OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...

giovedì 30 dicembre 2010

sinfonia nuziale

Luna di miele, luna di sangue VII
2010

Spagna

Regia: Paco Plaza
Scritto: Paco Plaza


Piccola parentesi di Plaza fra i vari [REC], un brevissimo esercizio di stile per promuovere un concorso di cortometraggi affini all'esempio.
Come condensare in un minuto circa stilemi tecnici, campo-controcampo, carrellate, mezze figure e altro, ed una trama efficace.
Non prevedibile come potrebbe apparire. Grottesco, ma patinato come le produzioni di successo.

sabato 25 dicembre 2010

insano

Ulvova mylläri
(
Il mugnaio urlante)
Arto Paasilinna

Iperborrea


Su Paasilinna si trovano notizie ovunque, è nella cerchia dei gran tradotti, le sue opere sono conosciute e consolidate. Il romanzo che trattiamo è meno noto de L'anno della lepre o Il miglior amico dell'orso, ma altrettanto apprezzato, curiosamente anche in ambienti solitamente legati a letture di tinta più nera.
Il mugnaio è Gunnar (chiamato anche Kunnari per via dell'ufficialità della lingua svedese) Huttunen, da poco trasferitosi in un piccolo centro abitato nel nord nella Lapponia, dove ha acquistato e rimesso in funzione un bel mulino, di cui va molto orgoglioso. L'urlare è invece un ululare, proprio come un lupo, cosa che gli accade durante forti stati emozionali; ad esso si aggiungono altre caratteristiche, come quello di imitare versi e movenze di vari animali. Il resto della sua persona è fatto di dolcezza, desiderio d'amore, disponibilità e laboriosità.
La parte strana di Kunnari non va giù ai benpensanti del paese; è un pazzo, è pericoloso, orrore! È un cosiddetto tipo da manicomio, luogo in cui i presunti sani vorrebbero internarlo. Fuori da essi ci sono la consulente orticola Sanelma Käyrämö e qualche altro personaggio, che mostreranno amore la prima e comprensione i secondi.
Come chiaro, ci troviamo davanti il mai troppo proposto tema della diversità, sotto forma di quei dettagli umani che danno fastidio ad una massa conforme, che vede in essi qualcosa di anormale, da combattere, mentre la lotta dovrebbe essere verso le proprie insicurezze che fanno vedere il male dove non c'è.
Oltre alla profonda analisi sociologica traspare un grande amore per gli ambienti naturali, sono meticolose le descrizioni di fauna e flora, ed è normale viaggiare fra magnifici paesaggi finlandesi.
Si viene a creare un tappeto armonioso formato dai pochi personaggi positivi e le terre, quasi fossero un tutt'uno con la natura; vedendola così gli elementi fuori posto sono invece gli intolleranti, che riescono a fare a meno degli utili servizi di Huttunen pur di perseguire il loro scopo razzista.
Interessanti anche i riferimenti storici, utili a rinfrescare o a far scoprire momenti passati di un Paese che è stato nelle mire di più di una superpotenza.
Sono in commercio copie edite da almeno due editori, la reperibilità è buonissima.

martedì 21 dicembre 2010

affiliazione

Virgin Witch
(
Messe nere per le vergini svedesi)
1972

Regno Unito

Regia: Ray Austin

Scritto: Beryl Vertue


Campo sexploitation, ogni pretesto è ottimo per mostrare generose nudità. Storia di fattucchiere e sabba, con tanto di gerarchie stregonesche e iniziazioni. Tema indubbiamente figlio del periodo, al tempo c'era gran attrattiva verso l'occulto e la sua caratterizzazione libertina. Quindi nulla di rilevante in tal senso, originalità di fondo pressoché assente e svolgersi poco ricco di climax sostanziali, per i non cultori si può parlare di incedere noioso.
È invece la realizzazione visiva a sorprendere: buon uso di zoomate, anche in seno ad espressivi primi piani e dettagli, luci e montaggio, quest'ultimo lontano dagli stilemi dell'aplomb cinematografico britannico, ma anzi veloce e ritmato. Insistenza nell'uso del quadro nel quadro, servendosi di specchi ed altre superfici riflettenti; possibile metafora dell'interiorità dei personaggi inquadrati. Insieme ad un'atmosfera squisitamente settantiana e a nudi sì ostentati ma non volgari si viene a creare una gradevole opera pop. Da rilevare anche qualche similitudine con lo stile di altri lavori di Austin, che ,ricordiamo, è la firma registica di alcuni episodi di telefilm come Magnum P.I., Love Boat, Spazio: 1999 ed altri famosi.
Ah, di svedesi non ce ne sono, di vergini ce n'è una sola...

