Ashes of Doom
1970
Canada
Regia: Don Arioli, Grant Munro
Scritto: Don Arioli
Come Mario Bava e Roger Corman possono incontrare le istituzioni!
Classicissima situazione gotica con vampiro e damigella, ma al servizio del Department of National Health and Welfare canadese, precisamente per una campagna contro i pericoli del fumo di sigaretta.
Scenario e fotografia che non sfigurerebbero in un horror dello stesso periodo o maggiormente del decennio precedente all'anno di produzione.
Simpaticamente ingenuo ma tecnicamente grandioso, dai titoli fino al serratissimo montaggio.
OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...
martedì 29 maggio 2012
sabato 26 maggio 2012
sprazzo di Terayama no. 2
ローラ (Rolla)
1974
Giappone
Regia: Shûji Terayama
Critica ed elogio dello spettatore del cinema sperimentale, è lui al centro dell'attenzione, è sviscerato, giustiziato, chiamato in causa. Deve arrossire, buttar un colpo di tosse sviante, imbarazzarsi.
A renderlo così partecipe è il fantasma dell'avanguardia, con il suo corpo sensuale e il viso bianco che si evidenzia su uno sfondo nerissimo.
Chi assapora è il burattinaio, l'opera è figlia di chi guarda, è lui stesso spettacolo.
È lui a mettersi in gioco, è lui che deve decidere se accettare plausibili etichette, se fare "fare seppuku", se aprire la mente, se denudarsi completamente per l'arte, se donarsi ad essa nel modo più assoluto.
1974
Giappone
Regia: Shûji Terayama
Critica ed elogio dello spettatore del cinema sperimentale, è lui al centro dell'attenzione, è sviscerato, giustiziato, chiamato in causa. Deve arrossire, buttar un colpo di tosse sviante, imbarazzarsi.
A renderlo così partecipe è il fantasma dell'avanguardia, con il suo corpo sensuale e il viso bianco che si evidenzia su uno sfondo nerissimo.
Chi assapora è il burattinaio, l'opera è figlia di chi guarda, è lui stesso spettacolo.
È lui a mettersi in gioco, è lui che deve decidere se accettare plausibili etichette, se fare "fare seppuku", se aprire la mente, se denudarsi completamente per l'arte, se donarsi ad essa nel modo più assoluto.
giovedì 24 maggio 2012
dietro il telo blu
ビジターQ (Bijitâ Q)
2001
Giappone
Regia: Takashi Miike
Scritto: Itaru Era
2001
Giappone
Regia: Takashi Miike
Scritto: Itaru Era
Una famiglia giapponese, non è importante il nome, di un macrocosmo sovrappopolato come quello dell'Estremo Oriente. Non è il caso definirla apparentemente normale, perché l'inizio è subito chiaro, e vede Kiyoshi, il padre, giornalista fallito alla ricerca di uno scoop sensazionale, analizzare il mondo cruento degli adolescenti. Per iniziare niente di meglio che un incesto con la giovane figlia prostituta, nonostante la pseudo riluttanza di lui. Finisce come deve finire, e tanto per mostrare come sono questi bramati adolescenti, lei avrà il tempo anche di turlupinare il padre per la prestazione e sbeffeggiarlo per il poco denaro che ha dietro.
A casa non va meglio. La madre, Keiko, è costantemente vessata e picchiata dal giovane figlio, forse per sfogare la sua rabbia da vittima di bullismi molto pesanti. Lei è remissiva, fra l'indifferenza generale subirà fino a riportare gravi ferite e una camminata claudicante. Ma continuerà imperterrita la sua vita, tanto a consolarla ci sarà, sorpresa, l'eroina, acquistata tramite, sorpresa due, la vendita del suo corpo, ad individui dai gusti non standard.
A svegliarli da questo torpore arriverà il Visitor Q, personaggio di dubbia provenienza che si presenterà con una sassata in testa al padre; subito chiare le sue intenzioni, è una sveglia, un angelo/demone in forma umana.
Mentre al padre va sempre peggio, infatti arriverà anche ad uccidere la collega che non vedeva di buon occhio il suo progetto di lavoro, oltretutto facendole pagare, IN SEGUITO, le sue turbe, la madre peggiora e il figlio è ancor più maltrattato, il "visitatore" arriverà a completare la sua opera. Ne avrà per tutti e tre, poco più in là anche per la figlia, che si ricongiungeranno nel simbolico latte materno della signora Keiko, sgorgante a fiotti, segno di un ritrovato credere in se stessa. Finalmente scopriranno "armonia": i genitori collaboreranno fra di loro, Kiyoshi aiuterà, in maniera violentissima, il figlio e si sentirà appagato, il ragazzo rientrerà felice nelle grazie materne. Missione compiuta.
Laidissimo eccesso mascherato da cinema verità, il formato digitale, il 4:3, i soli suoni senza musica, vogliono dare idea documentaristica e vi riescono ancor più di riprese reali. Una società alla deriva, dove sono lesi tutti i rapporti: famigliari, d'amicizia, lavorativi, con il proprio ambiente, quale può essere la casa, con gli estranei. L'importante è censurare e non far apparire, come nella famosa sfocatura degli organi genitali giapponese, tale da permettere al mondo di non vedere.
