale viene suggerito dalla favola, protagonista una zappa. Anche il personaggio padre della bambina viene rappresentato come un classico uomo pigro, schiavo della TV, della pubblicità e restio al progresso culturale.
Si può dire che sia il primo film di Švankmajer in cui, oltre al grottesco, esistono momenti di comicità diversiva, utili a sdrammatizzare il truce tema.
La stop-motion fa il suo egregio lavoro con la creatura, da adulta non sempre visibile chiaramente. Ottime anche le interpretazioni.
Sílení (2005). Švankmajer (re)incontra Poe ed il marchese De Sade. Un ragazzo fa la conoscenza di un bizzarro individuo, un marchese che vive fuori dal tempo, che lo accoglie nella sua dimora, luogo dove avvengono strani riti. In seguito il giovane verrà ospitato, apparentemente convinto dal nobile ma in realtà deciso a seguire una ragazza conosciuta precedentemente, in una strana casa di cura dove ci sarà il culmine della vicenda.
Due scuole di pensiero dominano la pellicola: una inneggia al libertinismo (come nel precedente Spiklenci Slasti), al piacere ed a tutti modi per arrivarvi. L'altra condanna il vizio, asseconda le punizioni. Gran spazio anche alla religione che, secondo l'ottica di alcuni personaggi, è falsa e illusoria. Jan ci regala quest'opera sotto una forma inusuale per lui, ma più simile ai canoni cinematografici. Poe fa capolino più volte ma l'ispirazione più grande proviene dal racconto Il sistema del dr. Catrame e del prof. Piuma, portato dal grottesco ad una forma più dura e sanguinosa. De Sade aleggia nella personalità del marchese protagonista e in tutto lo svolgersi morboso dei temi.
Questa volte le animazioni sono solo un contorno, i personaggi in carne ed ossa riescono a rendere bene il messaggio, ma va comunque menzionato il piccolo ruolo del passo uno: pezzi di carne e lingue umane (il corpo e la parola) gioiscono e sono impegnati in vari azioni durante tutta la pellicola; c'è libertà, non ci sono catene. Nel finale viene proposta una carrellata in un reparto frigo di un supermarket, lì dorme la bistecca e con essa la possibilità di manifestare i propri piaceri.
Metacinematografica l'"hitchcockiana" presentazione ad inizio pellicola, in cui il regista ceco descrive ciò che andremo a vedere.
L’ultimo titolo, Prezít svuj zivot (teorie a praxe), è stato presentato a Venezia nel 2010, e in seguito anche in altri eventi a tema.

Rendiamo noto che questo saggio viene presentato in una forma maggiormente curata ed approfondita tramite il libro/rivista Moviement Magazine, nel numero dedicato a Švankmajer segnalato in altri post.

venerdì 17 aprile 2009

può un pollo essere libertino?

Jan Švankmajer
Gli anni Novanta

In questo periodo l'autore inizia finalmente ad essere riconosciuto fuori patria, anche se mai abbastanza... Avviene anche lo stop ai cortometraggi, i successivi lavori saranno caratterizzati da durata canonica.
Konec stalinismu v Cechách (1990): la caduta delle cortina di ferro permette la creazione di questo corto politico surrealista. Icone di leader sovietici e cecoslovacchi si alternano a fotografie ed animazioni, le prime raffiguranti l'utopia ideologica, le seconde tragiche realtà, derive dell'umana crudeltà. Rappresentazioni di busti che partoriscono figure a loro figlie, patiboli di creta e teschi che si cibano dell'immagine di morte. Particolare attenzione alla Primavera Di Praga e verso Dubcek, unico esente dalla berlina grottesca presente nella pellicola. Nella conclusione si passa al successivo periodo storico, ma si resta incatenati a qualcosa di difficilmente scaricabile…
Jídlo (1992), letteralmente "alimenti", è un'opera fondamentale nell'immaginario di Jan. La sua ossessione per il cibo, toccata nei precedenti lavori, qui esplode totalmente. Divisa in tre parti. La prima tratta la macchinosità dell'alimentazione con un "distributore umano" che viene intercambiato tramite il suo cliente, all'infinito... La seconda è una critica al perbenismo, con aggiunta di cannibalismo ben rappresentativo per ogni campo in cui si viene a contatto con il prossimo; tripudio di passo uno e grande abilità nel fonderlo con gli attori in carne ed ossa. Il terzo rende visiva e visionaria la definizione "siamo ciò che mangiamo"; le portate davanti agli avventori sono la loro personalità sotto cibaria.
Faust (1994) è naturalmente la visione surreale della famosa opera, nata da un'espressione cartacea tedesca, riproposta in tante salse e da vari autori. Il tratto saliente è l'ambientazione quotidiana, con protagonista, nelle vesti di Faust, un individuo medio, impegnato nel tran tran quotidiano, che entra nel mondo tentatore in maniera naturale. Come consuetudine per l'autore ceco, le marionette hanno importanza fondamentale, sono i protagonisti come i comprimari, si alternano agli umani e ne prendono possesso trasformandoli in attori di legno nei momenti di maggior rilievo, come quando Faust vive i suoi desideri dati in cambio della sua anima. Ottima la volontà di creare una sorta di metateatro, le vicende sono nel contempo lampi sovrannaturali nella vita reale e rappresentazioni sceniche, senza dare una precisa spiegazione; da rilevare il fatto che una delle più importanti espressioni sul Faust è stata proprio l'opera teatrale di Christopher Marlowe, con questo c'è forse una volontà citazionista. La "rappresentazione" avviene quindi in una classica struttura teatrale, ma anche in strade e parchi in cui il resto del mondo continua a svolgere le proprie mansioni. Scena principe è di sicuro l'evocazione di Mefistofele, inscenato come il proprio io, dove Švankmajer dà prova di sapere personalizzare anche situazioni ormai entrate nel mito.
Spiklenci Slasti (1996) è puro libertinismo su celluloide. Lungometraggio che narra di un gruppo di personaggi che danno sfogo alle loro fantasie nei modi più impensabili. C'è l'uomo con il culto della vicina e del di lei rapporto con il pollame, la vicina stessa ed il desiderio di sottomissione di lui, la postina e la sua “droga alimentare”, la presentatrice TV con la sua predilezione ittica, suo marito, feticista del contatto d’oggettistica e l'edicolante con il culto della donna televisiva di sopra. I modi per esprimersi sono di un'inventiva allucinante, ma necessitano della completa solitudine del soggetto stesso. Questo è il tema saliente, si parla quindi di esigenze irrealizzabili da altri umani? Il più profondo piacere è raggiungibile solo con il proprio io e con il pensiero di ciò che ci si aspetta dall'altro? Non a caso coloro che venerano un altro individuo, è il caso dei vicini e dell'edicolante, ne ricreano le fattezze tramite fantocci (che si animano nell'immaginario dei loro creatori tramite stop motion) e mezzi meccanici, i quali serviranno per l'orgia autoerotica mentale.
In contrapposizione c'è da dire che sono tutti consapevoli sulle azioni del prossimo, ciò significa che c'è un'accettazione generale, una furtiva e globale libertà d'espressione e di piacere talmente forte che, nella parte finale dell'opera, le pratiche oniriche iniziano a confondersi con la realtà materiale.