sabato 18 dicembre 2010

mi senti?

Let's Scare Jessica to Death
(La morte corre incontro a Jessica)
1971
Stati Uniti d'America
Regia: John D. Hancock
Scritto: John D. Hancock (Ralph Rose), Lee Kalcheim (Norman Jonas), Sheridan Le Fanu (non accreditato)

Pellicola d'atmosfera , da un regista, John D. Hancock, molto attivo nel campo delle produzioni televisive. Presente la solita magione con baia e lago annessi, diffusa offerta naturale del territorio statunitense, ma anni prima dei classici slasher che sfruttavano questo ambiente. Non ci troviamo comunque di fronte ad opera appartenente a quella corrente, ma ad un horror-mystery con rilevanti connotazioni psicologiche, un buon misto di dramma umano e soprannaturale. Come parte del soggetto, non accreditato, viene indicato anche il classicissimo Carmilla di Sheridan Le Fanu, ma il collegamento è molto labile, trattasi soltanto di un piccolo riferimento.
La parte del leone spetta alla protagonista, interpretata da Zohra Lampert, partecipe anche lei di diverse TV series, ben calata nella parte di ragazza disagiata, ed è proprio il suo rapporto con le voci interne a rendere il film degno di visione. Non mancano momenti da balzo sulla sedia, così come un altro cliché, quello dei cittadini diffidenti del paese ospitante.
Le scelte tecniche non presentato virtuosismi di ripresa, ma lo stile è pulito ed efficace, lontano dai raffazzonamenti di un certo cinema di genere del periodo.
Hancock tornerà ad occuparsi di fantastico e thriller con la direzione di alcuni episodi della serie anni Ottanta de Ai confini della realtà e con un lungometraggio del 2001, Suspendend Animation.

mercoledì 15 dicembre 2010

non mettere mai più piede qui

The Forgotten
(Non guardare in cantina)
1973
Stati Uniti d'America
Regia: S. F. Brownrigg
Scritto: Thomas Pope, Tim Pope

Exploitation! Si astengano palati fini e chi non regge temi forti. S. F. Brownrigg alla regia, pochi film diretti, una manciata di horror e una commedia, tutto all'insegna del low-budget e dell'arte di arrangiarsi. Quello in esame è fortunatamente stato doppiato in italiano, e a dir la verità neanche malissimo. Reperibile soltanto in una vecchia edizione VHS (edita da CVR), ma noi abbiamo una predilezione per i master non in perfetto stato, rovinati dal tempo e con audio ovattato, se il film è poi appartenente ad un genere "laido" come questo meglio ancora, viene accresciuto l'alone di mistero attorno ad esso. Rispetto ad altri horror da "Grindhouse", cioè quelli proiettati nella sale cinematografiche così chiamate, dov'erano spesso visionabili a due alla volta, è però un gradino più in alto, nonostante sia poverissimo tecnicamente e scevro di grandi interpretazioni, si fa valere per una trama dalla forte connotazione sociale, ennesimo richiamo a Il sistema del Dottor Catrame e del professor Piuma di Poe, e per una certa inquietudine che riesce a trasmettere. Tutti si svolge in una casa di curva privata, isolata dal resto del mondo e connotata da una certa libertà data ai pazienti; l'arrivo di una nuova infermiera darà il via a nuove vicende.
A tratti riesce anche a spaventare e non è prevedibile come forse ci si aspetterebbe, peccato per evidenti buchi di sceneggiatura.
Forte uso di espressivi primi e primissimi piani, anche perché c'era poco da enfatizzare nell'ambiente circostante, e soggettive, nonché un uso di piani dal basso e dall'alto per trasmettere differenti significati allo spettatore.
Dicevamo poco sopra delle non eccelse prove attoriali, ma nonostante si tratti di lavoratori alle prime armi o raccattati per l'occasione, tendono ad essere credibili nel loro ruolo di folli, non eccessivamente sopra le righe ed aiutati da dialoghi plausibili per la loro condizione. Fra personaggi decisamente stereotipati spicca qualche interpretazione che non si dimentica facilmente...

