OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...

domenica 30 ottobre 2011

due puntini


Una notte al Ghibli
Samuel Marolla

Ritorniamo sul bravo Marolla già qui discusso, attivo nel campo della narrativa e del fumetto, con questo agile racconto di venti pagine.
Il jazz bar Ghibli di Milano, nome che deriva dall'appellativo libico dello Scirocco, diventa per una notte il centro del mondo, dove il proprietario Mamoulian, anche lui arrivato dalla Libia, e Pietro Orziero, comandante dei RIS, si racconteranno due storie incredibili, due eventi che mostrano l'universo in maniera differente, dove i confini tracciabili della materialità vengono scavalcati. Il loro sarà un vomito d'anima, che li fa apparire insignificanti, semplici pedine rispetto a cose gigantesche, inimmaginabili, ma non distanti come leggende tramandate, anzi, vicinissime. Appartenenti alla sfera familiare, per il nordafricano, a quella lavorativa per Orziero.
Al fine della notte non avranno vissuto soltanto una liberazione interiore, ma anche una presa di coscienza sull'impotenza umana, che riserva a noi la facoltà di non poter comprendere tutto e di accettare la cosa.
Fantastica come al solito la copertina dei Diramazioni, che si fanno valere anche nel campo degli eBook.
Scaricabile gratuitamente dal sito dell'autore (http://www.samuelmarolla.com/shop.html), in formato PDF, ePub e MOBI.

FUN COOL! - edizione 7


Nuova edizione per il simpaticissimo concorso indetto da Gelostellato, a cui può partecipare chiunque scriva un racconto senza interruzioni, e per esse si intendono i punti. Già, proprio i segni di interpunzione.
Una vera espressione di massa, con tanto di premi!
Il regolamento è tutto qui: http://ilblogdigelo.blogspot.com/2011/10/fun-cool-7-edizione-il-regolamento.html
Noi abbiamo dato il nostro tributo di sangue, come già accaduto in passato. E voi?

mercoledì 26 ottobre 2011

dolcezza fatale

ロボゲイシャ(Robo-geisha)
2009
Giappone
Regia: Noboru Iguchi
Scritto: Noboru Iguchi

Quando si è in cerca di puro intrattenimento, senza inondazioni intimiste, è d'uopo buttare un occhio sul Sol Levante e le sue follie.
Questa pellicola può essere racchiusa in un insieme definibile come "gore divertissement". Celebri esponenti d'esso sono titoli quali Meatball Machine (che è un remake) e suo spin-off Reject of Death, Kataude mashin gâru, conosciuto da noi come The Machine Girl, con spin-off  The Hajirai Machine Girl (Shyness Machine Girl) e Tôkyô zankoku keisatsu (Tokyo Gore Police) di Noboru Iguchi, creatore anche di quello che stiamo per esaminare. I suddetti sono legati fra loro, oltre che per casa di produzione (gli ultimi tre), anche per via di incroci artistici: il regista di Tokyo Gore..., Yoshihiro Nishimura, è stato portato in quel ruolo dopo aver creato effetti e make up in The Machine..., così come in Meatball..., in più ha anche diretto, fotografato ed ha recitato nello spin-off di Meatball Machine. Iguchi ha diretto dei fake trailer presenti in Tokyo Gore... e stessa cosa ha fatto Yûdai Yamaguchi, director di Meatball Machine. Un filo conduttore tortuoso ma simpatico, segno che l'individualismo può essere messo da parte per far posto ad una sana collaborazione.
Veniamo a quest'altro parto di Iguchi, RoboGeisha, che ha dalla sua anche una storia non male. Una coppia di sorelle maiko, aspiranti geishe, vengono invitate in quella che ufficialmente è un'industria produttrice di acciaio, ma che nasconde un'insana associazione che vive per il progetto di distruggere un Giappone, a parer loro, ormai alla deriva. A questo scopo addestrano delle geishe, elementi chiave per arrivare vicino a personaggi importanti ed eliminarli. La minore delle sorelle, Yoshie, è stata fiutata come possibile punta di diamante, ed entrambe finiranno per far parte dell'idea devastatrice. La tecnologia a disposizione è all'avanguardia, alle ragazze vengono impiantate componenti meccaniche, rendendole macchine da guerra. C'è però qualcuno che trama contro, e la cosa darà modo anche alle due protagoniste di redimersi.
Se la trama base pare seriosa così non è per la forma e il resto. Come gli altri film del succitato insieme, è tutto virato verso una voluta esagerazione, un divertente ed onnipresente stile sopra le righe, presente dalla coloratissima fotografia, fino alla caricate interpretazioni, dai dialoghi surreali agli effetti; una totale ironia totale che rende il titolo più una commedia che altri generi cinematografici. Ci sono gli omicidi, le violenze, ma resi grotteschi, sopiti da un'impostazione giocosa che annulla la truculenza, grazie anche all'inventiva "cartoonesca" di effetti speciali, make up, costumi, scenografie e props. C'è da dire che la componente splatter è poco accentuata, molto meno presente rispetto alle opere simili, che invece facevano di essa un punto saliente, nonostante la "plasticosità" e il taglio burlesco.
 In parte gli interpreti, specialmente la simpatica protagonista, Aya Kiguchi, e curiosamente estremizzante la presenza di Asami, attrice anche pornografica e quasi feticcio di Iguchi, che si era fatta apprezzare anche in The Machine Girl (e diremmo anche giù il cappello!). Qui interpreta la parte di un Tengu, le celebri creature del folclore nipponico. Già, perché il film è anche pieno di elementi del Giappone tradizionale, ma non di quelli indecifrabili per gli occidentali.
In negativo, ci hanno convinto poco le lunghe sequenze sentimentali, non sappiamo quanto volontariamente parodistiche, ma un po' troppo stucchevoli.
Insomma, da guardare con la consapevolezza che si tratta di un enorme balocco in 35 mm, che non è adatto per porsi più di tante domande. Forse un certo sottotesto sulla pericolosità delle armi di distruzione di massa e chi le detiene, sull'uso della tradizione di un Paese come metodo per assoggettare, sulla decadenza dello stesso e uno sfottò verso i formalismi è presente, ma chissà quanto ricercato...
Adatto anche ai nostri cinema, farebbe un figurone, e in più ci insegnerebbe che per divertire non è necessario raccontare continuamente storie di liceali in scooter, starlette amanti o volgarità tediose.

