OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...

martedì 2 agosto 2011

il rosso sbagliato

Uova fatali
1977

Italia
Regia: Ugo Gregoretti

Soggetto: Mikhail A. Bulgakov

Sceneggiatura: Ugo Gregoretti


Sceneggiato televisivo tratto dall'immenso lavoro di Bulgakov, spesso ricordato insieme all'antecedente e notoriamente anch'esso bulgakoviano Cuore di cane di Alberto Lattuada, non originariamente per la TV.
Diversamente da Il segno del comando e dintorni, qui il taglio non è fosco, ma con una persistente ironia, che fa un eco perfetto all'opera originaria. Le interpretazioni sono caricate a dovere, sublime Gastone Moschin nella parte dell'isterico Pérsikov, non da meno il suo assistente Ivanon (Mario Brusa) e via via gli altri: Alessandro Haber interpreta il giornalista Bronskij, Santo Versace Pankràt, altri ben in ruolo, essenzialmente nomi non troppo noti, dediti principalmente alla televisione. Non lasciamoci però ingannare dall'apparenza disimpegnata, la recitazione è di ottimo stampo teatrale, con i suoi tempi cadenzati, i silenzi e la mimica facciale; è palese la ben nota maggior qualità delle produzioni RAI del tempo, poco spazio alle improvvisazioni e allo sbaraglio generale.
La sua parte dissacrante la fa anche il piacevole tema principale ad opera di Fiorenzo Carpi, ma ciò che si ricorda maggiormente oggi è il comparto scenografico. Ad occhio discretamente povero, probabilmente realizzato in poco tempo, sfrutta in maniera decisa il Chroma key, facendo scorrere, alle spalle dei personaggi, a tratti una Mosca metropolitana sfavillante di luci, in altri veri e propri inserti tratti dai film di Dziga Vertov. DZIGA VERTOV utilizzato per una fiction italiana, penso non si debba aggiungere altro. Sfondi della stessa maniera anche negli altri luoghi di ambientazione, il sovchoz "Raggio Rosso" e la zona di Steklòvsk. Nuovamente dell'avviso che anche questa scelta renda bene lo spirito smaliziato dello scrittore, si è davanti ad un teatrino sarcastico che picchia con fare "pulcinellesco" sul deretano della burocrazia di linea kafkiana e dell'arroganza. Anche le creature frutto degli esperimenti sembrano uscite fuori da un carro allegorico che porta il farfallino di Bulgakov.
Oltre che per l'animo pungente è fedele anche per via della presenza di passi presi pari pari dal libro, narrati dalla voce extradiegetica dello stesso Gregoretti.
Catastrofico e più crudo il finale, con l'immagine di Pérsikov a monito.
Una creazione valente ancora oggi, che non sfigurerebbe come mezzo per far conoscere certa letteratura ai più giovani.
Ora ci permettiamo una digressione: se una personalità come Gregoretti, legata ad una certa ideologia ha trattato quest'opera possiamo renderci conto che a comprendere certe sfaccettature in Italia non siamo in cento (forse in 101...). Bulgakov scriveva questo romanzo nel 1925, anni difficili, in cui alla Rivoluzione russa non aveva seguito un echeggiamento in altri Paesi. La NEP, il sistema economico creato da Lenin viaggiava su un filo, presenziavano individualismi umani a carattere borghese (vedi personaggio di Preobraženskij in Cuore di cane) e di lì a poco sarebbe arrivato il fautore definitivo della controrivoluzione: Stalin. Quindi, prima di strumentalizzare a raffica è bene fare un ripasso generale, condito da sfruttamento della propria materia grigia.
L'invenzione di un uomo, secondo certi dettami, può benissimo essere messa al servizio delle masse, curata da lui stesso, senza usi sconsiderati da parte di chiunque, senza eccessi di mani inesperte ed arriviste.
Il raggio rosso scoperto da Pérsikov è degenerato per via di una mancanza di ponderazione e una sete egocentrica, tutto nel mezzo di una situazione sociale di difficile domatura. Anche per quanto riguarda la scienza, vi è un messaggio vieppiù attuale.
Nota: in questo sede abbiano letto il romanzo tramite l'ottimo volume edito anni fa da Newton, e contenente anche il succitato Cuore di cane e Diavoleide. Segnaliamo che è ancora reperibilissimo entro i soliti canali di acquisto dell'usato o del remainder.

giovedì 28 luglio 2011

pneumatico o rullo?