domenica 12 dicembre 2010

sentita preparazione

L'instant avant
2005

Messico

Regia: Alvaro Zendejas


Un rituale medico estatico, contemplativo di un mondo, il proprio corpo, personale quanto inesplorato. L'accesso ad esso prevede anche chiavi, oggetti, che paiono vivere di vita propria, e bearsi della loro funzione. Il finale e il catartico momento prima, ci conducono verso un'operazione dal sapore antico, come le immagini presentate in precedenza, che dimostra un culto sia carnale che filosofico.
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venerdì 10 dicembre 2010

sei tu?

The Brøken
(Rotto)
2008
Regno Unito, Francia
Regia: Sean Ellis
Scritto: Sean Ellis

Debole horror di nuova generazione, "lucidato" quanto basta per entrare nel girone della fruibilità da grande schermo, anche se in Italia pare non si sia visto.
Il fascino del tema del doppelgänger, presente in questa pellicola, è però innegabile, va a segno, tasta nervi scoperti dell'umano e del suo rapporto con l'io interiore. Purtroppo però il film rimane impantanato. Probabilmente perché è la pellicola stessa a darne l'idea, ci troviamo ad aspettare una qualcosa che non arriva: né una sorpresa né uno "spiegone" rivelatore, nulla, soltanto la base essenziale e il suo effetto. Poco riuscito anche l'intento di trasmettere tensione, le scene ad hoc sono senza mordente e prevedibili.
Interpretazioni da botulino, personaggi stereotipati, esempi di vite non di certo appartenenti al volgo...
Discreta la fotografia di Angus Hudson virata al bluastro, e da segnalare un buon uso del piano-sequenza e dei fantastici travelling aerei sulla City di Londra.

lunedì 6 dicembre 2010

tradizione

The Faeries of Blackheath Woods
2006
Irlanda
Regia: Ciaran Foy
Scritto: Ciaran Foy

Grande prova formale proveniente dalla verde Irlanda, con tanto di trama ispirata dal folclore locale. Una bambina è all'inseguimento di una farfalla; poco dopo il suo obiettivo diventerà una fatina e...
Essenziale ma ben realizzato, non presenta sbavature tecniche, effetti speciali compresi, e la fotografia veste il tutto da libro di leggende.
Vincitore di diversi premi dedicati ai cortometraggi.
LINK

Moviement n°6

Come detto qui, a gennaio sarà disponibile il sesto numero della collana Moviement Magazine, dedicato al surrealista Jan Švankmajer. Sono orgogliosamente presente in esso come autore del saggio di apertura.
Riporto il comunicato ufficiale:
Il sesto numero di MOVIEMENT è dedicato al regista ceco Jan Švankmajer.
Definito dalla rivista francese Positif un “gigante del cinema contemporaneo” Jan Švankmajer è un regista atipico per eccellenza, “per il controllo artigianale, la vastità dei riferimenti, la singolarità della proposta” (Pitassio, 2000) e per una cifra stilistica che connota tutta la sua produzione assolutamente fuori da ogni schema, è senza ombra di dubbio “uno dei pochi artisti viventi che lavorano nel cinema e che si merita il termine abusato di genio” (Andrew, 2007). Jan Švankmajer è tra i più grandi registi di animazione al mondo, maestro nell'arte dello stop motion è tra i principali esponenti del Surrealismo ceco. Regista, pittore, scultore e poeta, mescola spesso tra loro arti diverse, i suoi film ci trasportano in mondi magici in cui tutto si anima. Questo numero di Moviement si occuperà, attraverso saggi ed interviste, dei vari aspetti che hanno reso unico questo grande maestro visionario, le cui opere hanno ispirato artisti quali Tim Burton, Terry Gilliam e i fratelli Quay. Il regista praghese è tornato in prima mondiale alla 67ma Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, fuori concorso, con Surviving Life “commedia psicanalitica” tra sogno e realtà. Dice Švankmajer: “La nostra civiltà non fa più affidamento sui sogni, dal momento che non possono essere capitalizzati”.
Moviement n°6 – Jan Švankmajer
A cura di Gemma Lanzo e Costanzo Antermite
Formato: 21 x 29,7
Pagine: 112
Prezzo: 12 euro
ISBN: 978.88.904002.8.5
Uscita: Gennaio 2011
Editore: Gemma Lanzo Editore, Manduria (Ta)
www.lanzoeditore.it