domenica 12 aprile 2009

dovete chiudere gli occhi, altrimenti non vedrete niente

Jan Švankmajer
Gli anni Ottanta

È il decennio più prolifico e quello che decreta la consacrazione anche fra i suoi cultori occidentali, grazie soprattutto al suo primo film di lunghezza classica. Gran varietà di proposte, situazioni anche molto distanti l'una dall'altra.
Zánik domu Usheru (La caduta della casa Usher, 1981). Il primo dei due adattamenti da scritti di Edgar Allan Poe. Come raramente accaduto nelle sue produzioni antecedenti, Švankmajer fa leva sulla narrazione, stralci verbali del racconto accompagnano interpretazioni animate e surrealiste dell'opera, tutto in maniera magistrale e poetica. Il crescendo di tensione è reso benissimo e l'onirico visivo appare inaspettato e creativo. Il finale, come la storia pretendeva, gela il sangue delle vene. Nuova vivacità che rapisce gli amanti dell'autore bostoniano, dà altra linfa allo scritto.
Moznosti dialogu (Possibilità di dialogo, 1982) è uno dei più apprezzati ed ispirativi suoi cortometraggi. Diviso in tre fasi, tratta l'approccio in differenti visioni, facendo uso di teste formate da oggettistica o in materiale modellabile. Stupefacenti animazioni ed espressioni. Nella prima, “arcimboldiane” creature si divorano, distruggono e ricreano l'un l'altra. Caratterizzate ognuna da un misto di oggetti contestualizzati al loro essere non si accettano e quindi si modificano fino al parto di semplici personaggi impersonali. Nella seconda fase si analizza la vita di coppia, i primi contatti e la procreazione. Prevedibile il finale repulsivo per la piccola creatura e indovinabile la distruzione del duo. Fase tre: l'incomunicabilità. Uno pone lo spazzolino, l'altro il dentifricio, uno il pane, l'altro il burro. C'è comunicazione, tutto scorre fluido ed apprezzato. Ma se tutto si confondesse? Proprio come accade nella realtà: si pone un argomento e quello viene bandito contrapponendovi qualcosa di incompatibile, lesivo e disarmonizzante. Anche in questo caso la fine arriva in tutto il suo ledere.
Kyvadlo, jáma a nadeje (1983) è Il pozzo e il pendolo, seconda ispirazione dallo scrittore statunitense Poe. Probabilmente ciò che a gran parte dei lettori passava in mente alla lettura del racconto. Il surrealismo acquista tratti quasi realisti, tali da rendere infernale, allucinante ma nello stesso tempo materiale l'esperienza del protagonista. Poco spazio alle parole, molto al disperato sguardo in soggettiva. Il muro della tortura spaventa nella sua macchinosità ed animosità ma ciò che rimane più impresso è, anche questa volta, il finale. Allo spettatore non rimane che un interrogativo...
Do pivnice (1983). Prove generali per il suo prossimo lungometraggio (che analizzeremo dopo). Una piccola "Alice" vaga per metaforiche scale, fino ad un tetro scantinato frequentato da due inquietanti individui. Viaggio nell'inconscio infantile, con del simbolico carbone onnipresente. Riacquistare ciò che ci è appartenuto o forse narrare l'adattamento umano, cosa si intendeva dire con le coperte di combustibile nella camera dell'uomo e con i terribili dolci della signora, impastati con la stessa sostanza? Finale con la bambina che cerca, trova e vuole portar via qualcosa, dar vita alle sue esigenze e sogni... rappresentati da cosa? Semplici patate.
Muzné hry (1988) farà sorridere molti occidentali, siamo infatti nel mondo del pallone. I rituali del tifoso vissuti come una degenerazione: in un umile appartamento un appassionato si prepara alla serata calcistica armato di birre, dolci e TV. Ogni bicchiere scolato comanda ciò che succede sul terreno di gioco e i punti su quest'ultimo vengono segnati con le eliminazioni fisiche degli avversari nei modi più grotteschi. Tripudio di passo uno misto allo sguardo dell'attore principale. È semplice agonismo o è travisare uno sport? Alla fine il protagonista colpisce ancor più drasticamente, ma non se ne cura più di tanto...
Another Kind of Love (1988) esula un po' dal contesto, ma visto che la parte visiva è curata interamente dal nostro Jan va decisamente citato. È semplicemente un video musicale dell'inglese Hugh Cornwell che vanta canoniche animazioni “švankmajeriane”; veniamo così a scoprire che si adattano benissimo alla scanzonata pop song dell'autore e non solo a cupi ed anomali scenari.
Neko z Alenky (Alice, 1988). Eccoci all'esordiente lungometraggio. Un'interpretazione surrealista delle opere di Lewis Carroll Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò non è un qualcosa di impensabile, la natura stessa degli scritti si presta al pensiero ed al sogno. È la produzione più conosciuta nel mondo dell'autore ceco, forse proprio per la fama dei racconti ispiratori. Si inizia con un breve avvertimento recitato (quello del titolo del post, che ben descrive il genere che ci apprestiamo a metabolizzare) in stile fiaba, e a farlo è proprio la giovane protagonista, al di là delle scene, in cui le viene inquadrata soltanto la bocca. Sarà così per la descrizione di tutte le sequenze della pellicola, ma in modo molto ridotto, la parola lascia la maggior parte dello spazio all'elaborazione mentale. Il coniglio bianco, personaggio fondamentale del film, è una versione impagliata in una teca, che si anima, si veste, prende possesso delle forbici che userà spesso e va di fretta; necessario focalizzarsi sull'orologio da taschino che è contenuto all'interno del suo corpo, fra la segatura. Ad ogni occhiata lo tirerà fuori da lì e lo ripulirà, tutto a mostrare la lotta contro il tempo che ci corrode dall'interno, e ci rende ad essa dipendenti. Importante anche il modo di spostarsi, come nell’originale, da un luogo all'altro: tramite cassetti di vecchi mobili, porte per la dimensione onirica.