Rubber
2010

Francia, Angola

Regia: Quentin Dupieux

Scritto: Quentin Dupieux


La Francia, nella produzione di genere, è avanti a noi, alla faccia di vini, Zidane e qualunquismi.
Il regalo che ci offre è un esperimento di metacinema piuttosto estemporaneo, dove seguiremo le gesta di uno pneumatico, proprio così, uno pneumatico, che vaga per sterminate strade californiane, mietendo vittime grazie ai suoi poteri telecinetici ed inseguendo ossessivamente una ragazza, con la polizia alle calcagna.
Seguiremo non solo noi dai nostri schermi, in campo c'è anche un nugolo di spettatori con tanto di binocolo e frasario tipico da sala di proiezione, personaggio e burattinaio indiretto dell'azione, in quanto la sua presenza è l'unico motivo per cui il tutto va avanti; il cinema senza pubblico non ha motivo di esistere, e la cosa è resa nota anche dalla coscienza di fiction più volte mostrata. Spettatori che però subiscono a loro volta le volontà del business, una volta che hanno assicurato la loro presenza, pagato per avere e per vedere (senza posti a sedere, distrutti all'inizio, come un "fast cinema" da consumare velocemente) possono anche venir meno, in Rubber vengono quindi avvelenati. Tranne uno, il tipico spettatore attento, molto attento, troppo, pignolo a tal punto da non accettare dettagli illogici, omaggiati a dismisura nel film, come giustamente ci dice il poliziotto nel prologo. Verrà ucciso non dal business, ma dalla stessa arte cinematografica, nella forma dello pneumatico. La non logica che pervade tutta la pellicola strizza l'occhio alla serie B e all'exploitation, notare anche la locandina dal fascino vintage: il perché la gomma prenda consapevolezza di sé come in un documentario, insegua la donna, uccida senza ritegno non ci viene spiegato, ma è realizzato gran bene, con pregevole uso del dettaglio e di profondità di campo e sfocature, oltretutto tutto girato con una camera digitale e un budget complessivo non esagerato. Simpatici anche gli stereotipi buttati volutamente qua e là, i topoi e luoghi culto; c'è da dire che sembra in tutto e per tutto una produzione a stelle a strisce.
Se la settima arte ha preso forma nello pneumatico, poi in un triciclo e in altre gomme, è normale che, come succede nel finale, puntino verso Hollywood.
Auguriamo fortuna a Quentin Dupieux, musicista da poco anche nel mondo del cinema che conta.

lunedì 25 luglio 2011

l'allucinante riparo

La maison ensorcelée
1908
Francia
Regia: Segundo de Chomón
Scritto: Segundo de Chomón

Continuiamo il discorso incentrato attorno all'anno 1900 per proporre un'altra opera di Chomón, noto pioniere della settima arte e già descritto in un precedente post.
Il comparto formale che gravita attorno al tema della casa infestata, peraltro qui ancora fresco cinematograficamente, è superbo, il maestro degli effetti stupisce per cura di tutti i dettagli, è una festa visiva altamente divertente. Onnipresente il montaggio in camera usato per le apparizioni e sparizioni, idem i mascherini e le sovrimpressioni, tutto ben messo. È però nell'uso del passo uno o scatto singolo, come viene chiamato in questi casi, che il lavoro colpisce: sembra di trovarsi di fronte una pellicola di Švankmajer, non è errato affermare che la sequenza del pranzo, dove il trick trova il suo apice, non sfigura nemmeno ai giorni nostri. Che dire poi dell'onirico finale? La presenza che aleggia sulla magione chiude in bellezza, e fa da antenata a tutte le generazioni del filone "haunted house" che verranno nel secolo ed oltre. La nostra mente di appassionati è volata verso un titolo giapponese, possibile ispiratore dell'Evil Dead di Raimi, Hausu, anch'esso affogato in un mare di fantasie visive e permeato da una certa vena buffa.
Gli attori sfoggiano un make up da clown, piacevole nota comica in un clima tetro, che seppur attualmente grottesco, al tempo poteva aver possibilità di arrecare inquietudine.
La copia visionata è presente al Nederlands Filmmuseum di Amsterdam.

venerdì 22 luglio 2011

sotto mentite spoglie

Le diable au convent
1899

Francia

Regia: Georges Méliès


Pezzo del filone con presenze demoniache, che in questo caso infestano un convento e creano una mistura di sacro e profano.
Si connota per il forte uso della scenografia di stampo teatrale, ricchissima e anche interattiva, non facendo solo da mero sfondo pitturato. Rilevanti anche gli attori in scena, molto numerosi, fra cui lo stesso Méliès. Trucchi, le famose "fantasmagorie", realizzati tramite la famosa interruzione della ripresa, tecnica antesignana del montaggio.
Happy end iconografico!