Nichilismo sociale, forse riabilitabile a sassate sulla testa, per passare ad un gradino emotivamente più funzionale, ma uguale marcio e perverso.
È vero Takashi Miike, in una delle sue molteplici forme.
domenica 20 maggio 2012
sprazzo di Terayama no. 1
1971 (versione corta) 1996 (lunga)
Giappone
Regia: Shûji Terayama
Scritto: Shûji Terayama
V'è spesso una gran dire su utopistici governi a completa gestione femminile, idea sicuramente fantasiosa, ma fallimentare dai primi attimi, in cui farebbero scena "tirate di capelli" materiali e non.
Ed uno composto da bambini, invece?
Tomato Kecchappu Kôtei, l'impero del ketchup, questo perché esso è l'alimento di Stato, il più ambito e simbolico.
Gli adulti hanno dominato da sempre, ed è inevitabile che il novello regno dei piccoli non abbia ereditato caratteristiche simili. Ma è solo un'impostazione base, il resto è parto di menti infantili.
I grandi delle rivoluzioni, che siano state realmente tali o no, d'esempio Mao Tse-tung o Karl Marx, vengono banditi, e le loro icone vergate con una "X", che è anche il vessillo del nuovo impero.
Le leggi sono ben chiare, stilate punto per punto, niente fraintendimenti, tutte a favore degli sbarbatelli.
C'è un esercito con le varie divisioni, capace di torturare, uccidere, vessare; c'è chi si occupa dell'attività energetica ed ovviamente c'è l'imperatore: fiero, in divisa, con cappello e, all'occorrenza, barba e baffi finti, pregno di vizi come ogni dominatore che si rispetti.
Ma il carburante per alimentare tutto ciò, nonché la nullità da sottomettere qual è? Ovviamente gli adulti. Marionette in mano ai bimbi, sono soggiogati, degradati. Mentre i genitori dell'imperatore devono pulirgli le scarpe, con lingua compresa, e suonare per lui, altri devono alimentare meccanicamente le fonti d'energia, ma soprattutto tutti devono diventare zimbelli, violati sotto vari punti di vista, anche se si potrebbe dire in maniera "estetica": saranno rete da ping pong, annientati ad un primordiale ruolo animalesco, unendosi in rituali e lottando fra loro, spesso denudati, sporchi, imprigionati, puniti con la pena di morte se infrangono le leggi, o in altro modo, secondo il loro status prerivoluzionario. Sono rinchiusi per vezzo nei posti più svariati, indotti ad essere spettatori passivi e piegati del nascente reame, fanno da tappezzeria di carne, da mobili umani, statue statiche abbellenti, dal trucco pesante. Oltre a... e qui Terayama stupra lo spettatore, soddisfare gli appetiti sessuali dei fanciulli. Alt! Niente di completo o che gli si avvicini di molto: il sesso è mostrato come una visione giocosa, le donne sono bambole umane nelle mani di corpicini ancora non sviluppati, è un teatro fatto di eccessi, tanta fantasia visiva e sregolatezze.
Shûji, feroce critico del conformismo, punta anche il dito verso i precedenti potenti della Terra, messi alla berlina per la loro somiglianza, non solo fisica.
Nessun pentimento da parte del nuovo impero, che spiega che quella è la giusta via.
Importantissimo sapere che esistono due versioni del film, una di poco sotto la mezz'ora di durata, in bianco e nero e più diritta sull'obiettivo; un'altra oltre l'ora e uscita più tardi, dai toni seppia, che spossa e ossessiona lo spettatore nel più tempo concessogli, e punta una maggior luce su ciò a cui sono ridotti i maggiorenni, con le infinite lotte fra caricature di ex Paesi dominanti e una maggior chiarezza sulla religione preesistente violata.
La camera è spesso a spalla, si fa lieve e vorticosa all'occorrenza, c'è quel senso di realismo documentaristico misto alla sperimentazione sognante, perché è difficile trovare qualcosa di più onirico di quest'opera.
Le musiche suonate sono di stampo infantile, oppure rilassanti e basate sullo Shamisen, odore di vecchio cinema insomma, sembra che manchi solo il benshi. Ma si fanno anche marziali, e le voci sono da proclama imperialisti.
Qui abbiam gustato l'opera, ci siamo fatti domande, anche scrupoli, certo, poi abbiamo deciso di parlarne. A noi stessi, verso il nostro cuore.
martedì 15 maggio 2012
lo Stivale nella galassia
È grandissimo l'onore per essere entrato a far parte dei collaboratori di Il futuro è tornato, blog nato per ridare dignità, nell'italico idioma, alla fantascienza, genere variegato e della connotazione spesso profondissima. Il sito si presenta da sé, ma voglio comunque rendere noto che vi scrive è un reale appassionato di genere, non ci si imbatte in improvvisazioni e "marchette" dell'ultim'ora. Originale è la forma di ciò che si propone: si va dai palinsesti televisivi alle recensioni di film, dalle interviste agli articoli sui libri, e molto altro.
Personalmente ho esordito trattando uno dei miei sc-fi movie preferiti: Aelita di Jakov Aleksandrovič Protazanov, tratto dal romanzo omonimo di Aleksej Nikolaevič Tolstoj.
sabato 12 maggio 2012
quella serie animata del 1969?