Alice inizia la sua avventura da quella che sembra essere la sua stanza, ma si recherà presto, inseguendo il coniglio, in un ambiente essenziale e spoglio, non solo grazie al metodo espresso poc'anzi, ma anche tramite un infernale (sembra proprio si stia scendendo in esso) ascensore, che pare ripercorrere le precedenti opere di Jan ed anche ciò che verrà in seguito. Qui troveremo le azioni famose del racconto, il cambio di dimensione della bambina ed i modi per avviarlo, sotto l'occhio surrealista che immagina come bambolina la versione piccola ed inchiostro o strani biscotti il mezzo per far scaturire il tutto. Tramite il pianto rotto di Alice tutto si allagherà e lo scenario si sposterà alla casa di mattoncini del tassidermico coniglio, dove la bimba subirà un attacco di particolarissime creature scheletriche e vagamente animalesche.
Continuano poi i cambi di capitoli, e le chiavi (anche materialmente presenti) per farlo saranno sempre inusuali e difficoltose da trovare; serve una spinta per riversarsi nel sogno e nella fantasia, dal mondo materiale... Le suddette chiavi saranno nascoste in scatole di sardine, ai margini di tavoli e confuse nel mezzo di sgabuzzini ricchi di anomalo cibo ed oggettistica disgustante. Basta anche un solo fotogramma a far rievocare i rapporti costanti Švankmajer/oggetti e Švankmajer/cibo, veri feticismi cerebrali con cui il nostro ha cementato un'intera produzione sotto il segno magico del trasferimento delle emozioni umane verso cose inanimate. Anche l'incontro con il Bruco di Carroll è segnato da ciò, questi è un calzino con occhi di cristallo e dentiera, ed il fungo che donerà è di semplice legno. Materiale da cucina presente e lanciato verso Alice anche nella casa da cui vengono fuori il luccio e la rana valletti, che portano l'invito della Regina alla ragazzina.
Arriviamo così all'incontro con il Cappellaio Matto e la Lepre Marzolina, inscenati in forma di marionetta e pupazzo a corda. Altra caratterizzazione surrealista del brano del racconto, da notare come la Lepre cosparge di burro un orologio, questa volta l'ossessione alimentare e quella oggettistica si uniscono. Per il resto vengono riprese famose frasi del racconto inglese.
La parte finale racchiude tutti i personaggi e richiama tutte le proposte precedenti, nella stessa forma o in altra: il reali sono di cartone, i soldati emergono dalle carte, Cappellaio e Lepre giocano a tavolino con orologi indosso, materia quotidiana come dei puntaspilli si trasformano in ricci, le forbici del coniglio servono per decapitare e il processo a carico della bambina verte attorno ai famigerati biscotti usati per il cambio dimensionale.
Nel termine si ritorna alla camera iniziale, dove sono curiosamente presenti tutti i dettagli del film, ma in forma materialistica: i pupazzi , bambole, le carte sono in un angolo, c'è qualcosa in un cestino e i biscotti sono in un piatto sul tavolo... All'appello manca solo la lepre imbalsamata... Sogno o realtà? Unione fra le due cose?
Tma/Svetlo/Tma (Oscurità/luce/oscurità, 1989) è un altro caposaldo imitato ed affermato. Sembra quasi una critica al corpo umano, così magnificato ma anche così caotico, misterioso ed animalesco. Vari parti anatomiche ed organiche tentano il ricongiungimento in una fin troppo stretta stanza( la propria esistenza è sempre rinchiusa?) nel tentativo di formare un corpo di tal nome. I più peperini sono la bocca e la lingua ed il più violento ed affannoso è ovviamente il membro; come ovvio basta una simbolica spruzzata d'acqua per raffreddare i bollori. La vita è un interruttore, alla sua nascita si accende ed alla consapevolezza di arrivo si può spegnere, ma il traguardo può essere stato non raggiunto.
Meat Love (1989) è una breve produzione UK/USA/Germania sfoggiante due vanitose bistecche che tentano l'approccio, e nel momento in cui riescono nell'intento sono pronte all'impanatura e cottura. Non c'è altro da dire...
Flora (1989) è la sua opera più corta. 31 secondi di animazione prodotti negli Stati Uniti, con un "uomo vegetale" che si disgrega senza poter raggiungere un vicino bicchier d'acqua. Ancora visione pessimistica del corpo/mente. Quasi un bumper.
Ci sarebbe anche Animated Self-Portraits (1989), ma preferiamo sorvolare perché è una creazione di vari maestri dell'animazione mondiali, oltre Jan, quindi non contestualizzata all'analisi.