mercoledì 20 luglio 2011

teletotalitarismo

La antena
2007
Argentina
Regia: Esteban Sapir

Soggetto: Esteban Sapir

Sceneggiatura: Esteban Sapir


Favola distopica che è una boccata d'aria nel panorama fantascientifico del primo decennio del Duemila, pur pescando ottimamente fra fior di classici, omaggiati e riproposti con viva personalità, brilla di luce propria.
Il tema è quello di un città imprecisata, in un tempo non definito ma simile agli anni Venti e Trenta, schiacciata sotto un regime totalitario, talmente forte da essersi appropriato della voce degli abitanti. Essi sono controllati dallo strapotere della comunicazione televisiva, gestita tramite un "cervello" ed elementi di retro tecnologia, con una simbologia opprimente presente un po' dappertutto, addirittura anche nell'unico cibo disponibile, l'esplicativo "Alimentos TV"; unico svago rimangono la boxe e degli spettacoli canori. La star di questi ultimi è "La Voz", unica persona, insieme al figlio, ad essere ancora in possesso della propria voce, sfruttata dapprima come elemento di distrazione, poi, abbinata ad una macchina speciale, per giungere ad un nuovo passo di oppressione... Sarà un tecnico riparatore TV, con sua figlia, la sua ex moglie ed il figlio di La Voz a dover fronteggiare la minaccia, combattendo sullo stesso piano scientifico.
Sperimentale oggetto centrale del film sono i sottotitoli, anche se è riduttivo chiamarli così, sono infatti una vera presenza attoriale che si muove secondo il contesto: "recitano", vivono quasi di vita propria, partecipando all'azione ed amplificano concetti ed emozioni. Sono ovviamente l'unico modo per permettere ai muti personaggi di esprimersi, la comprensione reciproca avviene tramite labiale o vera e propria presenza materiale diegetica degli stessi, che diventa un'estensione della loro mente.
La sperimentazione non finisce qui, e sono evidenti i rimandi all'espressionismo tedesco, così come al Kammerspiel, ai drammatici e ai sentimentali fra le due guerre mondiali, con tanto di musica da grammofono, e al muto in genere. Pullulano i riferimenti alla sci-fi di molti periodi, con Metropolis e 1984 dinanzi tutti. Simpatico l'ammiccare a Viaggio nella Luna e Viaggio attraverso l'impossibile, da segnalare i tocchi di estetica sovietica.
C'è da dire che Sapir ha iniziato la carriera e l'ha impegnata essenzialmente come direttore della fotografia, e la cura posta al comparto visivo è notevole. Il film è in un bianco e nero livido, non molto contrastato, ed è stata data gran importanza ad ombre e sagome in controluce, vieppiù alla composizione dell'immagine, che comprende nei suoi spazi i già citati sottotitoli.
La distopia di una tirannia che manipola le coscienze tramite i media ed il consumismo, privando di altro, continua a turbare le coscienze.

mercoledì 13 luglio 2011

3:25

Paris qui dort
(
Parigi che dorme)
1925

Francia
Regia: René Clair

Soggetto: René Clair

Sceneggiatura: René Clair


È il secondo film scritto e diretto dal cineasta-bandiera Clair, dopo l'esperimento dadaista Intermezzo, dell'anno precedente, mentre, come attore ed assistente alla regia, aveva iniziato qualche tempo prima.
Nonostante i picchi della sua carriera siano stati raggiunti con la commedia, in questo cortometraggio di una mezz'ora si affonda pienamente nella fantascienza, a rimarcare la personaità eclettica dell'autore, mai banale, mai corso dietro al momento cronologico, cosa che a fine carriera peserà, sentendosi fuori posto.
Plot: l'armoniosa Parigi, normalmente affaccendata in mansioni quotidiane, viene "freezata" dall'esperimento di uno scienziato che, tramite un raggio, ha diffuso un sonno permanente in tutta la città, e, come si scoprirà, in tutto il mondo. Rimasti immuni soltanto quelli che si trovavano al di sopra del raggio, a ragguardevole altezza: oltre al professore e a sua nipote, il guardiano della Torre Eiffel e un gruppo in volo su un aereo. Inizialmente regnano desolazione e sconcerto, che poi si trasformano in cupidigia: un'intera città a disposizione! Ma una volta assaporato il materialismo cosa rimane? Freddezza, mancanza di larghi rapporti umani, la noia, ciò che il denaro resosi disponibile non può comprare. Sembra di trovarsi di fronte ad un film catastrofico, ad un episodio di Ai confini della realtà incentrato sulla sparizione della razza umana, tutto abilmente reso da una scena tatticamente spopolata e fotogrammi fissi, probabilmente vere e proprie fotografie o cartoline riprese e montate. Con uno slancio coraggioso Clair fa anche pesare la presenza di una sola donna, occupante dell'aereo, pre-incontro con la nipote del prof., una bellissima e "pariginissima" Madeleine Rodrigue, che non può non stuzzicare gli appetiti degli altri uomini svegli. In proposito citiamo una breve scena, dove il suo viso voluttuoso è l'unica cosa visibile di un'inquadrata in realtà più larga, come se sul resto fosse stato applicato un mascherino; possibile censura, dietro ci saranno stati gli altri personaggi, evidente riferimento alla soluzione di una concessione multipla. Nella parte finale spocchia e bramosia si fanno più forti, ma l'epilogo è dei più romantici.
Un'opera, seppur non virtuosa tecnicamente, il montaggio è infatti analitico, precorritrice, che fonde lo sci-fi più tecnico con la dolcezza di un sentimentale e lo slancio di una commedia.