Zorgon: The H-Bomb Beast from Hell
1972
Stati Uniti d'America
Regia: Kevin Fernan
1972
Stati Uniti d'America
Regia: Kevin Fernan
Commedia anticipatrice, che già aveva percepito i cliché di quelle che erano le tendenze di pochi anni prima, in netto anticipo su diverse mode di rispolvero del vintage attualmente circolanti.
Parodia dello sci-fi horror degli anni Cinquanta, con la creatura amorfa di origine sconosciuta, in questo caso un "lovecraftiano" misto fra un polpo (Octaman?) e un demone oni del folclore giapponese, che miete numerose vittime, tutto circondato da un alone di mistero.
Se l'origine amatoriale è evidentissima, sembra un The Geek vestito d'ironia, non è da bistrattare un'originale scelta, quella di privare la pellicola di qualsiasi suono al di là degli effetti: nessuna soundtrack, niente dialoghi ma intertitoli, soltanto rumori in primissimo piano.
Recitazione volutamente sopra le righe, scenari da "dietro casa", errori di fuoco, inquadrature sballate e montaggio rozzo, a cospetto di volontà di non prendersi sul serio e amore per il cinema.
mercoledì 9 maggio 2012
movimentati piccoli spazi
The Haunted Curiosity Shop
1901
Regno Unito
Regia: Walter R. Booth
Un negozietto di curiosità in vecchio stile, à la Safarà di Dylan Dog, per intenderci. Qui però il gestore non ha poteri, quasi nulla può contro le presenze moleste. A far loro da porte d'accesso ci sono il classico armadio e il tipico vaso dell'iconografia d'orrore, stessa cosa per la forma delle entità, si va dagli scheletri ai fantasmi incorporei, dalle teste volanti a dispettosi folletti.
Tutto in un quadro fisso, con quegli effetti che strabiliavano da almeno un quinquennio.
Ritroviamo Walter R. Booth, già visto qui.
1901
Regno Unito
Regia: Walter R. Booth
Un negozietto di curiosità in vecchio stile, à la Safarà di Dylan Dog, per intenderci. Qui però il gestore non ha poteri, quasi nulla può contro le presenze moleste. A far loro da porte d'accesso ci sono il classico armadio e il tipico vaso dell'iconografia d'orrore, stessa cosa per la forma delle entità, si va dagli scheletri ai fantasmi incorporei, dalle teste volanti a dispettosi folletti.
Tutto in un quadro fisso, con quegli effetti che strabiliavano da almeno un quinquennio.
Ritroviamo Walter R. Booth, già visto qui.
giovedì 3 maggio 2012
koniec
Morderstwo
1957
Polonia
Regia: Roman Polanski
Scritto: Roman Polanski
1957
Polonia
Regia: Roman Polanski
Scritto: Roman Polanski
Questa è l'attesa della morte in un mondo quotidiano. Essa arriva, come talvolta accade, con flemma, porta via con una certa metodica, non senza una certa spettacolarità. Quando scocca l'ora a nulla serve ribellarsi, sarà troppo tardi, il guizzo potrebbe solo aumentare la sofferenza. Com'è venuta così va via, nel silenzio di uno sguardo fisso, di un piano fisso, come un'ombra che scivola via, lontano.
lunedì 30 aprile 2012
una sciarpa nella nebbia
(Il pensionante)
1927
Regno Unito
Regia: Alfred Hitchcock
Soggetto: Marie Belloc Lowndes
Sceneggiatura: Alfred Hitchcock, Eliot Stannard
Il pensionante ha un volto molto dolce, ma nello stesso tempo i fatti portano a vederlo con un alone perverso, il bianco del cerone diventa quello del volto della morte e gli occhi languidi perversione omicida. Daisy, figlia dei padroni della pensione si è ormai infatuata, la madre è invece sospettosa, il padre più distaccato. Le nebbie di Londra nascondo dei misteri. Un poliziotto fa il filo alla ragazza, e non ha in simpatia il loro cliente...
Fortissima influenza della avanguardie tedesche per questa quinta opera di Alfred Hitchcock, ritenuta però il sincero esordio. Gli stilemi del maestro, la cura estrema che verrà riposta poi nel periodo americano è già presente: i pensieri accentuanti da semplici piani, dei dettagli espressivi che parlerebbero anche senza intertitoli, la donna diafana, delicata ma sicura di sé, il soggetto per cui lo spettatore parteggia e rifugge, i cameo del regista stesso, ma soprattutto il classico tema giallo, con i dubbi che si sciolgono solo a fine pellicola, comprendendo anche una sorta di doppio finale.
Ma ombre, accento su alcune parti scenografiche, tra cui porte e scale, sono evidente impronta espressionista, mentre la lenta e spesso solo accennata recitazione presente in alcuni momenti è più vicina al Kammerspiel. Da espressionismo tedesco anche i magnifici, seppur brevi, titoli d'inizio pellicola di E. McKnight Kauffer, che fanno riferimento alla figura del triangolo ricorrente nella pellicola: il triangolo lasciato sui biglietti dell'assassino, il triangolo amoroso...