domenica 29 marzo 2009

leggende di legno ed ambienti onirici

Jan Švankmajer
Gli anni Settanta

Decennio successivo, vi è maggiore esperienza e continua a presenziare eccletticità, le proposte continuano ad essere eterogenee e miste.
Kostnice (L'ossario, 1970). Un "documentario" girato in un ossario boemo, sotto l'occhio propositivo di Jan. Si può dire che gran parte del lavoro era già fatto, il posto vanta una disposizione delle ossa umane tale da formare vere e proprie sculture e immagini evocative. Accompagnamento dolce e lirico per rappresentazioni che paiono abitazioni d'oltretomba, femori disposti da sembrare vasi ornamentali. Un modo per esorcizzare la morte, rendere omaggio ad un passato sepolto.
Con Don Sanche (1970) ritornano le marionette umane. Oltre al rapporto con gli oggetti l'autore ci precisa che noi ed essi possiamo fonderci in un'unica immagine. La storia ripresenta il famoso personaggio Don Giovanni, rifacendosi principalmente all’opera lirica di Mozart dove compare. Non esageriamo se affermiamo che l'aspetto esterno di pupazzo legnoso non pregiudica la rappresentazione del dramma ma lo rende particolare ed espressivo.
Zvahlav aneb Saticky Slameného Huberta (1971). Pezzo forte del periodo, mostra il magico collegamento tra l'uomo ed i vecchi giocattoli da infante, in questo caso con rilettura del poemetto Jabberwocky di Lewis Carroll. Švankmajer ha sempre tenuto in rilievo la sua visione surrealista della giovanissima età e qui ne dà prova estrema. Danze di oggetti, soldatini, vestiti e bambole; il pensiero ed il sogno rivolto ad essi. Magnifiche le sequenze con il classico gioco su carta del labirinto ,in vece della continuazione della vita, interrotto da un gatto nero che può venir letto come la tenera età che non vuole terminare. Il finale ingabbierà il felino...
Leonarduv Denik (Il diario di Leonardo, 1972) vanta una collaborazione anche con l'Italia. Disegni scientifici animati nello stile dell'artista praghese, accostati a goffe immagini principalmente sportive. La rappresentazione scientifica del sogno cozza con la materiale debolezza umana?
Otrantský zámek (Il castello di Otranto, 1977) è un altro parto surrealista unito ad un classico letterario, proprio l’opera di Horace Walpole. Originale la forma di intervista ad un professore che ipotizza una possibile locazione della costruzione non nel Sud dell'Italia ma a Náchod, Repubblica Ceca. Si fantastica anche con le parti sovrannaturali dell'opera, in particolare sul ritrovamento di presunti richiami ad un gigante. Ad ornare il tutto, la canonica regia d'animazione che espone stralci della storia.