sabato 9 luglio 2011

buchi, discese e pareti

Le puits et le pendule
1964

Francia

Regia: Alexandre Astruc

Soggetto: Edgar Allan Poe

Sceneggiatura: Alexandre Astruc


Esempio che dimostra la qualità delle produzioni televisive di qualche decennio fa, meritevoli non solo nel Bel Paese, ma anche in altre zone d'Europa, in questo caso parliamo di Francia, con la Radio-Télévision Française (RTF).
Le trasposizioni filmiche di Poe sono centinaia, versioni de Il pozzo e il pendolo sono nate più volte, con quella di Roger Corman (1961) a fare la parte del leone; questo mediometraggio, però, non ne esce sconfitto, e punta tutto sulla massima fedeltà. Complice d'essa è la presenza di narratore omodiegetico, il protagonista, proprio come nel racconto, e le parole sono le stesse del testo, riportate sotto forma di pensiero.
Senza scendere nel dettaglio di una trama generalmente conosciuta, notiamo come la prima parte, quella del prigioniero trasportato nell'antro di tortura, fa un uso pregevole di carrellate, proprio dove i movimenti materiali e i differenti stati emozionali sono più accentuati, mentre nella seconda, quando la vittima è segregata, Astruc si sbizzarrisce con i campi fissi, tanto a testimoniare l'immobilità, quanto la variazione di pensieri. Poi, personalmente, leghiamo il bianco e nero alle atmosfere "poeniane" maggiormente del colore e, nota curiosa, la narrazione in francese non stona, causa l'uso abbastanza intenso che l'autore di Boston faceva di quella lingua.
Musiche e canti apparentemente liturgici (di Antoine Duhamel) e suoni ben in evidenza, rimbombanti come nella mente del personaggio, fanno da cornice ad un lavoro pulito, adatto a dar l'idea del mondo dello scrittore. Il regista tornerà nuovamente su di lui con Histoires extraordinaires: La chute de la maison Usher, sempre per la TV, nel 1981.

lunedì 4 luglio 2011

la mostruosa muraglia

Spettri e fantasmi cinesi
Autori vari

Theoria


Particolare è l'approccio, nella cultura cinese, alle creature sovrannaturali, così come le loro caratteristiche. La vita di chi ha a che fare con loro è sì scossa, ma la reazione è quasi sempre pronta, molte volte si riesce a gestirli e spesso anche a dominarli, vengono resi paradossalmente quotidiani. La catalogazione di essi si perde nelle nebbie dei millenni, i dati provengono da enciclopedie, dizionari imperiali, dagli storici, dai filosofi, nonché è il vento delle religioni a proiettarli verso il futuro. Il libro, a cura di Giorgio Casacchia e Patrizia Dadò, riesce a fare un certo ordine almeno entro i ristretti termini che vuole trattare, dividendo le creature per tipo: gli yaksha, sorta di orchi, gli "esseri pelosi", simili allo Yeti, gli spettri, i genî dei monti e dei boschi, demoni generati dalla natura, e le apparizioni femminili. Molti degli autori non suoneranno nuovi a chi ha un minimo di dimestichezza con la cultura cinese; svettano Feng Meng-lung e Yuan Mei, poi c'è P'u Sung-ling, ricordato anche qui, tutti e tre vissuti fra il 1500 ed il 1700, ma ve ne sono anche di più antichi e più recenti.
I racconti sono più che altro degli aneddoti, molto molto brevi, occupano spesso due o tre pagine, o anche meno, e vanno subito al dunque.
Nella prima tranche gli Yaksha vengono scacciati dall'uomo, bastonati, ma in Messer Chang, di Ch'ang-an l'essere ha una accezione positiva e riesce a far catturare dei briganti assassini.
Fra gli essere pelosi, invece, i "buoni" sono nella metà degli scritti, e presenziano in La donna pelosa, L'uomo peloso e L'essere peloso di Kuan-tang usa l'uomo come esca; nel primo l'amore trionfa anche fra "diversi", negli altri due le entità aiutano gli umani.
Più lunga e complessa la sezione sugli spettri e bellissimi sono due racconti: L'antro degli spettri e Storia di tre spiriti maligni di Lo-yang. L'impiccagione dello spettro è molto vicino a certe leggende a noi più chiare, con la creatura che non trova pace e ripete un gesto terreno. Fra gli altri riescono ad essere protagonisti anche latrine, e in uno un fantasma viene curato da un medico, evidente segno di accettazione da parte dell'uomo, senza isterismi di sorta.
I demoni della quarta sezione portano siccità e malattie, ma sanno anche scrivere e deliziarsi con la musica, altresì essere sensuali.
Nell'ultimo raggruppamento ci sono le donne, donne che nello stato di trapassate riescono ad imporsi, cosa che non riusciva in vita causa status inferiore imposto dalla società. Si vendicano e seducono (nell'egregio Lady Ventidue), assumono la tipica sembianza, nell'ambito cinese, di volpe e perpetrano violenza. Solo in un racconto, Il fantasma fritto nell'olio, l'entità femminile viene sottomessa ed eliminata.
Volume ottimo, con storie difficilmente reperibili altrove e buono per farsi un'idea su quel tipo di leggende. Appartiene alla collana di Theoria Biblioteca di letteratura fantastica, e con un po' di attenzione è reperibile in librerie fornite di testi non più ristampati, bancarelle e similari.

venerdì 1 luglio 2011

inserto

i
2007

Regno Unito
Regia: Luke Losey

Scritto:
Luke Losey

Occhio sulle espressioni propone un corto dove è protagonista un occhio umano, attore unico.
Completa dedizione al dettaglio, luci, rumori fuori campo e... basta, tutto qui, e ne è venuto fuori un thriller altamente emotivo. Ci ha messo del suo anche la pupilla e il naturale sistema neurovegetativo, tocco di autentica naturalezza in fiction.
Un omaggio all'organo tanto considerato da cineasti di ogni sorta, specchio dell'anima e rappresentante d'emozioni.