Ispirato da libro omonimo e lavoro teatrale (Who I He?) di Marie Belloc Lowndes, portato sullo schermo altre sei volte: con lo stesso titolo, The Lodger, nel 1932, nel 1944 e nel 2009 e nella serie Armchair Mystery Theatre del 1965, chiamato Man in the Attic nel 1953 e con la traduzione tedesca Der Mieter in un film TV del 1967.
venerdì 27 aprile 2012
le sang et la nudité
Sexandroide
1987
Francia
Regia: Michel Ricaud
Tre weirdissimi episodi, sbilenchi quanto basta per entrare nell'underground più infimo, con fotografia amatoriale da filmino casalingo anni Ottanta, prove attoriali infelici con tanto di sguardo in camera, ma molto, molto gusto, smisurata passione e orrida fantasia.
Non dobbiamo pretendere trame intricate, assistiamo infatti ad una sorta di spettacolo teatrale (vi partecipa una compagnia, Le petit mescal), un Grand Guignol moderno, non a caso il film è francese, con siparietti da prendere fine a se stessi.
Nel primo, la dagyde, una ragazza, seduta ad attendere qualcuno o qualcosa in un locale, subisce il classico rito Vudù della bambolina da un oscuro individuo. Il male si consumerà nel bagno della struttura, con sangue a iosa, in primis dalla vagina, in una sorta mestruo estremo. Affiorerà, causa punture di spillone da parte dell'aguzzino, anche dalle mammelle, dagli occhi; poi si assisterà a bruciature e impiccagione. Il tutto è però morboso, lei emette gemiti che danno idea di sadico piacere, il suo corpo è nudo, la perversione scalpita.
Nel secondo episodio, les Sexandroides, quello più curato, una bellissima ragazza si reca in un sotterraneo dall'arredo gotico. Qui, dopo attimi di finto o vero smarrimento e invasamento con tanto di strip, fustigazione e balli rituali, incontrerà una creatura (il cui trucco è talmente pesante da farne rimanere traccia anche sull'altra attrice) che la torturerà in maniera... amorevole. Già, perché i due paiono praticare un rito sadomaso, dove lui sputerà un ragno nella bocca di lei e le mangerà i capezzoli, ma anche lui stesso si farà del male, specialmente quando si tirerà fuori le budella in stile Antropophagus. Se ne andranno sottobraccio e dissanguati, in uno stupendo lieto fine. L'impressione generale è da horror dilettantesco del tempo, girato con quei mezzi di ripresa allora meno alla portata di tutti. A noi ha ricordato anche diverse iconografie riprodotte su copertine di gruppi heavy metal di allora. Del gran bel gothic gore vintage!
Il terzo, les dents de l'amour, è davvero grottesco: una veglia funebre ad un vampiro si trasformerà in un balletto sexy, con tanto di musica in presa diretta, non certo tutta tetra, e tempi esageratamente lunghi. Per un attimo si sfiora l'hard, ma l'ironia la fa da padrone, specialmente nel finale!
Lunga vita alla concezione del weird!
1987
Francia
Regia: Michel Ricaud
Tre weirdissimi episodi, sbilenchi quanto basta per entrare nell'underground più infimo, con fotografia amatoriale da filmino casalingo anni Ottanta, prove attoriali infelici con tanto di sguardo in camera, ma molto, molto gusto, smisurata passione e orrida fantasia.
Non dobbiamo pretendere trame intricate, assistiamo infatti ad una sorta di spettacolo teatrale (vi partecipa una compagnia, Le petit mescal), un Grand Guignol moderno, non a caso il film è francese, con siparietti da prendere fine a se stessi.
Nel primo, la dagyde, una ragazza, seduta ad attendere qualcuno o qualcosa in un locale, subisce il classico rito Vudù della bambolina da un oscuro individuo. Il male si consumerà nel bagno della struttura, con sangue a iosa, in primis dalla vagina, in una sorta mestruo estremo. Affiorerà, causa punture di spillone da parte dell'aguzzino, anche dalle mammelle, dagli occhi; poi si assisterà a bruciature e impiccagione. Il tutto è però morboso, lei emette gemiti che danno idea di sadico piacere, il suo corpo è nudo, la perversione scalpita.
Nel secondo episodio, les Sexandroides, quello più curato, una bellissima ragazza si reca in un sotterraneo dall'arredo gotico. Qui, dopo attimi di finto o vero smarrimento e invasamento con tanto di strip, fustigazione e balli rituali, incontrerà una creatura (il cui trucco è talmente pesante da farne rimanere traccia anche sull'altra attrice) che la torturerà in maniera... amorevole. Già, perché i due paiono praticare un rito sadomaso, dove lui sputerà un ragno nella bocca di lei e le mangerà i capezzoli, ma anche lui stesso si farà del male, specialmente quando si tirerà fuori le budella in stile Antropophagus. Se ne andranno sottobraccio e dissanguati, in uno stupendo lieto fine. L'impressione generale è da horror dilettantesco del tempo, girato con quei mezzi di ripresa allora meno alla portata di tutti. A noi ha ricordato anche diverse iconografie riprodotte su copertine di gruppi heavy metal di allora. Del gran bel gothic gore vintage!
Il terzo, les dents de l'amour, è davvero grottesco: una veglia funebre ad un vampiro si trasformerà in un balletto sexy, con tanto di musica in presa diretta, non certo tutta tetra, e tempi esageratamente lunghi. Per un attimo si sfiora l'hard, ma l'ironia la fa da padrone, specialmente nel finale!