sabato 22 ottobre 2011

la paura nei suoi occhi e il coltello nel suo petto

Angst
1983
Austria
Regia: Gerald Kargl
Scritto: Gerald Kargl, Zbigniew Rybczynski

Lui si procura eccitazione e appagamento tramite violenze metodiche, crude, senza estetizzazioni e dettagli di contorno, tutto come il cadere di una goccia, presente in forma sonora all'inizio ed alla fine: incisivo e preciso, macchinoso e ispirante. Da piccolo è stato con la nonna; la madre, che aveva cacciato il padre di casa, non lo voleva. Successivamente, dopo "piccole" storie, ritornò a casa, ma veniva maltrattato dal subentrato patrigno, dalla sorella, dalla madre... Madre che poi uccise, poi toccò ad un'anziana. Tutto ciò successivamente avrà legame simbolico con delle azioni.
L'insieme degli avvenimenti è mostrato nella sua interezza, perché ogni attimo è utile allo scopo, eventuali ellissi non renderebbero bene l'idea. Le vittime non sono persone con una loro storia, come fotografie trovate vorrebbero rendere noto, come il loro posto nella società vorrebbe far credere, come mostrano le loro debolezze, vizi e curiosità, ma sono oggetti utili ad un fine, soltanto un tramite. Di qualsiasi età esse siano, sesso, condizione di salute, non fa differenza. Pupazzi da manovrare, i loro corpi sono giostrabili sia di vivi che da morti.
Il suo fine è solo benessere psicofisico, via tutti gli ostacoli terreni!
Viene inquadrato in maniera nervosa e veloce, con steadycam, per mostrare l'animo isterico; dall'alto, con la gru o la louma (e complimenti a direttore della fotografia e operatore di ripresa Zbigniew Rybczynski, che è anche montatore e coautore dello scritto) per simboleggiare un giudizio esterno, sano, anche se lui continua a parlare, essendo il narratore diegetico.
A proposito dei citati ostacoli, alla fine ne arriverà uno fatale: ergastolo, lui è impossibile da curare.
Tutto in un'Austria inaspettatamente torbida, l'ispirazione proviene dalla storia del pluriomicida Werner Kniesek.

mercoledì 19 ottobre 2011

la cura

Hardgore
1974
Stati Uniti d'America
Regia: Michael Hugo

Anno Domini 1974: gli Stati Uniti possono da poco usufruire dell'ufficialità pornografica, e titoli come Mona e Gola profonda, sono ormai una realtà commerciale. Stiamo parlando di film ove sussiste anche una trama, mentre le sperimentazioni pure, senza influenze, erano già apparse agli albori del cinema.
Arriva questo titoletto che farebbe pensare ad una commistione eguale di adult e horror, ma l'ago della bilancia pende decisamente verso il primo genere; sta di fatto che ci troviamo davanti al primo mix dei due generi, cosa non da poco.
La protagonista Maria è ricoverata in una clinica, allo scopo di curare la sua ninfomania: peccato che nel luogo avvengano riti orgiastici, con tanto di sacrifici umani, necrofilia ed eventi lisergici.
Povero allo stremo, il plot e i lati gore sono una scusa per mostrare lunghe sequenze di sesso, tra l'altro senza arte né parte, noiose al giorno d'oggi, ma sicuramente allettanti al tempo.
Di interessante c'è il clima malsano imperante, che più che aumentare la qualità della pellicola, aiuta a renderla più cult, più oscura, un oggetto più importante da nominare e possedere che da godere. Ad aumentare questo aspetto c'è l'assenza di credits di apertura e di coda, addirittura non viene nominato neanche il regista Hugo. Gli interpreti, risalendo ai nomi, si connotano per essere interpreti di genere.
Se pare che certi virtuosismi di camera sia forzati, se fa capolino anche un microfono, bisogna invece riconoscergli una certa visionarietà di stampo "seventies", con punte d'effetto nella sala "obitorio" e nel pessimistico finale.
A chi scrive ha riportato alla mente il qui recensito The Forgotten.
Si abbeverino fan di weird exploitation.