lunedì 23 marzo 2009

parto di marionette

Jan Švankmajer
Gli anni Sessanta

Parlare testualmente del praghese Švankmajer è un'impresa ostica, la sua visione surrealista è un'immersione in veloci sequenze allucinanti ed artistiche. Gran parte dell'opera omnia registica è occupata da cortometraggi e tratteremo l'argomento dividendo la produzione per decenni. Daremo anche una nostra interpretazione per ogni pellicola, ma è ovvia la complessità e la soggettività di giudizio su un’arte squisitamente onirica e del pensiero.
Esordisce nel 1964 con il corto Poslední trik pana Schwarcewalldea a pana Edgara (L’ultimo numero del signor Schwarzewald e del signor Edgar), teatro di "marionette umane" in cui due attori mascherati propongono dei numeri circensi e di intrattenimento, con sottofondo di suoni martellanti e musica popolare; questo in parole poverissime... Evidente la metafora del confronto, la rappresentazione della coscienza umana e del materialismo, l'imporre la propria volontà, l'invidia, la distruzione interiore e del prossimo, ma anche la fantasia e la concezione propria; tutto questo in poco più di dieci minuti, cioè il tempo che, come vedremo, sarà una media approssimata di tutti i corti dell'artista ceco.
Johann Sebastian Bach: Fantasia G-moll (J.S. Bach: Fantasia in sol minore, 1965) è forse il meno immediato di tutto il decennio. Porte, finestre, muri e strade in un tripudio di animazione “stop motion” (detta anche “passo uno” suo grande marchio di fabbrica), tutto in bianco e nero e sonorizzato tramite organo. Rapporti, differenze ed accostamenti fanno da padroni allegorici.
Hra s Kameny (1965) tratta l'universalità del tempo. Protagonista è proprio un orologio "rubinetto", che figlia man mano cose più complesse: l'amore, l'odio, tutto rappresentato dalla durezza della pietra.
Con Rakvickarna (La fabbrica di bare, 1966) ritorna il tema della contrapposizione, condito di altro. Colorati burattini amatoriali in un ambiente di cartapesta, articoli di giornale e documenti illustrativi, marche di prodotti e musica da teatrino. Apre un'allegra banda che passa la mano al caos quotidiano, fino ad arrivare all'idea di famiglia e ai sentimenti verso il prossimo. Finale prevedibile, è lo spettacolo della vita. Forse la migliore opera dei primi sessanta.
Et cetera (1966): l'esistenza come nelle immagini esplicative dei vecchi dizionari... animate dal maestro!
Historia Naturae, Suita (1967): fra Arcimboldi ed un libro di scienze, l'arte naturale delle creature terrene e l'uomo che le distrugge, passando poi a compiere la stessa azione su se stesso.
Zahrada (Il giardino, 1968) è l'unico di questo primo lotto a non utilizzare né passo uno né animazioni. Parte convenzionalmente ma poi rapisce, la sorpresa è nella mente dell'attore e dello spettatore. Rappresentazione sociale, tutto va curato e coltivato.
Picknick mit Weissmann (1968): l'uomo bianco è l'etereo protagonista... La mancanza delle piccole gioie porta al decadimento, alla fine. Foglie a coprire il grammofono, per simboleggiare l'appiattimento.
Byt (L'appartamento, 1968): “Lynchano” ed in bianco e nero. Un uomo si ritrova in un appartamento del suo inconscio, questo dopo aver perso la via maestra, i propri percorsi. La luce tenta di aprire un varco ma uscire è difficile, si viene respinti. Allora cerca di trovare input, cibo per la mente. Si arrangia, prende quello che riesce, tramite i mezzi a disposizione, ma senza guida, aiuto o propria e forte volontà è un'impresa castrata. Un personaggio appare fugacemente e senza il dovuto slancio, ma fortunatamente il finale è liberatorio: ciò che cercava il protagonista era se stesso. Il migliore della seconda metà del decennio, si inizia a comprendere un tema stilistico del regista che proseguirà negli anni successivi.
Tichý týden v dome (Una tranquilla settimana in casa, 1969) è il meno breve del decennio in termini strettamente tempistici. Metaforicamente vi è la difficoltà di espressione, di dialogo, di esternazione; tutto è imbrigliato, liquidato. I gesti quotidiani inframezzano ed hanno il loro spazio. In questo caso presenzia il bianco e nero alternato con il colore, la dimensione onirica è rappresentata da quest'ultimo.

venerdì 20 marzo 2009

le ventiquattro

Körkarlen
(Il carretto fantasma)

1921
Svezia
Regia: Victor Sjöström
Scritto: Selma Lagerlöf, Victor Sjöström

Una favola nordica che non sfigura neanche ai nostri giorni. Sjostrom, regista poliedrico, sceneggia e gira un'opera dal romanzo originale di Selma Lagerlöf. Nella magia della pellicola anni venti ci viene mostrata una leggenda scandinava in cui chi esala l'ultimo respiro durante lo scoccare dell'anno nuovo dovrà essere il cocchiere del carretto che preleva le anime dei morti, questo per tutta l'annata appena iniziata. Ciò è il tema portante della storia di David Holm e di tutte le persone che cirocondano la sua vita disagiata.
Tecnicamente siamo su piani alti; l'autore era un curioso sperimentatore e la cosa appare evidente nell'uso, in collaborazione con il direttore della fotografia Julius Jaenzon, delle luci, di posizionamenti di camera e soprattutto nella sovraimpressione, vera perla di questo film. Il carro e tutto ciò che è trapassato si aggirano per il mondo materiale nel loro essere incorporei e con la leggendaria abilità tipica degli spettri di attraversare muri ed ostacoli; la figura del carretto nel tetro ambiente cimiteriale o quando percorre le acque marine rimane impressa nella memoria di chi riesce a contestualizzare e valorizzare. Consigliata la visione della versione integrale svedese, che fa uso delle differenze cromatiche per rappresentare interni, esterni e momenti focali.
Le figure umane vantano una recitazione teatrale, forte e marcata, tipica del periodo e la cosa viene ancor più congiunta dalla divisione delle pellicola in atti, ben cinque. La retrorica è molto semplice ed apparentemente moralista ma ottimisticamente leggibile secondo il momento. Ottimo l'intersecarsi di storie che permette una equa immedesimazione ed è da ricordare che determinate situazioni non sono sparite nel corso del tempo. A tal proposito citiamo l'avversità cinematografica (ed ovviamente non solo) degli scandinavi verso l'alcolismo, trattata anche nel recente e di successo Lasciami Entrare. In conclusione appare chiaro che il tema è semplice, ben comprensibile e lontano da sfaccettature e particolari che avrebbero caratterizzato il mondo di celluloide a venire ma nonostante questo rimane una ferma colonna della cinematografia svedese.