domenica 26 giugno 2011

fascino dall'aldilà

倩女幽魂 (Ching nu yu hun) 
1960

Hong Kong

Regia: Han Hsiang Li
Scritto: Songling Pu, Yue-Ting Wang

Il cinema di Hong Kong andrebbe riscoperto soltanto per il suo animo eclettico, ha saputo infatti fondere diversi generi con grande maestria: horror con forti elementi d'azione, wuxiapan con tratti macabri ed altro. Ching nu yu hun è un mix di fantastico, sentimentale ed orrore, con una storia di Songling Pu ripresa poi anche nel più celebre e recente Storia di fantasmi cinesi, primo di una trilogia di cui probabilmente parleremo anche in futuro.
Soave, con il suo incedere lento che però non annoia, merito anche della viva fotografica che trasporta lo spettatore in un ambiente etereo e fiabesco. Questo, che varia di scelta cromatica secondo tensione e calore del momento, è palesemente "cartonato", ma ciò non influisce affatto sulla resa. Parrà un accostamento anomalo, ma a tratti sembra di vedere comunanze con i lavori più noti del maestro Mario Bava.
I costumi ed il trucco dal sapore tradizionale ornano i frequenti primi piani, mezze figure, mezzi busti e, tecnica non sempre sfrutatta a dovere, piani americani, in questo caso fondamentali per l'ammirazione delle vesti. Alle seguenti maestrie aggiungiamo anche la professionale gestione delle carrellate; niente zoom esagerato tipico del periodo!
La storia parla di spettri capaci di amare esseri umani e demoni che invece fanno loro del male, con eroi pronti a risolvere le brutte situazioni.
Prodotto dallo Studio Shaw, che con i suoi film di kung fu e wuxia, è diventato il simbolo del cinema hongkonghese.
Conosciuto con il titolo internazionale di The Enchanting Shadow e, nonostante la lingua principale di Hong Kong sia il cantonese, l'audio è in mandarino.

martedì 21 giugno 2011

Rapporto Confidenziale - giugno 2011


Nuova uscita di Rapporto Confidenziale, rivista di cultura cinematografica di cui si è parlato post addietro. Chi scrive è presente con una recensione di Dyal Dog: Dead of Night, il deludente film ispirato al personaggio Sclavi.

Buona lettura.

domenica 19 giugno 2011

letture fra sonno e veglia

Prezít Svuj Zivot (Teorie a Praxe)
2010
Repubblica Ceca, Slovacchia, Giappone
Regia: Jan Švankmajer
Scritto: Jan Švankmajer

Ultima prova del maestro, presentata da egli stesso a Venezia 67, in anteprima mondiale.
Come da opera venuta fuori da un rappresentante della corrente surrealista conviene, è una rappresentazione dell'unicità tra sogno e realtà, saldamente legati e comunicanti, con il protagonista che vive una relazione indotta dal sonno ma coincidente con la materialità. Švankmajer si ripropone nuovamente, dopo Sílení, in un prologo metacinematografico in cui illustra ciò che andremo a vedere, compresa la tecnica d'animazione utilizzata, e lo fa ironizzando, nonché spiazzando lo spettatore, che non avrà modo, se giustamente posto, di catalogare il film sotto una tematica. Jan la chiama commedia psicanalitica, ma il termine nasce solamente dal fatto che vi è uno psicanalista; è tutto automatismo, inutili sono gli sforzi di esegesi. Curioso come anche nell'introduzione stessa compaiano i tratti svankmajeriani, come l'infanzia, e elementi della pellicola, vedi l'impossibilità dei sogni di essere capitalizzati.
La citata tecnica è il "cutout", collage di foto poi animato a passo uno, una sorta di richiamo alla tradizione da parte dell'artista, forse ancora più libertina rispetto agli effetti delle precedenti produzioni. Ne è venuto fuori qualcosa di preciso, cosa essenziale per descrivere il perenne processo di inconscio/realtà.
Di gran stimolo continuano ad essere gli oggetti, sempre carichi delle emozioni vissute precedentemente, utili e cruciali nell'avanzamento dei protagonisti. Stessa cosa per i suoni, e vitale la comunicazione tattile, le composizioni delle superfici spadroneggiano e sono percepibilissime anche senza avere la possibilità reale di usufruirne.
Esempio di rappresentazioni: angurie, simbolo della rivelazione, del lasciarsi andare; uova, strumento di collegamento della coincidenza del sogno con la realtà. E ricordiamo anche che, come diceva Georg Christoph Lichtenberg, solo l'unione di questi ultimi due elementi può creare la pienezza della vita umana.