sabato 15 ottobre 2011

irrefrenabile ebbrezza

女虐: NAKED BLOOD Nekeddo burâddo: Megyaku
1996
Giappone
Regia: Hisayasu Sato
Scritto: Taketoshi Watari

Il dolore è un contrappunto alla felicità oppure una sua componente? È importante la sua presenza nel nostro essere? Forse è ancor più importante, è un fulcro vitale?
C'è un ufficiale esperimento anti procreazione, tre ragazze sono le cavie, ma un baby scienziato diciassettenne, Eiji, che ha progettato un siero speciale, avrà modo di "infilarsi" in esso ed iniettare la sua sostanza. La sua scoperta è uno stimolatore di endorfine, aumentate a dismisura parallelamente al dolore fisico, che verrà trasformato in piacere.
Tre sono le donne e tre sono i casi personali: in un uno c'è un'ossessione per il cibo, in un altro per la bellezza, nel terzo non si dorme e si vive uno stato estatico particolare.
Nel primo: mangiare, mangiare, mangiare? È davvero piacere? Fin dove può spingersi questa esigenza? Cos'altro si può mangiare? L'exploit di endorfine farà prendere coscienza che la via finale è quella che prima era dolore.
Stesso dicasi per il culto della bellezza: algia = benessere, e il modo di procurarselo sarà "a tema" con la fissazione.
La terza cerca il silenzio, lo troverà, tramite un'apparecchiatura, in uno stato onirico che ha trovato in una pianta; non una pianta, a suo dire, rumorosa come le altre, ma un cactus, adatto alla simbiosi con esso.
Lei donerà anche la sua attuale concezione di piacere ad altre persone, ragazzo protagonista e altre cavie comprese, portandoli in uno stato di... silenzio. Eiji prima di ciò, aveva fatto uso della sua sostanza, e con il suo dolore, se così si può dire, si unirà a lei, quindi al cactus...
La diffusione del piacere sperimentale continuerà poi nel tempo.
Alternato a tutto questo c'è il mondo della dottoressa che doveva dar via al tentativo anticoncezionale. Madre di Eiji. Il padre è scomparso da tempo, era un megalomane, aveva ambizioni più grandi di lui! Lei non voleva approvarlo da questo punto di vista, ma finirà per... accettarlo.
estatico onirico
Che musica soave che c'è!

martedì 11 ottobre 2011

dentro

La cabina
1972
Spagna
Regia: Antonio Mercero
Soggetto: Antonio Mercero
Sceneggiatura: José Luis Garci, Antonio Mercero

Delle volte il progresso par andar troppo veloce, non riusciamo a stargli dietro, ci fidiamo ciecamente di esso e diamo per scontato il corretto utilizzo. Se mai qualcosa dovesse andare storto sarebbe per demerito nostro (piccoli dubbi a parte), errore umano, e subito subentrerebbe vergogna personale e curiosità di tutti; oppure questa impostazione diversa sarebbe soltanto l'ennesimo ingranaggio della società dei consumi, un exploit appariscente e conquistatore. Tutto questo avviene giornalmente, nella nostra quotidianità.
Ma questo progresso può ingabbiarci. Mosso dai fili del potere fa di tutti quel che vuole, riesce anche a burlarsi di noi, facendo leva sulla nostra fiducia.
La cabina in questione è uno strumento asettico, un aggancio per tessere contatti fra noi e i nostri cari, i nostri conoscenti, tutti quelli che ci permettono il vivere. Giammai immagineremmo che possa portarci verso il disfacimento.
Mediometraggio televisivo di alta qualità, edito dalla Televisión Española ed altre compagnie di supporto. Terreno, questo, ben conosciuto da Mercero, che nella scatola delle meraviglie si è più volte riproposto.
Brilla "settantianamente" l'Eastmancolor, vi è gran attenzione per luci e riflessi, ed i movimenti di macchina sono figli di attrezzature non da poco: fa spesso capolino la louma, c'è largo uso di riprese sui mezzi di trasporto e spazio anche per campi lunghi e lunghissimi.
Sicuramente da rispolverare, ha avuto anche un remake in forma di animazione e più breve.