Lunga vita alla concezione del weird!
domenica 22 aprile 2012
rossetto e corpetto
1997
Stati Uniti d'America
Regia: Maria Beatty e Margie Schnibbe
Scritto: Maria Beatty e Margie Schnibbe
Una "madre" punisce la sua "piccola" chiudendola in uno stanzino: saranno momenti di riflessione, di voyeurismo, nonché cinghia di trasmissione del modo di porsi della genitrice verso la ragazza, questa novella Carrie versione invertita, che sperimenterà su delle bambole malconce, incarnazione della stessa mamma, di lei e del loro ambiguo rapporto.
Bianco e nero, forti chiaroscuri, fotografia art house di stampo espressionista, musica da carillon intervallata da sensuale sassofono, per una storia che ha dell'incestuoso, del sadomasochista, del perverso, dello psicologico profondo.
Le immagini della punizione principale si intervallano a quelle di un'altra, probabilmente passata, caratterizzata da una lunga ed erotica sculacciata, terminata con un attimo di sollievo, un'indulgenza momentanea.
È un rincorrersi in 16 mm di dettagli su elementi sexy e feticisti, dal forte sapore estetico, con le protagoniste (e autrici del film) Maria Beatty e Margie Schnibbe, "lolita" l'una, vintage e "diva" l'altra, decisamente a loro agio.
Ossessionanti le bambole deformi sottoposte a vari tipi di torture, uno strumento di pratica fortemente turbante, una rappresentazione dell'umano solitamente abusata, ma qui efficace.
Alla fine, fra sovrimpressioni, arriverà il fuoco purificatore, la figliola sarà maestra nell'imitazione della sua creatrice e avrà quindi imparato la lezione; la chiave aprirà la porta.
domenica 15 aprile 2012
rose bianche, morite!
Adoration
1987
Belgio, Francia
Regia: Olivier Smolders
Scritto: Olivier Smolders
1987
Belgio, Francia
Regia: Olivier Smolders
Scritto: Olivier Smolders
Il terzo occhio della camera fissa è in realtà l'interno della mente di Issei Sagawa: un ambiente essenziale, in cui l'unica presenza realmente viva è l'attesa, quella per la compagna di studi alla Sorbona Renée Hartwelt, e per ciò che dovrà perpetrare. Lampi di transizioni fluttuano come pensieri. In sottofondo il rumore dello scorrere della pellicola, la memoria di Issei, un archiviare che nel prosieguo avverrà in maniera più materialistica. A conferma dell'idea del diegetico unito all'extradiegetico vi è la mistura fra l'onniscienza del campo totale e la soggettiva del protagonista, che coglie attimi di vitale riferimento, tipo il consumo della cena, per l'atto che succederà di lì a poco.
Renée recita candide poesie, l'esame di fine ciclo di letteratura inglese è vicino; esse parlano di verginità, di biancore, di fiori, apparizioni e forti emozioni, saranno registrate su nastro, qui l'atto materiale, che più che scorrere nel registratore si avvolge al cervello di Sagawa.
Uno scoppio e poi l'amore, l'adorazione, l'assaggio dell'immacolata carne di lei, la sua voce suadente nell'aria dopo un "play", la testimonianza campo/testa che continua anche in plongée, il corpo esile di lui, mentre, nel consueto totale, quello di lei, nudo e martoriato dalle emozioni di Issei, è ancora più in rilievo, ancora più bello.
Qui, nell'interpretazione di Smolders, Sagawa pensa di aver completato il suo vissuto, e, con uno sguardo vorticoso, pone fine "nipponicamente" alla sua esistenza, cosa mai avvenuta in realtà.
Già, in realtà.
sabato 7 aprile 2012
entrata e fuoriuscita
Convulsion Expulsion
2004
Stati Uniti d'America
Regia: Usama Alshaibi
2004
Stati Uniti d'America
Regia: Usama Alshaibi
Già dai preliminari il suono, di Andy Ortmann, è forte, contratto, perché l'emozione è già altissima, rimbomba nella testa, il bianco è vivo perché si è in un mondo allucinante, in più è il colore giusto per mostrare l'asettico che viene violato.
C'è sempre un qualcosa di "medico" nel sesso, e le bende sono lì a rappresentarlo, oltre ad essere, per come sono distribuite, un richiamo alla cultura araba.
Bagno vintage di make up e fotografia (Andrew Dryer), ricordando che è stata usata una camera degli anni venti.
La masturbazione dell'organo femminile e il sesso anale generano sangue, quello orale una materia densa: siamo abituati alla nostre sicurezze, ma parallelismi simili, o addirittura ruoli invertiti, uscite al posto di entrate, non sono poi così audaci. Il sangue è vita, voluttà, ma perderne è sinonimo di donarsi, dare se stessi, porgere energie vitali. L'aggressività che appare talvolta nell'amarsi è come uno squarcio zampillante, la vista è offuscata dal dolore/gaudio. E dall'appagamento.
mercoledì 4 aprile 2012
verecondia
Il corridoio del grande albergo
(Tratto da La boutique del mistero)
Dino Buzzati
Mondadori Editore
La vergogna: altro sentimento di difficile comprensione.