sabato 4 dicembre 2010

farina

La jetée
1962
Francia
Regia: Chris Marker
Sceneggiatura: Chris Marker

Singolare e riuscitissimo esperimento, ad opera di Christian François Bouche-Villeneuve, in arte Chris Marker, schivo personaggio ombra con una vita avventurosa e cinematograficamente dedicata principalmente al documentario.
Il film è una "spremitura di pellicola", è infatti strutturato in stile fotoromanzo, con una storia raccontata tramite immagini fisse in successione; non fotografie, ma veri e propri fotogrammi esplicativi estrapolati da sequenze girate in precedenza, tutto accompagnato dalle parole extra-diegetiche dell'istanza narrante. Unica concessione sono delle dissolvenze incrociate per il collegamento di alcune delle immagini.
Rapportabile ad uno sci fi catastrofico, ma con alta concentrazione di filosofia e lirismo; tratta di immagini mai termine più esatto scolpite nella memoria, nuove guerre mondiali e seguenti società allo sbando, potenti conquiste scientifiche e risvolti distopici.
Come detto, un "succo" sostanziale, un anello che strizza l'occhio a cinema, pittura e fotografia contemporaneamente. Possibile valenza simbolica: la riduzione dell'insieme potrebbe essere paragonata alla distruzione della civiltà trattata nella pellicola, con i pochi residui di vitalità; in più c'è una scena con qualche secondo in movimento, e visto si tratta del risveglio di una persona l'affinità si fa più profonda.
Consigliatissimo a chi è immerso in studi formali, agli appassionati di fantascienza e ai... romantici.
PARTE 1
PARTE 2
PARTE 3

martedì 30 novembre 2010

rosse magie

Le spectre rouge
1907
Francia
Regia: Segundo De Chomón, Ferdinand Zecca
Soggetto: Segundo De Chomón

Prodotto dalla Pathé Frères, prima ed attivissima casa di produzione cinematografica di cui abbiamo recensito anche Le Moulin maudit, e scritto e girato da due veri e propri pionieri della settima arte. Opera vicinissima a quelle di Georges Méliès, sia per temi trattati che per scelte stilistiche, avveniristica per i tempi e ben considerata anche in quelli successivi. Da ricordare che, oltre a queste similitudini, esistono anche legami più consistenti fra i due mondi, lo stesso Méliès utilizzava infatti alcune delle invenzioni visive di Segundo de Chomón.
In questo corto c'è un "demone prestigiatore", pretesto per mostrare trucchi di ogni genere; nel finale un'entità lo annullerà.
C'è davvero un considerevole utilizzo delle possibilità del tempo: sovrimpressioni, dissolvenze, colorazioni manuali, animazioni e grande uso dei singoli fotogrammi per creare effetto di scomparsa.
D'atmosfera anche la rossa scelta cromatica presente per tutta la durata.
Visibile su YouTube: LINK

mercoledì 24 novembre 2010

il gusto

Feed
2005
Australia
Regia: Brett Leonard
Scritto: Kieran Galvin, Patrick Thompson, Alex O'Loughlin