mercoledì 5 ottobre 2011

due esempi di Filippo Walter Ratti

Parliamo di un dittico horror, o con componente tale, presente nella filmografia di Ratti, in ambedue le opere sotto lo pseudonimo di Peter Rush.
La notte dei dannati (1971) è un classico gotico all'italiana, leggermente fuori dal periodo d'oro per il filone, e che quindi risente di quelle tipiche caratteristiche dei Settanta. Non di certo valente per la trama, composta da tòpoi quali castello, ambienti bui, candelabri, quadri oscuri, streghe e maledizioni, con leggero affondo soft erotico. Semmai, da rendere nota, è la sensazione di situazioni fuori dal tempo data dall'ambientazione castellana: la vicenda, pur ambientata in epoca contemporanea, pare vissuta un secolo e più fa. Non male fotografia, ottimo uso di chiaroscuri, e regia, certe caratteristiche se non mostrate bene buttano giù l'intera baracca.
I vizi morbosi di una governante (1977): mistura di orrore/giallo/thriller/erotico, poco apprezzato fra gli appassionati, ma che ha dalla sua parte qualche pregio. In primis proprio il suddetto minestrone, che crea un'alternanza di vicende gradevole, una trama non lineare e neanche tanto scontata, se non fosse per un DETTAGLIO che aiuta.
Un gruppo di amici si riunisce in una magione di proprietà del padre di una di loro, e fra vizi e vizietti si consuma un truculento omicidio. Il commissario che indagherà immetterà venature di à la Agatha Christie, con tanto di falso finale e spiegone di chiusura. Di assoluta rilevanza le presenze femminili, Isabelle Marchall, Patrizia Gori e Adler Gray, compresa anche la governante Berta (Annie Carol Edel), che ci ha ricordato quella di Buio Omega di Joe D'Amato, interpretata dalla recentemente scomparsa Franca Stoppi. Ah sì, il titolo, contrariamente ad altri casi, ha attinenza...
Tecnicamente più debole dell'altro, con insistiti piani dettagli degli occhi, però discreto nella resa dei dialoghi.
Fa felici i fan di genere la citazione, oltre che di Arancia meccanica, de Le salamandre (1969) di Alberto Cavallone, ed è proprio a questa tipologia di spettatori che ci riserviamo di consigliare le due pellicole.

Nota: può essere accreditato a Ratti anche Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea (1972), da lui ultimato causa abbandono di Riccardo Freda, prima scelta di regia.

venerdì 30 settembre 2011

scambio

Каток и скрипка (Katok i skripka)
(Il rullo compressore e il violino)

1961
Unione Sovietica
Regia: Andrej Arsenevič Tarkovskij
Scritto: S. Bakhmetyeva, Andrej Končalovskij, Andrej Arsenevič Tarkovskij

Il giovanissimo violinista Sasha, piccolo e fragile, conosce Sergei, addetto al rullo compressore, persona umile ed onesta. Nascerà un'amicizia, purtroppo "controllata".
Terzo film di Tarkovskij, un mediometraggio di tre quarti d'ora, con cui ha potuto diplomarsi al prestigioso istituto cinematografico VGIK. Era un periodo "kruscioviano" di leggera apertura in URSS, e l'opera ne è un soddisfacente specchio: nonostante sia legata a temi classici del realismo socialista, introduce innovazioni sia dal punto stilistico che da quello del messaggio. Il ragazzino, nella prima parte, gira per una Mosca da dipinto, un filtro che divide il quadro in più punti ed un gioco di specchi rendono la sua visione affascinata e sognante, una moltiplicazione dell'immagine che ci mostra l'animo di un bambino che amplifica la realtà, rendendola migliore. Elemento ricorrente è anche l'acqua, al solito, simbolo di vita, presente per tutta la pellicola. Fa da elemento trainante alla crescita educativa del bambino perpetrata da Sergei, da sfondo alla rinascita architettonica (bellissimo il campo profondo con il palazzo del Ministero degli Affari Esteri che spunta dietro un palazzo abbattuto), ed è presente anche nel finale, seppur minimamente. Il tema portante mostra l'operaio che insegna le basi del vivere a Sasha e lui, dal suo piccolo, spiega le fini delizie dell'arte. Evidente possibilità convivenza fra il proletariato e il mondo artistico, entrambi hanno da insegnare all'altro, che umilmente riceve nozioni. Cosa succede poi? Arriva la madre del piccolo, che gli impedisce di vedere l'amico, con cui aveva in programma di andare al cinema a vedere Ciapaiev (1934). Un fare da despota, condito da presunte giuste motivazioni, è qui rappresentato, la comunione non è possibile per via di una visione superficiale, tutto deve rimanere entro rigide basi, non viene seguito il volere popolare. Una critica al sistema sovietico? Può darsi.
Non sono solo lenti ed acqua a felicitare lo spettatore. C'è anche l'intensa interpretazione dei protagonisti e i tratti caratteristici di Tarkovskij già presenti: uno su tutti, il generale ritmo cadenzato, la lentezza delle carrellate, in contrasto alla frenesia di certe produzioni avanguardistiche di decenni prima.

martedì 27 settembre 2011

smorfie

Дневник Глумова (Dnevnik Glumova)
1923
Unione Sovietica
Regia: Sergej Michajlovič Ėjzenštejn