È indecoroso vestirsi in maniera sciatta, ma il senso di sciatto cambia da persona a persona; semplicemente è anomalo vestirsi in maniera diversa dalla massa. Al giorno d'oggi, se sei uomo e porti i jeans scampanati devi vergognarti, ugualmente se ti fai crescere la barba o se i tuoi capelli sono un po' alla rinfusa.
Devi vergognati se sei a petto nudo in casa (e magari ricevi gente in visita), ma sei perfettamente in riga se pubblichi le tue foto in costume, quelle delle vacanze "cool", su Facebook.
Sei un sadico e devi mortificarti se guardi uno splatter, ma sei una persona a modo se segui ogni secondo di servizi da avvoltoi su omicidi reali, protratti fino allo sfinimento, messi lì al posto di un quiz o un telefilm; oppure se sei a favore della colonizzazione imperialista.
Il buon Buzzati ci parla del pudore sull'andare in bagno, cosa che più naturale non c'è. Un pudore che ha portato allo sfiancamento diverse vittime, vittime della loro ottusità o di quella della società.
(Tratto da La boutique del mistero)
Dino Buzzati
Mondadori Editore
La vergogna: altro sentimento di difficile comprensione.
È indecoroso vestirsi in maniera sciatta, ma il senso di sciatto cambia da persona a persona; semplicemente è anomalo vestirsi in maniera diversa dalla massa. Al giorno d'oggi, se sei uomo e porti i jeans scampanati devi vergognarti, ugualmente se ti fai crescere la barba o se i tuoi capelli sono un po' alla rinfusa.
Devi vergognati se sei a petto nudo in casa (e magari ricevi gente in visita), ma sei perfettamente in riga se pubblichi le tue foto in costume, quelle delle vacanze "cool", su Facebook.
Sei un sadico e devi mortificarti se guardi uno splatter, ma sei una persona a modo se segui ogni secondo di servizi da avvoltoi su omicidi reali, protratti fino allo sfinimento, messi lì al posto di un quiz o un telefilm; oppure se sei a favore della colonizzazione imperialista.
Il buon Buzzati ci parla del pudore sull'andare in bagno, cosa che più naturale non c'è. Un pudore che ha portato allo sfiancamento diverse vittime, vittime della loro ottusità o di quella della società.
domenica 1 aprile 2012
intima luminosità
Lo sguardo di Cristina ki Casini
Quanto sono fredde certe diagnosi, modi articolati per descrivere sentimenti più che comprensibili. Astruse anche le soluzioni, parole meccaniche che paiono una lingua aliena. È un distacco dalla natura, il limbo in cui si galleggia è qualcosa di sensoriale, tatto compreso. Eppure la natura è lì, a portata di mano, ma lo stato di incoscienza non permette di assaporare. Tutto ovattato, sfocato. È Cura interrotta, primo cortometraggio in regia solitaria ed in senso più classico di Cristina, con l'azzeccato testo recitato di Sarah Kane.
Prima d'esso c'erano stati tre esempi di purissimo sperimentalismo: il sinuoso Laban, un vero inno al corpo umano e al suo linguaggio, l"elettrico" Bassa Tensione, tutto energia, e il graffiante Di gesso. Orge di cromatismi esasperati, suoni paralleli e sensazioni, è un po' come chiudere gli occhi e vedere figure indistinte, i residui d'immagine al di sotto delle nostre palpebre.
Diagrammi. Dimentico è un viaggio nella nostra mente fatta di ricordi frammentati, lavoro estremo sul diaframma, l'otturatore della macchina aperto al massimo è la luce fatta sulle nostre memorie spezzettate, nel grande ed umido edificio dell'ambientazione (il cervello e i suoi fluidi?), che, dopo l'illuminazione, finiranno in un cassetto.
Di giochi e di specchi è una dedica, storia di persone, fra alti e bassi, differenze, similitudini. Nel cromatismo seppia, fra inserti dal sapore antico e musica soave si consuma un gioco di emozioni, quelle scrutabili nell'occhio umano, sentimenti che vengono anche riflessi in un gioco a ribattere, fino alla fine...
Giorni è ciò che molti vorrebbero vedere nei cinema: fruibile e profondo nello stesso tempo, divertente e riflessivo, ci parla di chi insegue il suo futuro, un futuro incerto, quello da cui chissà cosa ci si aspetta, lasciando alle spalle tutto ciò che ha accompagnato la crescita. Simpatica l'idea "burocratica", ottima punizione per chi cerca una posizione "plasticosa" rinunciando all'intimismo. Un tema molto caro a chi vive in luoghi come quello nativo di chi sta scrivendo. Ben gestito e recitato, con un uso azzeccato del montaggio e soprattutto dei silenzi, contrappunto all'intensità delle immagini, come al solito per il cinema Cristina, curate molto sul piano dei colori.
L'abilità tecnica dell'artista viene fuori particolarmente in due video che mostrano opere d'architettura. Uno "vertoviano", con piazze ed ambienti pubblici, connotato dalla presenza dell'umano a percorrere gli spazi geometrici, scelta che permette un'unione fluida di organico ed inorganico, che ad un tratto si distacca dal realismo per diventare quasi dadaista. L'altro è una spettacolare contrapposizione temporale, ricchissima di formalismo altamente professionale. Virtuosismi, panoramiche armoniose d'effetto, carrellate a seguire, montaggio ad hoc, viene creata una brillante magia, grazie anche al succitato giocare con il tempo.