mercoledì 18 marzo 2009

androidi di insolita provenienza

L'uomo meccanico
1921
Italia
Regia: André Deed
Scritto: André Deed

Precursore di produzione italiana. Trama , sequenze, finale, sarà tutto riproposto in molte pellicole della successiva cinematografia mondiale. Purtroppo ciò che abbiamo l'opportunità di vedere è solo una parte dell'opera, originariamente completamente perduta, ritrovata recentemente in Brasile e restaurata nel miglior modo: ottime le virate di colore e plauso alla volontà di mantenere il tratto grafico originale delle didascalie.
Il plot vede uno scienziato inventare un potente androide comandato a distanza ed un gruppo di delinquenti, tra cui una donna, fa di tutto per impossessarsi del necessario per la costruzione. Il tutto sfata ma successivamente la donna riesce, grazie alla forzata collaborazione della nipote dell'inventore, ad avere la sua creatura da mandare a creare caos nel mondo. Fortunatamente il fratello dello scienziato riesce ad opporsi grazie alla costruzione di mostro meccanico simile all'altro che usa per combattere l'originale.
Le sequenze più interessanti sono ovviamente quelle con la creatura presente, davvero avveniristica è la modalità di comando a distanza: un'intera stanza piena di leve, ruote e pulsanti simili al comando di una nave ed il gigante visibile attraverso un grande schermo somigliante ad un plasma TV. Il design della creatura ricorda certi personaggi della sci-fi USA anni Cinquanta, ad esempio il Robbie de Il pianeta proibito, anche se la possibilità di un'ispirazione sia poco plausibile per la già citata causa del ritrovamento quasi attuale della pellicola, al massimo si è potuta sfruttare qualche probabile foto di scena o locandina. Particolare attenzione vogliamo dare ai momenti di distruzione perpetrati dal mostro che, per quanto goffissimi per i nostri giorni, sono da considerare più che sufficienti per il tempo. Grande lo scontro finale nel teatro, versione anni venti delle lotte fra città dei colossi fantascientifici giapponesi.
Il senso della pellicola è riconducibile a molte metafore, ad esempio la mancanza di controllo di certe idee di potenza (che sarebbero molto presto arrivate anche nel nostro Paese) o più materialmente la pericolosità di invenzioni belliche atte alla distruzione su grande scala.

lunedì 16 marzo 2009

opaca trasparenza dalla Francia

Racconti Fantastici
Guy de Maupassant
Mondadori Editore

Passiamo a parlare di testi. Quando tratteremo l'argomento libri citeremo il nome dell'editore, questo per non confonderli con le pellicole cinematografiche.
Nota è l'importanza di Maupassant circa la letteratura in genere ma non pensiamo di esagerare se lo consideriamo fondamentale nell'ambito di quella del terrore.
Il volume in esame contiene trenta racconti, la summa delle sue discese fantastiche. Grande rilievo ad argomenti quali il magnetismo, il profondo sentimento della paura, l'umana pazzia, le apparizioni ed in particolare ad una tematica che davvero rimane nella mente del lettore, la "percezione limitata"; secondo il francese abbiamo sensi così ristretti da permettere l'acquisizione soltanto di pochissimi elementi presenti nel mondo. Spettrali e note presenze sono anche quelle dei celebri L'Horlà e La madre dei mostri, probabilmente i più inquietanti nell'accezione ristretta del termine. Pochissimo spazio al grottesco, qualcosa di ironico è propriamente contenuto soltanto nel divertente L'albergo. Meritano menzione anche i sentimentali La chioma e Lettera trovata indosso a un annegato, ma con queste citazioni non intendiamo sminuire le restanti opere, tutte necessarie alla comprensione dell'immaginario dell'autore.
Vita travagliata e troppo breve per un genio che non disdegnava di cadere in tentazioni definite maligne ed impure e che l'hanno forgiato verso pieghe umane esposte nei suoi testi. Ovvia la trasposizione del suo pensiero verso altri sistemi di comunicazione come il cinema o il teatro, peccato che di materiale in celluloide ne è stato adattato ben poco per il nostro paese.

sabato 14 marzo 2009

il vituperato Ed


Figura controversa il sig. Edward D. Wood Jr., la sua fama negativa lo caratterizza anche fra quelli che non hanno mai visto una sua pellicola.