Fin dove può spingersi la libertà personale? Cos'è la bellezza? E l'amore? Tutte domande collegate alla filosofia di fondo presente in questo Feed.
C'è un sito web dove vengono mostrate donne corpulente, nutrite a forza da una persona adibita a questo ruolo, che diventa per loro necessaria, in una sorta di simbiosi perversa. Chi accede al sito può anche andare più a fondo, ed i giochi diventano ancora più crudeli... Un detective dalla personalità labile indaga sulla vicenda.
Non male l'idea di base, plausibile seppur cruda e tirata all'estremo, peccato per una stagnazione temporale, infatti il film pare ad un certo punto arrancare, non rinnovarsi e girare su se stesso. Personaggi forse un po' sopra le righe, anche se non eccessivamente stereotipati; ottima l'idea di non presentare nessuno come totalmente vincente, ognuno ha le sue debolezze, non si riesce a simpatizzare ed a immedesimarsi facilmente. Interessante il parallelismo fra protagonista e antagonista, le loro filosofie e la loro concezione dell'amore si scontrano, i dialoghi fra i due svelano magagne personali come in un duello, si perde il senso di giusto e sbagliato, non c'è positivismo nella rappresentazione. Il cibo, al contrario di altre opere ossessive in tal senso, è solo un mezzo, non il fine... Governa sul tutto un'atmosfera tecnologica, di feticismo informatico, da ricordare che il regista è lo stesso de Il tagliaerbe (1992) e Virtuality (1995).
Tecnicamente ci troviamo di fronte al forse abusato stile "videoclipparo", tanto caro alle serie televisive, in special modo quelle poliziesche: continui flashback, accelerazioni da spasmo mentale e una certa pulizia e patinatura. Coraggiosa ed originale invece la scelta di accentuare le tonalità dei colori in alcune scene, con predominanza di giallo, blu o rosso. Profonda e psicologicamente rilevante la preferenza verso riprese grandangolari, a corta focale, che esasperano e deformano gli spazi, una metafora di quello che succede ai corpi delle vittime.

venerdì 19 novembre 2010

le sopracciglia di Roderick Usher

Creazioni di James Sibley Watson e Melville Webber

La produzione di Watson e Webber vanta un qualcosa adatto a deliziare i raffinati palati degli amanti dell'espressionismo cinematografico più noto, può quindi essere un rifugio estetico risalente ad anni in cui la corrente era ormai terminata. Offerta che oltretutto arriva da un paese, gli Stati Uniti, che ha proposto all'arte espressionista altre forme poi divenute punti fermi. La filmografia in esame però non si limita a questo: possono infatti sguazzarvi anche coloro all'eterna ricerca di opere di avanguardia sopite, quelle irte di sperimentazione più acuta. Molto breve come durata, ma simbolica e stranamente poco citata quando si descrivono, ad esempio, i lavori che si rifanno agli anni Venti tedeschi.
Il picco è The Fall of the House of Usher (1928), ovviamente interpretazione del multi presente racconto di Edgar Allan Poe. Perché ricordare questa pellicola? Alla fin fine l'opera letteraria è solo un pretesto per scatenare un'orgia formalista di immagini, distorte quanto basta per ricordare Caligari, pregne di campi statici e pesante trucco di scena. Ma non è tutto. Il film si erge anche a circo astratto, con largo uso di effetti ottici: dominano sovraimpressioni multiple, principalmente con composizioni a triangolo, che, se vogliamo trovarvi applicazione psicologica, descrivono bene i pensieri che attanagliano il protagonista Roderick e sua sorella Madeline; una scomposizione cerebrale. Ricordiamo che Melivlle e Webber assurgono a ruolo sia di registi che di direttori artistici e di fotografia, in più il secondo si concede anche l'interpretazione in scena dell'amico di Rod.
Come il precedente lavoro, anche in Lot In Sodom (1933) si usa il plot come pretesto per mettere in scena della pura sperimentazione. La storia si riferisce alla famosa città di Sodoma dell'Antico Testamento, con la controversa vicenda degli angeli mandati da Dio per testare il comportamento degli abitanti, e la sua distruzione per la pressione fatta sui due, mentre erano ospiti in casa di Lot e della sua famiglia.
I virtuosismi gravitano attorno alle già citate sovraimpressioni multiple, che in questa pellicola esaltano in particolare la leggiadria dei movimenti umani, come anche l'interiorità dei personaggi. Importante il fatto che gli autori si rifanno nuovamente e marcatamente alla composizione dell'immagine, quella della divisione dello schermo secondo una griglia immaginaria, bilanciando il quadro con più punti focali, spesso usufrendo della simmetria bilaterale. Non mancano dissolvenze incrociate e testi ad uso prettamente formale.
Il precedente Tomatos Another Day (1930), ad opera del solo Watson, è molto diverso; innanzitutto è un film sonoro, ed il mezzo lo usa pienamente per proporre dialoghi apparentemente nonsense, tutto in un ambiente ristretto senza molto stacchi di ripresa, al massimo una punta di deep focus...
Concludiamo con Rhythm in Light (1934) di Webber, un brevissimo filmato assimilabile al cinema di animazione, un'opera astratta formata da forme geometriche e luci in movimento, spesso con effetto sfocatura, molto avanti per il tempo, ma questo discorso vale per l'intera filmografia qui presentata.