Moviement Magazine
Jan Švankmajer

Autori vari
Gemma Lanzo Editore

Si vuole ricordare che è disponibile da qualche mese questa pubblicazione, quasi l'unica in lingua italiana dedicata al maestro e di gran rilievo per i contenuti. Oltre al saggio di apertura del sottoscritto vi sono dei testi di sommo interesse: l'essenziale articolo di David Sorfa (L'oggetto del film in Jan Švankmajer), utile per scoprire gli stilemi del mondo di Jan, quello di Timothy R. White e J. Emmett Winn, Il domani potrebbe salvarti. Jan Švankmajer e le storie di Edgar Allan Poe, che si focalizza sulle produzioni ispirate allo scrittore di Boston, ma spiegate meglio grazie ad un affondo nelle realtà storico culturale del tempo, Michael O'Pray con la ricorrenza di Rodolfo II e Arcimboldo (Jan Švankmajer e l'effetto Arcimboldo) e una dotta "lezione" di Adrian Martin, assimilabile avendo alcune delle pellicole materialmente davanti. Poi c'è l'introspettiva analisi di Prezít... a firma di Michele Faggi (Discesa all'inferno e resurrezione. Lo spazio tra sonno e veglia in Surviving Life, Theory and Practice) ed un gran finale: l'intervista dell'artista da parte di Peter Hames e il suo decologo, in esclusiva per il libro/rivista!

lunedì 30 maggio 2011

in maschera e non

Skizofrén
2010
Ungheria
Regia: Tamás Sáros
Scritto:
József Gallai, Tamás Sáros

Un breve esempio di come le nuove tecniche cinematografiche possano essere utili a descriverci determinati aspetti della trama, quelli più inconsci: transizioni "a lampo", accelerazioni e definizione digitale dei dettagli rendono l'idea di ciò che costruisce una mente come quella del soggetto del cortometraggio qui in esame. Purtroppo l'abuso è dietro l'angolo, siamo ormai abituati a vedere tali applicazioni, prevedibilmente l'originalità viene meno. Visione utile a chi vuole cimentarsi nel produrre lavori simili o a chi vuole imparare per completezza personale, ma se si è alla ricerca di qualcosa veramente d'effetto è bene cercare altrove.

venerdì 27 maggio 2011

rituali balinesi

Leák
1981

Indonesia
Regia: H. Tjut Djalil

Soggetto: Putra Mada
Sceneggiatura: Jimmy Atmaja


Per la fortuna di chi è alla ricerca dell'insolito, la produzione cinematografica non è emersa solo da Stati Uniti, Italia o soliti altri Paesi, ci sono altre zone del mondo che hanno fornito un valente contributo alla causa. Una nazione popolosa e ricca di tradizione come l'Indonesia non poteva esimersi, e la pellicola in questione tratta proprio di leggende del posto, precisamente dell'isola di Bali. Si tratta il "Leyak", figura mitologica composta da una testa fluttuante con organi vari pendenti, in costante ricerca di donne incinte cui rubare il bambino o il sangue di esso. Il film, tratto dal romanzo Leák Ngakak di tal Putra Mada, rende bene l'idea della cosa, grazie anche all'aroma esotico che si respira, ma la realizzazione globale è appena sufficiente, rientrante, secondo alcuni, nell'insieme del cosiddetto trash, indicazione poco precisa che qui sarà sempre osteggiata. L'insolito impianto può far apparire a noi occidentali ridicole alcune sequenze, e gli effetti ci mettono del loro, arrangiati alla meno peggio, però non distantissimi da quelli buffi presenti in centinaia di lavori dello stesso periodo, italiani compresi. Se la cavano, invece, il reparto make up e la fotografia, esperienza tecnica ve n'è, lo spazio nei campi è curato, e l'effetto migliore proviene dalle scene al buio.
Sopra le righe la maggior parte delle interpretazioni, la cosa è però lecita visto che si parla di allucinati riti di magia nera, dove l'invasamento è all'ordine del giorno.
La volontà di non rovinare la sorpresa ci porta a non svelare dettagli interessanti, che fanno l'opera almeno varia e non di certo noiosa.
Conosciuto anche con il titolo internazionale di Mystics in Bali.

domenica 22 maggio 2011

un opuscolo che scivola sotto una porta

Racconti agghiaccianti 
Gustav Meyrink
Newton Compton Editori


Non è un mistero che qui ci dilettiamo a scavare nei meandri di vecchie pubblicazioni, riproponendole, per volontà di non perdere pietre miliari letterarie o semplicemente cose di nostro gusto, purtroppo non più ristampate. Che miniera erano i tascabili Newton da cento pagine, meriterebbero uno speciale tutto loro!
Ora parliamo di Meyrink, nativo austriaco però influenzato dalla permanenza praghese, conosciuto ai più come autore de Il Golem, ma creatore di romanzi altrettanto validi, nonché di racconti brevi sicuramente da prendere in considerazione. In questo volumetto ne troviamo pregevoli esempi.
Difficile sceglierne un preferito, ma la laida atmosfera de Il gabinetto delle figure di cera o la visionarietà della festa di Danza macabra rimangono bene impresse. Il primo tra l'altro ricorda, per certi versi, il suo quasi omonimo cinematografico, Il gabinetto del dottor Caligari, mentre, inaspettatamente, non c'entra nulla con l'opera di Paul Leni dallo stesso titolo, scritta dal grande Henrik Galeen. Non da meno è il claustrofobico scantinato di Le piante orribili, storia onirica e allucinante, così come L'urna di S. Gingolph, più propriamente d'orrore, dagli echi simili a quelli dei colleghi di Gustav più incentrati sulla narrativa di genere. Ma Meyrink era valente anche nella satira, con l'esercito che ne rimaneva spesso vittima: è il caso di I cervelli e Castroglobina, probabilmente "utili" ancora oggi... Nuovamente toni grotteschi con Il segreto del Castello di Hathaway, e un finale che vale l'intera lettura; forse il maggior esempio del volume su come poter coniugare linee tetre e risvolti umoristici.
La maschera di gesso, Il Bramino, L'anello di Saturno contengono tutti vicende legate a congregazioni, evidente specchio di esperienze dello scrittore in campo esoterico. Spaventoso e sentenzioso il primo, riflessivo il secondo e magicamente potente il terzo.
Vista la reperibilità del libretto, se ne consiglia la lettura come assaggio delle grandi doti dell'autore, del suo particolare stile, magari senza farsi influenzare totalmente dal titolo un po' fuorviante; come detto, si spazia molto rispetto a canonico orrore.