Il diario di Glumov, realizzazione nata per essere uno scorcio cinematografico sperimentale in una rappresentazione teatrale messa in scena da Ėjzenštejn e da Sergei Mikhailovich Tretyakov, Mudrets, adattamento di Na vsyakogo mudretsa dovolno prostoty (Anche il più furbo ci può cascare), dell'autore Aleksandr Ostrovsky. Nonostante la particolarità della cosa è, a tutti gli effetti, il primo cortometraggio di Ėjzenštejn, appartenente alle produzioni del Proletkult, movimento nato per creare e diffondere arte proletaria.
Al di fuori del contesto è difficile seguire la vicenda, a capire le simbologie, i luoghi ed i tempi, ma paiono presenti anche rimandi politici e religiosi.
Embrione del "montaggio delle attrazioni", con grande uso di tecniche quali le sovraimpressioni e la transizione "iride", quest'ultima a caricare ulteriormente primi piani e dettagli.
Camera generalmente fissa, e sulla scena compaiono spesso due elementi in dialettica, purtroppo, ripetiamo, non percepibili a fondo se si è estranei allo spettacolo teatrale.
Elementi curiosi e all'avanguardia sono il mostrare una bobina cinematografica e la presenza dello stesso Ėjzenštejn all'inizio, due interessanti assaggi di metacinematografia, un'autoreferenza che, all'interno di un'opera nata per maggiori funzionalità teatrali, rimarca anche le qualità del mezzo cinema.
Da ricordare che è stato recuperato da Dziga Vertov ed incluso nel suo Kino-pravda no. 16.
Il Prolekult ha avuto vita breve (1917-1925), ma ha mostrato arte fuori dalle linee standard, forse prematura, o forse davvero utile alla causa.

mercoledì 31 agosto 2011

rinunce

Le laboratoire de l'angoisse
1971

Francia

Regia: Patrice Lecone
Scritto: Patrice Leconte

In un laboratorio, l'inserviente Antoine è perdutamente innamorato di Mademoiselle Clara, unica donna presente fra le fila di scienziati dalle barbe fluenti. La sua fissazione non ricambia, nonostante lui cerchi in tutti i modi di mettersi in evidenza, aiutando con fervore nelle mansioni lavorative. Non riesce neanche ad... incantarla, l'immagine di lei rimarrà chiusa in una dimensione esaltatrice. La cosa proseguirà in maniera ossessiva, e l'uomo, distratto dalla presenza, combinerà pasticci di ogni genere con gli strumenti del laboratorio, arrivando anche a farsi del male tramite contatto con le sostanze chimiche; il dolore non verrà avvertito, troppo forte è la passione. In conclusione, se lei non concederà la sua mano sarà lui a farlo...
Rappresentazione, più che dell'amore, dell'uomo sottomesso, piegato, senza dignità né orgoglio, che arriva ad annullare se stesso in nome di un interesse. L'oggetto donna svetta su altre necessità, è un trionfo di istinti primordiali. Non viene mostrato come agiscono gli altri colleghi, ma è pensabile anche una tipicissima situazione in cui la solitaria presenza muliebre è colmata di attenzioni interessate da parte di tutti, con tanto di tattiche falsità per arrivare allo scopo, spersonalizzazioni, che non fanno altro che ledere sul piano dell'uguaglianza. Oppure, si spera, gli altri soggetti vogliano un minimo di bene a loro stessi...
Se si arriva a distruggersi psicologicamente e fisicamente a cosa è utile un rapporto di coppia?
Seconda opera di Leconte, di quando ancora non aveva deciso di dedicarsi anche al ruolo di operatore di ripresa, per essere ancora più addentro.

sabato 27 agosto 2011

parzialità

Quante volte... quella notte
1972

Italia
Regia: Mario Bava
Scritto: Guido Leoni, Mario Moroni, Carl Ross


In questo blog, incredibilmente, non si è mai parlato di Mario Bava. I motivi però esistono e sono la consapevolezza che ormai si è detto quasi tutto sul suo conto (esiste, fra altre pregevoli pubblicazioni, anche un tomo biografico di oltre mille pagine, scritto dallo statunitense Tim Lucas), e la presenza di una sorta di timore reverenziale; il maestro potrebbe essere, anche se siamo contrari a dichiarazioni assolutiste, il cinematografaro preferito di chi scrive. Vogliamo comunque fornire un affondo tramite questo titolo, appartenente alla cerchia di quelli meno famosi.
Commedia a tinte erotiche, che fa della raffinata confezione il suo forte. Fascino pop, del tipo che ha trovato maggior fortuna in Diabolik (1968), ma che qui non è da meno, anzi, si erge a sostegno principale della pellicola. Le presenze, in particolar modo quelle "agghindate", formano un tutt'uno artistico con la scenografia, una specie di reminiscenza degli attori espressionisti che si uniformavano allo scenario. Plauso anche a scenografo e costumista (Blanda), quest'ultimo avrà fatto felici gli estimatori di moda del tempo e aggraderà quelli attuali appassionati di vintage.
La vicenda, cui Mario non ha partecipato in sede di scrittura, è meno debole di quanto si legge in altre sedi: una storia notturna raccontata da quattro prospettive diverse, con tanto di spiegazione accademica circa la soggettività. Non assenti momenti ingenui ed ironia opinabile, ma il maestro ci metta una pezza tecnica. Uso magistrale della camera, in particolar modo nell'ambiente ristretto dell'appartamento fulcro del tutto. Lo zoom, strumento di semplice correzione di ripresa in mano a molti, con Bava diventa arte, una sua nota firma adattata perfettamente ai contesti. Angolazioni, altezze, tipo di piani, sono, senza mezzi termini, esempi per chi vuole studiare nel campo della ripresa cinematografica e non. Il regista non è accreditato alla direzione della fotografia, ma vi ha partecipato insieme al più volte collaboratore Antonio Rinaldi.
Gradevoli le musiche di Lallo Gori, tassello di tante produzioni "di genere".
In realtà il film è stato girato nel 1969 e l'atmosfera del periodo c'è tutta.
È conosciuto anche come Quattro volte... quella notte, tra l'altro traduzione letterale del titolo per la distribuzione all'estero.

mercoledì 24 agosto 2011

due primati

Quali sarebbero queste due vicende prime?