martedì 16 novembre 2010

return!


Ritornano le puntate della web series fantahorror Return Of The Bloodsucking Nazi Zombies, scritta da Robert Monell e diretta da Mathis Vogel  (Alexander Bakshaev).

Due i nuovi episodi:
Factory Of The Living Dead e The Sinister Dr. Orloff.
Solito stile minimalista, con ammiccamenti retro e citazionisti. Particolarmente accentuato nel secondo episodio è il montaggio iperveloce, fatto di brevissimi campi, quasi un rimando al "montaggio della attrazioni" di Sergej Ėjzenštejn, atto a creare un disorientamento scioccante nello spettatore. Sempre d'effetto la musica dei BIU e Alexander Zhemchuzhnikov, che nell'episodio due fa da contrappunto alla iperattività visiva, ricordandoci il jazz di Giorgio Gaslini nelle perle argentiane.
Peccato solo per una rapidità troppo accentuata degli intertitoli, non sempre si fa in tempo a leggerli...
Da appassionati per appassionati!

sabato 13 novembre 2010

a gennaio si va in Cechia


In questo blog esistono corposi e ben consultati articoli sull'attività cinematografica del maestro Jan Švankmajer, artista ingiustamente poco conosciuto nella nostra penisola. A far loro compagnia, per sopperire nuovamente alla mancanza, a gennaio 2011 arriverà il numero della collana Moviement Magazine, edita da Gemma Lanzo Editore, che si occuperà proprio di far luce sulla sua vita e sulle sue opere. Il saggio di apertura è orgogliosamente del sottoscritto, e pareva giusto segnalarlo...
Nell'attesa si può dare un occhio al sito ufficiale (http://www.lanzoeditore.it/), dove sarà possibile acquistare il numero in oggetto e dove si possono ordinare gli altri in catalogo, cosa sempre consigliata.

venerdì 12 novembre 2010

...e quello statunitense

Il bagaglio artistico viene portato agli Universal Studios di Los Angeles, e ad esso vanno ad aggiungersi gli stilemi del cinema locale. Da notare che negli USA l'artista si è dedicato soltanto alla regia, lasciando in Germania gli altri ruoli.

The Cat and The Canary
(Il castello degli spettri)
1927
Stati Uniti d'America
Regia: Paul Leni
Soggetto: John Willard
Sceneggiatura: Walter Anthony, Alfred A. Cohn, Robert F. Hill