Le opere della "ki" non finiscono qui, è stata anche impegnata in collaborazioni, confermando l'eclettismo dei suoi lavori, davvero un punto forte delle sue attività cinematografiche.
http://cristinakicasini.blogspot.it/
http://ilpostodeglioggetti.blogspot.it/
Quanto sono fredde certe diagnosi, modi articolati per descrivere sentimenti più che comprensibili. Astruse anche le soluzioni, parole meccaniche che paiono una lingua aliena. È un distacco dalla natura, il limbo in cui si galleggia è qualcosa di sensoriale, tatto compreso. Eppure la natura è lì, a portata di mano, ma lo stato di incoscienza non permette di assaporare. Tutto ovattato, sfocato. È Cura interrotta, primo cortometraggio in regia solitaria ed in senso più classico di Cristina, con l'azzeccato testo recitato di Sarah Kane.
Prima d'esso c'erano stati tre esempi di purissimo sperimentalismo: il sinuoso Laban, un vero inno al corpo umano e al suo linguaggio, l"elettrico" Bassa Tensione, tutto energia, e il graffiante Di gesso. Orge di cromatismi esasperati, suoni paralleli e sensazioni, è un po' come chiudere gli occhi e vedere figure indistinte, i residui d'immagine al di sotto delle nostre palpebre.
Diagrammi. Dimentico è un viaggio nella nostra mente fatta di ricordi frammentati, lavoro estremo sul diaframma, l'otturatore della macchina aperto al massimo è la luce fatta sulle nostre memorie spezzettate, nel grande ed umido edificio dell'ambientazione (il cervello e i suoi fluidi?), che, dopo l'illuminazione, finiranno in un cassetto.
Di giochi e di specchi è una dedica, storia di persone, fra alti e bassi, differenze, similitudini. Nel cromatismo seppia, fra inserti dal sapore antico e musica soave si consuma un gioco di emozioni, quelle scrutabili nell'occhio umano, sentimenti che vengono anche riflessi in un gioco a ribattere, fino alla fine...
Giorni è ciò che molti vorrebbero vedere nei cinema: fruibile e profondo nello stesso tempo, divertente e riflessivo, ci parla di chi insegue il suo futuro, un futuro incerto, quello da cui chissà cosa ci si aspetta, lasciando alle spalle tutto ciò che ha accompagnato la crescita. Simpatica l'idea "burocratica", ottima punizione per chi cerca una posizione "plasticosa" rinunciando all'intimismo. Un tema molto caro a chi vive in luoghi come quello nativo di chi sta scrivendo. Ben gestito e recitato, con un uso azzeccato del montaggio e soprattutto dei silenzi, contrappunto all'intensità delle immagini, come al solito per il cinema Cristina, curate molto sul piano dei colori.
L'abilità tecnica dell'artista viene fuori particolarmente in due video che mostrano opere d'architettura. Uno "vertoviano", con piazze ed ambienti pubblici, connotato dalla presenza dell'umano a percorrere gli spazi geometrici, scelta che permette un'unione fluida di organico ed inorganico, che ad un tratto si distacca dal realismo per diventare quasi dadaista. L'altro è una spettacolare contrapposizione temporale, ricchissima di formalismo altamente professionale. Virtuosismi, panoramiche armoniose d'effetto, carrellate a seguire, montaggio ad hoc, viene creata una brillante magia, grazie anche al succitato giocare con il tempo.
Le opere della "ki" non finiscono qui, è stata anche impegnata in collaborazioni, confermando l'eclettismo dei suoi lavori, davvero un punto forte delle sue attività cinematografiche.
http://cristinakicasini.blogspot.it/
http://ilpostodeglioggetti.blogspot.it/
sabato 31 marzo 2012
la fontana della vergine
Jungfrau am Abgrund
1990
Austria, Germania Ovest
Regia: Carl Andersen
Scritto: Carl Andersen
Quindici anni e il tunnel della sessualità iniziante con quel morboso bagno di sangue cosiddetto "naturale", quel cambiamento che genera tormento, al futuro scopo di creare, in tanti casi, altra sofferenza. L'assaggio iniziale è fatale, il turbine di vizi, sperimentazioni e viaggi mentali è profondo; che sia un qualcosa di materialmente vicino alla sessualità o che non c'entri nulla, lei elabora oramai a fine unico, tutto è erotico, sanguignamente animalesco o "artistico", ma sempre carnale. Uomini, donne, etero, gay, lesbiche, tante sono le vie percorse dalle sue sinapsi, con tanto di retrogusto simbolico o allegoricamente violento, in maniera ancor più forte quando subentrerà la scoperta della contessa Báthory, e da lì il nutrimento di inizio storia prenderà la strada di vene e capillari, e via di sangue e sperma per soddisfazione.
La musica e il suono di tali Model d'oo accompagna in maniera ossessiva questi pensieri, aumentandoli di peso e rendendoli più perversi; bianco e nero, perché tale è la visione del mondo, se non ancora più ridotta, e sperimentalismo di fine anni Ottanta.
Fra lame, spuntoni e falli resi indipendenti arriverà la resa dei conti, probabilmente libertina, ma chissà...