Le manoir du diable, del 1896, ad opera dell'immenso Georges Méliès è considerato, non a torto, il primo horror della storia cinematografica. Gli stilemi ci son tutti: luogo infestato, presenze demoniache, scheletri e pipistrelli, con tanto di finale esorcizzante.
È un Méliès ancora acerbo, che sperimenta tecniche in seguito più affinate. Il montaggio per creare sparizioni ed apparizioni è a tratti buono ad altri confusonario, lo scenario è scarno. Globalmente la resa è comunque soddisfacente, ancora non si raggiungeva il Novecento e tutto ciò che viene mostrato è altamente avveniristico. La trama è ben articolata, nei circa tre minuti di durata, ha senso e al tempo sicuramente poteva portar tremori fra le platee.
Il secondo primato? Un esordio di presunto plagio cinematografico, ad opera di George Albert Smith, con il suo The Haunted Castle, arrivato nel 1897. Smith era una personalità eclettica, dedita a tante mansioni, nonché inventore del sistema di colorazione filmica nomato Kinemacolor.
Nella sua pellicola compaiono forti analogie con l'altra, in primis per l'aspetto della scenografia e per il tipo di presenze che l'infestano. La durata è però ridotta ad un terzo dell'altra opera ed il finale è diverso. Tecnicamente molto più semplice, uso base del montaggio e apporto "indiretto", senza che venga manipolato in scena, del background.
A complicare il tutto c'è il fatto che Le manoir... è stato proiettato in Gran Bretagna proprio sotto il nome di The Haunted Castle.
Ma la soluzione dell'enigma è nella conoscenza fra i due artisti, che possono benissimo aver scambiato idee poi applicate da entrambi, inoltre, nel 1902, hanno collaborato alla realizzazione della pellicola Le couronnement du roi Édouard VII.
Un'altra curiosità: il film di Smith potrebbe essere il secondo horror della storia, ma del 1897 sono anche L'auberge ensorcelée, L'hallucination de l'alchimiste e Le cabinet de Méphistophélès, sempre con richiami d'orrore e sempre di Méliès. A sciogliere l'enigma dovrebbe essere il mese di uscita, ma sono dati difficili da reperire.

martedì 9 agosto 2011

ipofisi molesta

Собачье сердце (Sobachye serdtse)
1988

Unione Sovietica

Regia: Vladimir Bortko

Soggetto: Mikhail A. Bulgakov

Sceneggiatura: Natalya Bortko


Continuando il discorso Bulgakov, passiamo alla rappresentazione di un altro classico: Cuore di cane. Produzione in due parti degli studi Lenfilm, destinata alla televisione proprio come lo sceneggiato italiano di Ugo Gregoretti Uova fatali. Eccezionalmente fedele, tranne che per alcune piccolezze che andremo a riassumere più in là, dai dialoghi all'idea scenografica, fino agli appellativi.
Siamo in pieno campo sci-fi, quello ripieno di satira, vicino alla commedia. Gli scritti "bulgakoviani" troppe volte sono stati descritti fin troppo superficialmente, più volte l'artista è stato strumentalizzato, senza mezzi termini. Magari siamo noi ad avere una diversa opinione, ma non facciamo mistero di essa. In quest'opera non si salva nessuno, né la società sovietica ormai male incanalata, distante dai buoni propositi innovativi, ormai in controrivoluzione per cause varie e pregna di retorica forzata, né i borghesi niente affatto sradicati, né i singoli individui e la loro intrinseca cattiveria, né la scienza, a tratti colma di deliri di onnipotenza. Il cane trasformato in uomo, Poligraf Poligrafovich Sharikov, è un delinquente, non di certo un socialista, menefreghista, che non si fa problemi a rubare nella cassa destinata all'acquisto di beni in comune e non supporta Engels. Il professor Filipp Filippovich Preobrazhensky, per quanto bravo medico di fama internazionale, nonché persona dalla capacità autocritica e non violenta, è egoista e pedante, pieno di sé, a cui non si può parlare di uguaglianza secondo concetti quali «da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni». Il suo assistente, dottor Bormenthal, è sì pacato e gentile, ma anche troppo succube del professore. Si salva solo il buon cane Pallino pre operazione, con prerogative istintive, ma umile, per nulla pretenzioso, oculato e profondo di giudizio; se la società fosse stata di "pallini" la rivoluzione avrebbe potuto avere il suo seguito in terra russa e al di fuori. Insomma, questa versione TV del romanzo induce agli stessi spunti della lettura; se ci si ferma a riflettere sull'avventatezza delle scienza che si è spinta troppo in là, su situazioni sociali del XX secolo, vuol dire che il lavoro è di gran pregio.
Dicevamo delle differenze: nel romanzo Bormenthal non incontra il personaggio della dattilografa nel cinema, come avviene in TV, né vi è il momento in cui Sharikov viene mostrato al pubblico e si esibisce in uno show con la balalaika. In più, la scena della seduta spiritica e la sequenza del circo sono prese da altre opere di Bulgakov, citazione eseguita anche con l'inserimento del nome di uno dei due scienziati intervenuti a vedere il "miracolo": Persikov, come lo studioso di Le uova fatali.
Il direttore della fotografia, Yuri Shajgardanov, ha preferito il bianco e nero (nella versione in nostro possesso v’è un bellissimo seppiato), per dare l'idea di antico. Formato 1.33:1 televisivo e niente virtuosismi di ripresa, presente una discreta staticità, che però non appesantisce la narrazione, dà invece un tocco stilistico intellettuale; idem per il montaggio. Azzeccati i caratteri, in particolare Poligraf Poligrafovich, interpretato da Roman Kartsev.
Vincitore del premio per la fiction del Prix Italia del 1989.
Bortko tornerà nuovamente su Bulgakov nel 2005, con una serie TV in dieci episodi dedicata a Il maestro e Margherita.