Il primo film di Leni americano è un horror con venature umoristiche, basato sullo spettacolo teatrale The Cat and the Canary*, ad opera di John Willard e ripreso molteplici volte in campo cinematografico. È una trama vicina al giallo classico, non originalissima, ma di certo non estremamente prevedibile.
Paul non smentisce il suo eclettismo visivo, e riesce nuovamente a fondere più correnti, diverse caratteristiche: ha portato con sé il seme dell'espressionismo tedesco, evidente nella recitazione caricata e nel pesante trucco degli attori, e da ciò ne trae beneficio il lato oscuro delle vicenda. Fortemente innovativi per l'epoca sono alcuni espedienti visivi, l'autentico pezzo forte dell'opera. Ci riferiamo, oltre all'impiego delle sovraimpressioni, che rendono la sequenza iniziale degna di ricordo, all'utilizzo di alcuni intertitoli curati graficamente, "urlati", tanto da trasmettere emozioni che sopperiscono alla mancanza del sonoro. Plauso alla fotografia di Gilbert Warrenton.
Ottime le interpretazioni, in particolare Laura La Plante, nella parte di Annabelle West, e Martha Mattox in quella di Mammy Pleasant.
Può entrare a pieno diritto nel filone delle "case" (infestate e non), ma lasciamo perdere il titolo italiano, l'originale voleva intendere una pressione esercitata su un individuo, tanto da portalo alla follia.
*si dice anche di un origine da un racconto di Agatha Christie, ma non abbiamo trovato riscontro.

The Man Who Laughs
(L'uomo che ride)
1928
Stati Uniti d'America
Regia: Paul Leni
Soggetto: Victor Hugo
Sceneggiatura: J. Grubb Alexander, Walter Anthony, May McLean, Marion Ward, Charles E. Whittaker

Ritenuta la punta di diamante della produzione del regista, noi gli preferiamo altri titoli, per una maggiore propensione al weird, cosa su cui non è improntata quest'opera. È proprio una trasposizione del noto romanzo omonimo di Victor Hugo, e per la trama vi rimandiamo ad esso, basta sapere che molto, contestualizzandolo, è ancora attualissimo.
Vi è un distacco maggiore dal cinema delle avanguardie, ed i binari deviano maggiormente sul découpage classico, con montaggio analitico e alternato. Interessante però sono alcuni sperimentali scampoli di sonoro presente, soprattutto grida e richiami, preludio alla prossima era del suono nel cinema.
Potentissima l'interpretazione del mostro sacro Conrad Veidt, nei panni del protagonista Gwynplaine, ma un po' tutti fanno bene la loro parte: Mary Philbin (Dea), Brandon Hurst (Barkilphedro), il cane Zimbo (Homo) e Olga Baclanova (duchessa Josiana) , la Cleopatra di Freaks, che oltretutto mostra un accenno di nudo fuori dalla norma per quegli anni.

Altri film girati in USA:
The Chinese Parrot (1927)
The Last Warning (1929)

mercoledì 10 novembre 2010

il Leni di Germania...


Appartenente al gruppo degli avanguardisti tedeschi emigrati negli USA, Paul Leni si è applicato maggiormente, in senso di mole di lavoro, nel ruolo di direttore artistico più che in quello di regista o sceneggiatore. In questa sede vogliamo un po' slegarlo dal parere generale che lo vede quasi totalmente immerso nella tendenza espressionista, secondo noi i suoi lavori hanno varcato anche le soglie di movimenti come il Kammerspiel o il Neue Sachlichkeit, magari fondendo più caratteristiche. Certamente un grande sperimentatore, innovativo e caratterizzato, ma ben calato anche nei progetti di narrativa più vicina al classico, cosa che avrebbe approfondito se la sua vita non fosse stata sfortunatamente così breve.

Della sua attività registica non c'è molto di reperibile in commercio, soltanto i suoi film più famosi conoscono degna distribuzione.

Hintertreppe
1921
Germania
Regia: Leopold Jessner, Paul Leni
Scritto: Carl Mayer


Mediometraggio drammatico dalla forti connotazioni sociali, storia d'amore e di comprensione, permeata da spirito di adattamento. Anche specchio del buio economico presente al tempo Repubblica di Weimar. Racchiudibile nell'insieme della Nuova oggettività, vi sussistono situazioni verosimili, con ambienti che non presentano esasperazioni geometriche, e l'attenzione è posta sui soggetti che intensificano gli stati emozionali all'estremo, unico punto dove c'è un minimo distacco dal realismo in senso strettissimo. Tocchi rilevanti anche nella parte iniziale, dove viene dato dato risalto scenico ad oggetti che scandiscono la vita quotidiana dei protagonisti.
Das Wachsfigurenkabinett
(Il gabinetto delle figure di cera)
(Tre amori fantastici)
1924
Germania
Regia: Leo Birinski, Paul Leni
Scritto: Henrik Galeen