Conosciuto anche come: Mondo Weirdo e Virgin on the Edge.
«dedicato a Jess Franco e Jean-Luc Godard»
sabato 24 marzo 2012
il pasto oculare
1897
Stati Uniti d'America
Quante forme può assumere quel buco della serratura dove poniamo l'occhio per nutrirci degli altrui affari!
Il voyeurismo è sempre stato un punto fermo nella psiche umana, nonché meccanica per scoprire cosa si cela dietro le maschere della quotidianità. Molteplici orpelli materiali e morali ci racchiudono in un sarcofago ad uso e consumo del prossimo, che tiene nascosta la nostra natura.
Dall'occhiata furtiva al vicino di casa si è passati alla conservazione del tutto, poi l'era moderna, con la TV che si erge a spada del diritto di cronaca per mostrare orrore reale da dare in pasto ad annoiati bigotti o a persone inconsapevoli e di buon senso, però violentate da quel turbine.
Poi arrivò il mondo bianco e blu, sicuramente evoluzione di altri media, ma potente nel campo della "serratura" come non mai, e via di vittime che poi spargono al vento favelle quali: "io? no, io no, io sono di quelli bravi".
Dov'è la genuina curiosità?
domenica 18 marzo 2012
il fiume dell'attesa
นางนาก (Nang nak)
1999
Thailandia
Regia: Nonzee Nimibutr
Scritto: Wisit Sasanatieng
1999
Thailandia
Regia: Nonzee Nimibutr
Scritto: Wisit Sasanatieng
Una guerra qualsiasi del XIX secolo, non è importante sapere quale, si tratta sempre di bastardo imperialismo che manda al macero milioni e milioni di pedine, che disintegra legami, tutto per il volere di pochi. Essa però non ha potuto distruggere un qualcosa di ancora più potente: l'amore di una moglie fedele. È un sentimento talmente vigoroso da essere immortale, e se sarà destinato a spirare rimarrà comunque nell'animo di chi verrà dopo e lo farà rivivere.
Film nato dall'utero di una leggenda locale, simile a quella presentata in La riconciliazione, di Lafcadio Hearn, e poi anche nell'episodio Kurokami dello splendido Kaidan (1964), fa dell'estremo splendore degli scenari il suo punto forte. Una Thailandia, al tempo della vicenda chiamata ancora Siam, magica, dove brilla una natura incontaminata: poesia di verde e marrone, notti che brillano di un blu elettrico profondissimo.
Quasi a non voler violare questo incanto i dialoghi sono ridotti all'osso, predominati dai due protagonisti che si chiamano soltanto per nome, Nak, Mak; quando sono in ballo certe forze, è inutile "spiegarsi". Lei è Intira Jaroenpura, bellissima, dolcissima e sensualissima, lui è il bravo Winai Kraibutr.
Appuntiamoci il nome di Nonzee Nimibutr, ma anche quelli del direttore della fotografia, Nattawut Kittikhun, e dei musicisti Chatchai Pongprapaphan e Pakkawat Vaiyavit, che hanno creato una sonorità adatta, in maggior parte placida come lo scorrere di un corso d'acqua. Acqua che nel film è vita, ma anche consapevolezza, e il fuoco fine, ma anche coda che si perde nell'infinito.
giovedì 15 marzo 2012
entro cortina
Verso Vertov
1991
Italia
Regia: Daniele Ciprì, Franco Maresco
Scritto: Daniele Ciprì, Franco Maresco
L'immobilità della periferia siciliana si avvicina alle titaniche immensità sovietiche.
Francesco Tirone, Paolo Giordano, Marcello Miranda e Giovanni Lo Giudice alfieri e come naturali estensioni di un grigiore popolare e industriale, all'occorrenza diventano statue dall'odore di propaganda, che però assurgono ad un ruolo opposto, sminuente; presenzia il guardare all'orizzonte, ma questi è lì vicino, fra le macerie materiali e morali.
Sulle pareti i nomi dell città: Agrigento, Sciacca, Trapani, diventano novelle repubbliche dell'ex URSS.
Alle immagini veloci, quanto quelle del grande Dziga, si alterna la passività, che non è esaltazione ma rinuncia, e a nulla possono i suoni fuori campo, se non ad amplificare il tutto.
1991
Italia
Regia: Daniele Ciprì, Franco Maresco
Scritto: Daniele Ciprì, Franco Maresco
L'immobilità della periferia siciliana si avvicina alle titaniche immensità sovietiche.
Francesco Tirone, Paolo Giordano, Marcello Miranda e Giovanni Lo Giudice alfieri e come naturali estensioni di un grigiore popolare e industriale, all'occorrenza diventano statue dall'odore di propaganda, che però assurgono ad un ruolo opposto, sminuente; presenzia il guardare all'orizzonte, ma questi è lì vicino, fra le macerie materiali e morali.
Sulle pareti i nomi dell città: Agrigento, Sciacca, Trapani, diventano novelle repubbliche dell'ex URSS.
Alle immagini veloci, quanto quelle del grande Dziga, si alterna la passività, che non è esaltazione ma rinuncia, e a nulla possono i suoni fuori campo, se non ad amplificare il tutto.
Iscriviti a:
Post (Atom)