martedì 2 agosto 2011

il rosso sbagliato

Uova fatali
1977

Italia
Regia: Ugo Gregoretti

Soggetto: Mikhail A. Bulgakov

Sceneggiatura: Ugo Gregoretti


Sceneggiato televisivo tratto dall'immenso lavoro di Bulgakov, spesso ricordato insieme all'antecedente e notoriamente anch'esso bulgakoviano Cuore di cane di Alberto Lattuada, non originariamente per la TV.
Diversamente da Il segno del comando e dintorni, qui il taglio non è fosco, ma con una persistente ironia, che fa un eco perfetto all'opera originaria. Le interpretazioni sono caricate a dovere, sublime Gastone Moschin nella parte dell'isterico Pérsikov, non da meno il suo assistente Ivanon (Mario Brusa) e via via gli altri: Alessandro Haber interpreta il giornalista Bronskij, Santo Versace Pankràt, altri ben in ruolo, essenzialmente nomi non troppo noti, dediti principalmente alla televisione. Non lasciamoci però ingannare dall'apparenza disimpegnata, la recitazione è di ottimo stampo teatrale, con i suoi tempi cadenzati, i silenzi e la mimica facciale; è palese la ben nota maggior qualità delle produzioni RAI del tempo, poco spazio alle improvvisazioni e allo sbaraglio generale.
La sua parte dissacrante la fa anche il piacevole tema principale ad opera di Fiorenzo Carpi, ma ciò che si ricorda maggiormente oggi è il comparto scenografico. Ad occhio discretamente povero, probabilmente realizzato in poco tempo, sfrutta in maniera decisa il Chroma key, facendo scorrere, alle spalle dei personaggi, a tratti una Mosca metropolitana sfavillante di luci, in altri veri e propri inserti tratti dai film di Dziga Vertov. DZIGA VERTOV utilizzato per una fiction italiana, penso non si debba aggiungere altro. Sfondi della stessa maniera anche negli altri luoghi di ambientazione, il sovchoz "Raggio Rosso" e la zona di Steklòvsk. Nuovamente dell'avviso che anche questa scelta renda bene lo spirito smaliziato dello scrittore, si è davanti ad un teatrino sarcastico che picchia con fare "pulcinellesco" sul deretano della burocrazia di linea kafkiana e dell'arroganza. Anche le creature frutto degli esperimenti sembrano uscite fuori da un carro allegorico che porta il farfallino di Bulgakov.
Oltre che per l'animo pungente è fedele anche per via della presenza di passi presi pari pari dal libro, narrati dalla voce extradiegetica dello stesso Gregoretti.
Catastrofico e più crudo il finale, con l'immagine di Pérsikov a monito.
Una creazione valente ancora oggi, che non sfigurerebbe come mezzo per far conoscere certa letteratura ai più giovani.
Ora ci permettiamo una digressione: se una personalità come Gregoretti, legata ad una certa ideologia ha trattato quest'opera possiamo renderci conto che a comprendere certe sfaccettature in Italia non siamo in cento (forse in 101...). Bulgakov scriveva questo romanzo nel 1925, anni difficili, in cui alla Rivoluzione russa non aveva seguito un echeggiamento in altri Paesi. La NEP, il sistema economico creato da Lenin viaggiava su un filo, presenziavano individualismi umani a carattere borghese (vedi personaggio di Preobraženskij in Cuore di cane) e di lì a poco sarebbe arrivato il fautore definitivo della controrivoluzione: Stalin. Quindi, prima di strumentalizzare a raffica è bene fare un ripasso generale, condito da sfruttamento della propria materia grigia.
L'invenzione di un uomo, secondo certi dettami, può benissimo essere messa al servizio delle masse, curata da lui stesso, senza usi sconsiderati da parte di chiunque, senza eccessi di mani inesperte ed arriviste.
Il raggio rosso scoperto da Pérsikov è degenerato per via di una mancanza di ponderazione e una sete egocentrica, tutto nel mezzo di una situazione sociale di difficile domatura. Anche per quanto riguarda la scienza, vi è un messaggio vieppiù attuale.
Nota: in questo sede abbiano letto il romanzo tramite l'ottimo volume edito anni fa da Newton, e contenente anche il succitato Cuore di cane e Diavoleide. Segnaliamo che è ancora reperibilissimo entro i soliti canali di acquisto dell'usato o del remainder.

giovedì 28 luglio 2011

pneumatico o rullo?