In questa sede non ci dilungheremo sul Wood uomo ma andremo ad analizzare un paio delle sue pellicole più rappresentative.
Plan 9 From Outer Space (da noi Piano 9 da un altro spazio), 1959.
Opera cinematografica che può vantare addirittura la dicitura di più brutta del mondo e trattasi sicuramente del suo lavoro più noto.
Un misto di horror e fantascienza, si parla della venuta sulla terra di extraterrestri forniti di armi di distruzione di massa e del potere sovrannaturale di risvegliare i cadaveri.
Un ambiente cupo fa da sfondo alle vicende e lo spettatore è già all'inizio confuso dalla presenza di scene "extra" e apparentemente fuori contesto, parliamo di quelle che vedono protagonista Bela Lugosi, in realtà appartenenti ad una precedente idea mai realizzata. Per quanto il collage possa far sorridere è da riconoscere il coraggio e la fantasia del regista che riesce letteralmente ad appioppare al film qualcosa di completamente diverso. La storia globale in sé non è banalissima né improponibile ma il quadro tecnico la porta inesorabilmente verso momenti di ridicolo involontario, terribili le cloche di cartone in mano a dei piloti e scarnissimi certi ambienti. Proprio la povertà degli effetti ha decretato la fama dell'opera in questione. Gli interpreti non sono degni di nota ma c'è da spezzare una lancia a favore di Vampira, attrice immagine di un genere e incarnante lo stereotipo della dark lady, in quanto è bastata la sua presenza a conferire un certo fascino gotico-retro al tutto. Curiosi anche gli stretti spazi cimiteriali dove si aggirano gli attori, c'è odore di arrangiamento ovunque ma ad un occhio benevolo e molto positivista appaiono come dei piccoli quadretti macabri. Il dialogo finale è il coronamento cultistico del tutto, fra un paio di macchinari ci si infila in un cunicolo filosofico che nonostante una evidente forzatura nasconde uno spunto davvero di seria riflessione.
In parole povere: è definibile la peggior opera della storia di celluloide? Non a parer nostro, esiste qualcosa di ancor meno curato su tanti punti di vista ed è da rimarcare che proprio la definizione in sé è un qualcosa difficile da circoscrivere.
Glen or Glenda, 1953. L'anno d'uscita è proprio ciò che colpisce, un film sul travestitismo in quei tempi era una bell'azzardo. Viene raccontata la vita di un individuo caratterizzato da questa abitudine, le sue manie, le sue difficoltà, tutto esposto verbalmente da un narratore fuori campo.
L'originalità di esecuzione è la principale caratteristica, la base della storia è arricchita di sequenze di varia impostazione. Anche qui è presente Lugosi, nelle vesti di una scienziato che approfondisce l'argomento in modo alquanto bizzarro; è in un luogo lugubre ed oltre a fare rifermenti di non semplice comprensione viene splittato con sequenze apparentemente discordanti. Celebre è la mandria di bufali in corsa ma a nostro avviso la cosa può essere vista come metafora della brutalità della gente, restia ad accettare determinate cose e pronta a calpestare con violenza qualsiasi "diversità". Presenti anche sequenze moderatamente sessuali e l'apparizione onirica di un individuo demoniaco che potrebbe essere la coscienza del protagonista.
Più che di parte e favoreggiante verso la caratteristica che vuol trattare sembra che il lungometraggio spinga alla riflessione in modo che lo spettatore possa trarre le sue conclusioni, a patto di aver ben compreso la questione. Proprio questo proporrei al lettore prima di giudicare l'autore di queste opere per sentito dire: scoprire, analizzare e dare un parere.

il gigante del popolo

불가사리 (Pulgasari)
1985
Corea del Nord, Giappone
Regia: Chong Go Jo, Sang-ok Shin
Sceneggiatura: Se Ryun Kim

La creatura distruttrice a modo nostro! Potrebbe essere questo il motto di presentazione di Pulgasari, pellicola simil Kaijū giapponesi di produzione nord coreana. Siamo nel 1985, ma l'atmosfera è quella delle realizzazioni dei Cinquanta/Sessanta.
Un malvagio monarca vessa la popolazione contadina, maltrattando ed arrestando chi non segua determinati dettami. Sarà questa la sorte del fabbro di un villaggio, ma tra sofferenza e la successiva morte avrà il tempo di far nascere il "godzilliano" Pulgasari, da una manciata di riso. Un successivo passo magico porterà la creatura da grande pochi centimetri a colosso di decine e decine di metri, con l'unica necessità di essere nutrito con del ferro. Ovvio sarà il suo schierarsi tra le file le popolo e in man forte alla già da tempo crescente rivolta dei giovani ribelli.
La trama nobile ed ideologica si accompagna ad una proposta visiva ricca di ingenuità, ma resa non malissimo nel complesso. Si è fatto uso anche di esperte maestranze giapponesi e c'è da dire che le sequenze di distruzione di palazzi e muraglie sono credibili, lo stesso non si può dire dei primi piani del bestione e dei vari effetti per rendere l'idea di gigantesco. Anche le sequenze di scontri fra gli eserciti non fanno gridare al miracolo, ma la computer grafica, tanto usata nelle battaglie filmiche di oggi, era in fase affatto consolidata, nonché improponibile per il contesto geografico. Tratti del film degni di nota sono anche quelli eccentrici ed originali, la sequenza dell'esorcismo in primis.
Il tocco autoriale c'è, innegabile.

venerdì 13 marzo 2009

il mondo circoscritto

Dead-End Drive In
(Drive-in 2000)
1986
Australia
Regia: Brian Trenchard-Smith

Scritto: Peter Carey, Peter Smalley

Anni Ottanta che più tali non potrebbero essere... trattati in senso critico.
Il mondo è sull'orlo del collasso su tutti i fronti e due ragazzi cercano di vivere e sopravvivere. Una sera decidono di entrare in un drive-in ma questi non è soltanto ciò che sembra...
Pellicola sfarzosa contenente messaggi vieppiù adattabili a periodi storici. All'interno dell'apocalittico scenario troviamo creste, cotonature, borchie e tanto spray ma tutto questo è solo un adattarsi dei giovani e segregati abitanti. La loro vita è scandita a ritmo di cinema e hamburger, giochi puerili e violenza; proprio ciò che vuole il sistema, burattini da indottrinare e da tenere buoni. C'è spazio anche per subdolo razzismo ed individualismo ma a loro va bene così, "fuori" troverebbero una situazione ancora peggiore, sono consapevoli di essere nei gradini più bassi delle società.
La pellicola scorre veloce, diverte e ci sorprende per l'attualità dei temi trattati.