Fantastico film ad episodi, il gioiello teutonico di Leni. Scritto dal maestro Galeen, partecipe di famosi capolavori come Nosferatu il vampiro di Muranu e i due più celebri adattamenti sulla leggenda del Golem, scritti a quattro mani con Paul Wegener: Der Golem e Der Golem, wie er in die Welt kam.
Nel museo delle cere locato in luna park si cerca uno scrittore capace di creare storie sulle statue presenti. L'artista che risponde all'appello ci porterà nei mondi* di Harun al Raschid, Ivan il Terribile e Jack lo squartatore.**
La prima parte immerge in uno scenario da Mille e una notte, il protagonista è infatti anche parte del celebre romanzo. Accento sui primi piani, movimenti facciali da Kammerspiel, trasferimento psicologico dagli attori allo spettatore, come prassi che il buon Carl Theodor Dryer ci narrava. La scenografia presenta invece forme espressioniste, irregolari, che risaltano il carattere architettonico arabo e che vanno ad accrescere le influenze presenti nell'opera, fuse insieme degnamente. Stessa profondità per l'episodio di Ivan IV, con la sorprendete interpretazione di Conrad Veidt nei panni dello Zar. Uso estremo di mezze figure, primissimi e primi piani, e sensazionali le virate cromatiche: ora dorate per fare riecheggiare lo sfarzo degli ambienti e dei costumi ortodossi, ora blu come la neve ed il freddo russo.
Festa sperimentale il terzo episodio, quello più onirico, scioccante ed originale; breve ma intensissimo, puramente formalista. Le linee del parco dei divertimenti turbinano in modo selvaggio, e sommate alle sovrimpressioni rendendo inquietante un luogo che dovrebbe comunicare gaiezza e disimpegno, un contrasto che in seguito sarà spesso ripreso. Ricollegabile a pieno diritto al mondo espressionista, analogo al suo più grande esponente, opera mito di questo blog: Il gabinetto del dottor Caligari.

*su una versione inglese della pellicola viene nomato anche Spring Heeled Jack, che è un diverso personaggio del folclore britannico. L'aspetto della statua è però più simile a quello supposto di Jack the Ripper.
** era previsto anche un episodio su Rinaldo Rinaldini, infatti si intravede per un istante la sua controparte di cera.

Altre pellicole girate, in veste di regista, nel periodo tedesco:

Das Tagebuch des Dr. Hart
(1916)
Prima Vera (1917)
Dornröschen (1917)
Das Rätsel von Bangalor (1918)
Die platonische Ehe (1919)
Prinz Kuckuck - Die Höllenfahrt eines Wollüstlings (1919)
Patience (1920)
Die Verschwörung zu Genua (1921)
Rebus Film Nr. 1 (1925)
Rebus Film Nr. 3 (1925)

domenica 4 luglio 2010

rediviva oasi

Return Of The Blood-sucking Nazi Zombies
episodio 1 - Dr. Orloff's Monster
2010
Stati Uniti d'America/Russia
Regia: Mathis Vogel (Alexander Bakshaev)
Scritto: Robert Monell

Seguiamo questa mini serie Sci Fi, è un carino intrattenimento...
Omaggio al "di genere" che fu, i richiami sono a personaggi quali Jesus Franco (notare il titolo dell'opera), Luigi Cozzi, a varie produzioni italiane e a tutto qull'universo che presentava mad doctors e stilemi vari.
E' un evidente no budget, creato con passione e tanta inventiva, ma il risultato, specialmente dal punto di vista della fotografia, non è malaccio.
Un complimento è d'obbligo anche alla situazione sonora, minimale e claustrofobica, ad opera del gruppo BIU (http://www.myspace.com/0biu), di cui fa parte il già citato in passato Alexander "FLE" Zhemchuzhnikov.
Al prossimo episodio!