Rubber
2010

Francia, Angola

Regia: Quentin Dupieux

Scritto: Quentin Dupieux


La Francia, nella produzione di genere, è avanti a noi, alla faccia di vini, Zidane e qualunquismi.
Il regalo che ci offre è un esperimento di metacinema piuttosto estemporaneo, dove seguiremo le gesta di uno pneumatico, proprio così, uno pneumatico, che vaga per sterminate strade californiane, mietendo vittime grazie ai suoi poteri telecinetici ed inseguendo ossessivamente una ragazza, con la polizia alle calcagna.
Seguiremo non solo noi dai nostri schermi, in campo c'è anche un nugolo di spettatori con tanto di binocolo e frasario tipico da sala di proiezione, personaggio e burattinaio indiretto dell'azione, in quanto la sua presenza è l'unico motivo per cui il tutto va avanti; il cinema senza pubblico non ha motivo di esistere, e la cosa è resa nota anche dalla coscienza di fiction più volte mostrata. Spettatori che però subiscono a loro volta le volontà del business, una volta che hanno assicurato la loro presenza, pagato per avere e per vedere (senza posti a sedere, distrutti all'inizio, come un "fast cinema" da consumare velocemente) possono anche venir meno, in Rubber vengono quindi avvelenati. Tranne uno, il tipico spettatore attento, molto attento, troppo, pignolo a tal punto da non accettare dettagli illogici, omaggiati a dismisura nel film, come giustamente ci dice il poliziotto nel prologo. Verrà ucciso non dal business, ma dalla stessa arte cinematografica, nella forma dello pneumatico. La non logica che pervade tutta la pellicola strizza l'occhio alla serie B e all'exploitation, notare anche la locandina dal fascino vintage: il perché la gomma prenda consapevolezza di sé come in un documentario, insegua la donna, uccida senza ritegno non ci viene spiegato, ma è realizzato gran bene, con pregevole uso del dettaglio e di profondità di campo e sfocature, oltretutto tutto girato con una camera digitale e un budget complessivo non esagerato. Simpatici anche gli stereotipi buttati volutamente qua e là, i topoi e luoghi culto; c'è da dire che sembra in tutto e per tutto una produzione a stelle a strisce.
Se la settima arte ha preso forma nello pneumatico, poi in un triciclo e in altre gomme, è normale che, come succede nel finale, puntino verso Hollywood.
Auguriamo fortuna a Quentin Dupieux, musicista da poco anche nel mondo del cinema che conta.

lunedì 25 luglio 2011

l'allucinante riparo

La maison ensorcelée
1908
Francia
Regia: Segundo de Chomón
Scritto: Segundo de Chomón

Continuiamo il discorso incentrato attorno all'anno 1900 per proporre un'altra opera di Chomón, noto pioniere della settima arte e già descritto in un precedente post.
Il comparto formale che gravita attorno al tema della casa infestata, peraltro qui ancora fresco cinematograficamente, è superbo, il maestro degli effetti stupisce per cura di tutti i dettagli, è una festa visiva altamente divertente. Onnipresente il montaggio in camera usato per le apparizioni e sparizioni, idem i mascherini e le sovrimpressioni, tutto ben messo. È però nell'uso del passo uno o scatto singolo, come viene chiamato in questi casi, che il lavoro colpisce: sembra di trovarsi di fronte una pellicola di Švankmajer, non è errato affermare che la sequenza del pranzo, dove il trick trova il suo apice, non sfigura nemmeno ai giorni nostri. Che dire poi dell'onirico finale? La presenza che aleggia sulla magione chiude in bellezza, e fa da antenata a tutte le generazioni del filone "haunted house" che verranno nel secolo ed oltre. La nostra mente di appassionati è volata verso un titolo giapponese, possibile ispiratore dell'Evil Dead di Raimi, Hausu, anch'esso affogato in un mare di fantasie visive e permeato da una certa vena buffa.
Gli attori sfoggiano un make up da clown, piacevole nota comica in un clima tetro, che seppur attualmente grottesco, al tempo poteva aver possibilità di arrecare inquietudine.
La copia visionata è presente al Nederlands Filmmuseum di Amsterdam.

venerdì 22 luglio 2011

sotto mentite spoglie

Le diable au convent
1899

Francia

Regia: Georges Méliès


Pezzo del filone con presenze demoniache, che in questo caso infestano un convento e creano una mistura di sacro e profano.
Si connota per il forte uso della scenografia di stampo teatrale, ricchissima e anche interattiva, non facendo solo da mero sfondo pitturato. Rilevanti anche gli attori in scena, molto numerosi, fra cui lo stesso Méliès. Trucchi, le famose "fantasmagorie", realizzati tramite la famosa interruzione della ripresa, tecnica antesignana del montaggio.
Happy end iconografico!