giovedì 12 marzo 2009

la fantascienza da mancina

Intendiamo pubblicare gli articoli in un modo non sempre lineare, un percorso cronologico o argomentativo preciso non sarà la consuetudine
Iniziamo con...
Una nota casa di distribuzione ha recentemente dato la possibilità di scoprire delle pellicole non propriamente canoniche, poco note: parliamo delle produzioni fantascientifiche della Defa, l'organo cinematografico statale della fu Repubblica Democratica Tedesca. In particolare ci concentriamo su tre film, i primi due beneficiari di collaborazioni con altri Paesi: Der schweigende Stern di Kurt Maetzig, del 1960 e tratto da un romanzo di Stanislaw Lem (in Italia Sojoux 111 Terrore su Venere oppure Il pianeta morto), Eolomea, 1972, di Herrmann Zschoche (Eolomea - La sirena selle stelle), Im Staub der Sterne, 1976, di Gottfried Kolditz (La polvere delle galassie).
In queste produzioni le convenzioni vengono stravolte, l'immagine di marziale grigiore che ci si aspetterebbe è quasi del tutto assente. Ci troviamo di fronte ad una visione "coloratamente utopistica" e nello stesso tempo filosoficamente profonda.
Nel primo lungometraggio viene presentata una realtà globale fondata sulla collaborazione fra i popoli, unita ad uno sviluppo tecnologico che ha portato alla raggiungimento di alte vette cosmiche. Un corpo celeste caduto sulla terra spingerà ad una spedizione verso il "pianeta morto" del titolo, il quale si rivelerà in tutte le sue caratteristiche. Ciò che colpisce in primis è l'impronta storico-politica: Stati Uniti gomito a gomito con l'Urss, congressi internazionali e spedizioni multietniche fanno da padrone. Rilevanti anche i cenni su improbabili e ucronici momenti storici, sempre trattanti pacifiche situazioni a livello planetario. La realizzazione prettamente tecnica è ugualmente povera e artistica, i mezzi scarseggiavano e ciò appare chiaro, ma l'arte di arrangiarsi ha aiutato a creare immagini fantastiche, originali e sprizzanti cromatismi. Molto belli i costumi e la superficie del pianeta centro degli eventi.
Eolomea, pur presentando caratteristiche simili, si ricorda maggiormente per la profonda carica filosofica. La sparizione di una flotta di ricognitori condita da assenza di risposte radio è il filo conduttore della pellicola; si cercherà una spiegazione nella profondità della sceneggiatura. Bravi gli interpreti, debitamente agghindati con gioielli dell'arte sartoriale, spicca la presenza femminile di Cox Habbema, aggraziata attrice nederlandese ben in parte con il tema. Le basi e gli ambienti abbondano di "cartone" e i mezzi non si discostano dalla loro realtà di modellini, ma l'effetto globale rende comunque. Un'attenta visione non mancherà di portare lo spettatore alla riflessione.
Im Straub der Sterne è quello più forte dal lato visivo, ci racconterà di una spedizione verso un luogo da cui era partita una richiesta di soccorso. Un vero peccato che certe opere siano misconosciute, c'è da rimanere strabiliati di fronte alle idee impiegate per rappresentare una popolazione aliena. Intrattenimenti, usanze e modo di cibarsi fanno sorridere tale è l'originalità, le stanze e le costruzioni non sfigurerebbero in nessun museo di arte moderna. C'è spazio anche per interpreti di teatro e ammiccamenti adamitici.
Le differenze fra codeste opere d'oltrecortina e ciò che la produzione occidentale ci ha abituato a vedere sono varie. Nelle prime non c'è eccesso di violenza, non ci sono volgarità gratuite e personalità dominanti. Scordiamoci i "son of a bitch" detti a denti stretti e soprattutto dimentichiamo gli eroi impossibili, dannati e affascinanti delle produzioni mainstream Usa e a seguire. Nei film analizzati troviamo entità semplicemente dedite al proprio lavoro e al benessere globale, per questo apprezzate e stimate. Gli scontri personali sono principalmente una critica a se stessi o opposizioni a dominazioni troppo calcate. Il fine è un progresso che nulla ha a che vedere con le teorie di conquista e sottomissione. Utopia, certo, ma la fantascienza non è spesso questo? E come rimanere indifferenti alle parole, estratte da un extra del film, dell'operatore di ripresa di Eolomea che dice che la produzione fantascientifica Defa è stata limitata perché era difficile realizzare pellicole citanti mondi in cui sono abolite le classi sociali e regna l'uguaglianza? Poniamoci certe domande, accompagnandole sempre al rispetto di chi ha patito gli errori dell'uomo e le degenerazioni d'ideologia ben presenti nei luoghi dove sono nati questi film.

mercoledì 11 marzo 2009

sipario alzato


Iniziamo la trasmissione di quest'avventura dopo anni di "monoscopio"; elucubrazioni, esposizioni verbali, risposte e non risposte, curiosità... tutto non scritto ed archiviato. Adesso vogliamo farlo ed intendiamo trattare ed analizzare media di intrattenimento profondo o meno: pellicole di genere, punti fermi cinematografici, divertissement, passatempi in celluloide, letteratura consolidata od apparentemente anomala, creazioni oniriche e tanto altro... Normale la presenza del conseguente corollario psico sociale atto al contesto. Per questa volta tecnicamente sbrigativi, abbiamo scelto questa piattaforma per accessibilità, fruibilità e possibilità di dare in pasto quella quantità di testo che spesso subisce delle bristattazioni ingiuste.

Ora, come direbbe qualcuno, Buona Visione.