martedì 17 maggio 2011

non solo kiwi

Larger Than Life
1998
Nuova Zelanda

Regia: Ellory Elkayem

Scritto: Ellory Elkayem


Prodotto che fa rivivere le emozioni degli eco-venegance anni Cinquanta, dichiaratamente ispirato a titoli come Tarantola, Radiazioni B X: distruzione uomo e Assalto alla terra.
Una bella fotografia in bianco e nero ci parla dei classici ragni contaminati e divenuti giganti, con uno stile essenziale e pulito, con il pregio di effetti speciali di tutto rispetto, che richiamano quelli dei film a cui si rifanno. Prove attoriali marcate e un filo sopra le righe, che coadiuvate da musichette utili allo scopo (sempre di stampo Sci-Fi fifties) e comportamenti degli aracnidi volutamente esagerati e inverosimili danno quel tocco cartoonesco che personalizza la pellicola su uno stile farsesco.
Presentata ad un festival nel Colorado, viene notata dai produttori Dean Devlin e Roland Emmerich, e da lì nascerà la volontà di produrre il successivo e fracassone, di uno stile che noi apprezziamo molto meno, Arac attack - Mostri a otto zampe.
Nota: la carriera registica di è Elkayem quasi totalmente votata al fanta-horror.

sabato 14 maggio 2011

i mozzztri

Maledette zanzare
Simone Corà
Edizioni XII

Zanzare. Quanti hanno provato il fastidio della loro presenza, incombente in larghi ambienti esterni o fin dentro l'intimità del proprio letto. Ma qui si parla di una forma ben superiore a quella che conosciamo, al di sopra del semplice fastidio di una puntura e del prurito...
Simone Corà, vecchia conoscenza del sottobosco letterario italiano, quello dove la passione supera nettamente la volontà di lucro, è al suo primo romanzo, anticipato da racconti apparsi un po' ovunque e collaborazioni all'interno di situazioni più stabili, come la casa editrice XII, esaminata spesso su questi lidi.
Il libro è una miscela esplosiva, colma di pura azione, di estremo splatter e di impronte pulp, linguaggio in primis. Il ritmo tiene per l'intera lunghezza del tomo, questo è il pregio più grande, nonostante la storia sia dislocata su più storie parallele, comunque sempre legate da un filo conduttore. I personaggi sono ben resi, qualcuno volutamente più stereotipato, per proporre al lettore qualcosa di empaticamente fruibile, che vada subito a posizionarsi nella lista delle sue simpatie; altri decisamente inediti, con sfaccettature psicologiche ben delineate. Andando avanti con i pregi segnaliamo un altro asso nella manica del Corà: il fattore sorpresa. Diverse volte accade qualcosa di inaspettato, non prevedibile come certi tipi di storie ci hanno insegnato, e senza alcun timore vengono tranciate ragnatele emotive tessute nella testa e nel cuore del lettore.
A beneficiare di tutto questo possono essere i fan dell'horror puro, così come quelli della fantascienza o del fantastico, della narrativa d'avventura o del succitato pulp, troviamo infatti similitudini con i lavori di Joe R. Lansdale, essenzialmente quelli d'orrore e brevi, e con il cinema di Robert Rodriguez, anche per via della presenza di una spessa vena comica, utile deliziare i cultori del grottesco e ad alleggerire situazioni truci. A contrapposizione di quest'ultima caratteristica però c'è da segnalare anche una non indifferente base più profonda, una buona idea, che riesce anche a dividere spazio con leggeri sentimentalismi. Di rilievo anche la connotazione provinciale e agreste, rivoluzionario è lo scenario veneto, con proposta di ambienti reali.
Difetti? Problemi? La parte finale si fa un filo più ostica, al lettore è richiesta maggiore attenzione per seguire gli eventi, come se delle ellissi temporali lo smarriscano. A tratti pare anche che ci sia stata volontà di chiudere più di fretta determinate situazioni.
Tecnicamente siam ben messi, con buon uso della punteggiata, anche molto personale.
Se questo è l'underground italiano, speriamo che salga sempre più alla ribalta...
L'opera è disponibile in formato eBook, acquistabile su più piattaforme e leggibile con software free. Noi abbiamo usato Adobe Digital Editions, stampandolo anche comodamente su carta.
http://eshop.xii-online.com/store/information.php?info_id=28
Booktrailer

sabato 7 maggio 2011

primordi

突貫小僧 (Tokkan kozô)
(Bambino che non si ferma mai)
1929

Giappone

Regia: Yasujirô Ozu

Soggetto: O. Henry,
Chuji Nozu
Sceneggiatura: Tadao Ikeda


Una delle prime pellicole, che iniziarono a sbocciare nel 1927, del maestro del realismo Yasujirô Ozu. Pervenuta a noi incompleta, ne rimangono solo 14 minuti, pochi per un parere di un certo spessore, ma sufficienti per capirne bene o male i meccanismi.
Un duo di rapitori di bambini tenta l'ennesimo colpo, ma la fortuna non li assiste, incapperanno infatti un soggetto pestifero che li farà impazzire.
Decisamente più leggero rispetto alla profondità di opere immense come Viaggio a Tokyo o Il gusto del sakè, ma già chiaro nel voler rappresentare lo spirito del regista. Evidente l'ispirazione dal cinema occidentale in voga a quel tempo, precisamente quello comico con esponenti quali ad esempio André Deed per l'Europa o Buster Keaton per gli Stati Uniti; parliamo quindi dello "spalstick". Da ricordare che il soggetto si ispira ad un'opera dell'americano O. Henry. Divertimento però, come detto, condito dal voler rappresentare una realtà credibile, gag a parte, come quella della vita quotidiana dei bambini o di persone adulte.
Fotografia acerba, sotto l'occhio di Hiroshi Nomura, senza ancora i tocchi stilistici che hanno caratterizzato la carriera di Ozu, esempio le mezze figure frontali. Montaggio analitico completamente asservito al realismo.
Qualche anno più tardi sfornerà un altro film in cui sono protagonisti dei bambini, tra l'altro utilizzando lo stesso attore qui protagonista, Tomio Aoki: Sono nato, ma..., ennesimo suo capolavoro.

martedì 3 maggio 2011

farsi sparare divertendosi

SPARATE SUL REGISTA!
Personaggi e storie del cinema di exploitation
Alberto Farina

Editrice il Castoro


La scarsa reperibilità di pellicole basate su genuina exploitation in Italia equivale a quella del cartaceo che descrive lo stesso genere. Nel 1997 però Alberto Farina provò, con ottimi risultati, a dare il suo contributo per colmare degnamente la lacuna; mai nome più adatto per un'infarinatura, ed anche più, su quell'affascinante mondo sotterraneo. La sua pubblicazione ci parla di esso, ma "full optional", narrandoci anche della vita fuori dal set di chi ne ha fatto parte, spesso fuori dalle righe quasi quanto un loro film. L'approccio è appassionato, realista nell'individuare in quel cinema diverse idee che saranno poi sfruttare da chi può far leva su ingenti risorse economiche, ma anche obiettivo nel definirne i limiti, senza i sensazionalismi forzati di diverse riscoperte di generi un tempo denigrati.
Dopo una breve introduzione, nientepopodimeno che di John Landis ed un convinto intervento di Samuel L. Broncowitz si entra nello show, e il Caronte è uno degli esponenti più noti del genere: Edward D. Wood. Tra tutti i profili tracciati da Farina è probabilmente quello più amaro, dove gli aneddoti divertenti passano in secondo piano rispetto alla sciaguratezza di alcune situazioni; comunque viene fatta buona luce sul fenomeno Wood, spesso liquidato malamente da chi parla per sentito dire e per frasi fatte. Corposi e profondi sono anche gli articoli sugli "indispensabili" Russ Meyer e le sue sinuosità femminili, Herschell Gordon Lewis e il culto del gore, Ray Dennis Steckler e l'arte di arrangiarsi, l'estroverso Ted V. Mikels, John Waters, Andy Milligan ed altri, con sortita speciale per il guru dell'ambiente Jesús Franco.
Rilievo anche al lato produttivo, con Roger Corman e le sue factory, e, nella parte finale dedicata al periodo dagli Ottanta in poi, anche sulla Troma. Evidente quindi anche un'incursione su un periodo più recente, dove l'exploitation per com'è maggiormente conosciuta aveva quasi smesso di esistere.
Occhio anche su particolari situazioni, come il parallelismo fra il mondo della Lucha Libre messicana e i suoi eroi dediti al cinema, in primis El Santo, sulla saga dei pomodori assassini e, interessantissimo, sugli stratagemmi da sala cinematografica che facevano da contorno alla pellicola: gadget, effetti sonori, artifizi visivi e invenzioni di ogni genere.
Chiude un'intervista al nostro Joe D'Amato, che snocciola dettagli da far gola a qualsiasi fan del "di genere".
Il libro è ancora reperibilissimo, la scoperta d'esso è consigliata, visto che siamo ancora in un periodo dove grandi nomi, vedi Quentin Tarantino, rivelano le loro radici affondate nell'exploitation.