OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...

martedì 29 marzo 2011

il Sato fra Sci-Fi e terrore (parte 2)

海底大戦争 (Kaitei daisensô)
(I mostri della città sommersa)
1966
Giappone
Regia: Hajime Sato
Scritto: Masami Fukushima, Kohichi Ohtsu

Brusco calo con questo fanta-horror, molto povero sotto vari aspetti. Effetti insufficienti, i mostri protagonisti sono imbarazzanti, il costume che li rappresenta non dà la minima idea di verosimile, le loro azioni sono goffe e sconsiderate. Stesso dicasi per altri personaggi, delle parodie ambulanti, viziate ancor di più da una recitazione al di sotto della media e da dialoghi involontariamente comici; non si salva quasi nessuno, forse neanche il protagonista, impersonato da Sonny Chiba, ma le figure dei militari statunitensi e del dr. Moore sono le peggiori. Bruttina anche la cornice scenografica, la città sommersa è molto scarna, i restanti scenari sono pochi e ripetitivi. Oltre ai mostri succitati non fanno bella figura neanche molti degli altri effetti, in primis i frequenti spari di pistola, addirittura accompagnati dal movimento del braccio, neanche fosse una simulazione di guerra fra bambini.
Si salvano poche cose, una è certamente la sequenza dell'operazione-trasformazione delle creature, curata e con una sua originalità, un'altra è una certa filosofia di fondo presente nella trama, roba di scorie nucleari, regimi totalitari e sogni utopistici. Interessante anche l'intera atmosfera pop "sessantiana" che pervade la pellicola, almeno quella farà contenti i fan di genere.

martedì 22 marzo 2011

il Sato fra Sci-Fi e terrore (parte 1)

Kaidan semushi otoko
(
Il pozzo di Satana)
1965

Giappone

Regia: Hajime Sato
Scritto: Hajime Takaiwa

Analizziamo, in quattro parti, i lavori fantascientifici e d'orrore di Hajime Sato, regista attivo fra i Sessanta e i Settanta.
Si parte con un progetto particolare, caso molto raro, un punto d'intersezione dove il Sol Levante si incontra con il gotico occidentale. È una classica storia di magione infestata, peraltro molto simile a La casa degli invasati di Shirley Jackson, il romanzo che ha poi trovato ufficiale trasposizione cinematografica un paio d'anni più tardi. In senso di plot, a lungo andare, tira fuori diversi spunti interessanti, che si discostano dalla trama base e da una miriade di produzioni simili; presente qualche ingenuità tipica del periodo, ma che non influisce sul totale.
Il punto forte è però una curatissima fotografia (Shôei Nishikawa), un bianco e nero d'atmosfera che rende tantissimo soprattutto nelle situazioni buie. Trovate avanguardistiche quasi assenti, c'è solo un semplice estro nella scelta delle inquadrature, della loro composizione e della profondità di campo. Si segnala però la sequenza di un rigonfiamento di una porta, dettaglio che avvicina ancor di più all'opera della Jackson. Ottime e stilisticamente occidentalizzate le interpretazioni del cast nipponico, roba da equiparare ai film neri di Roger Corman o agli italiani dello stesso genere. A proposito di Italia, nella nostra versione i nomi giapponesi sono diventati anglosassoni (Hajime Sato diventato Richard Goodwin e così via), uso del tempo per avvicinare pubblico, ma a tutt'oggi una scelta che rende la cosa solo più buffa.

martedì 15 marzo 2011

velo

La femme qui se poudre
1972

Francia
Regia: Patrick Bokanowski

Avanguardia che più tale non può essere.
L'ossessione per l'incomprensione di rituali, prettamente femminili, e la visione inconscia di essi. Tutto assume una forma allucinante, il gesto quotidiano prende le sembianze di sfaldamento dell'endometrio, i tempi sono talmente non colti da divenire astratti; tutto è orrore, quello che è posto e com'è visto. La cosa si dissolverà violentemente, come la polvere sul viso di un rito estetico.
L'allucinante opera sfoggia mascherine che coprono parte del campo (per simulare il non recepire tutto), animazioni ed effetti vari.
Necessario aprire il cranio.

giovedì 10 marzo 2011

piccolo mondo

Évocation spirite
1899

Francia
Regia: Georges Méliès


È certo che ci troviamo di fronte ad una ghost story, cronologicamente ottocentesca per un pelo, ma pienamente per quanto riguarda l'atmosfera. Le apparizioni letteralmente circoscritte sono residenti da tempo nell'immaginario comune, un minimo di fantasia, o chissà cos'altro, permette a tutti di vedere del fantastico in un zona precisa del nostro mondo.
In senso di celluloide quest'opera porta un aspro esempio di "quadro-nel-quadro" non principale, elevato dai marchi di fabbrica del buon Georges: effetti di montaggio, mascherini, dissolvenze, trucchi teatrali, uniti da una forte passione per l'esoterico.
Ogni tanto è bene darsi agli antipasti, magari quando si è saturi di frutta o pasta.

lunedì 7 marzo 2011

soprassalto

Sueño profundo
1997

Argentina

Regia: Daniel de la Vega

Scritto: Daniel de la Vega, Marcelo Escobar


Buona prova tecnica, soprattutto come esempi di inquadrature e montaggio, votati alla frenesia, ma non pregiudicanti del ritmo narrativo; ben resa la sensazione di risveglio improvviso. Molto "nineties" come realizzazione, e adatto per essere proposto in festival a tema.
Deboluccio in quanto a plot, poco originale, ma l'impostazione non necessitava cura sotto questo aspetto.

mercoledì 2 marzo 2011

immobilità

Un couple d'artistes
1970
Francia
Regia: Bruno Gantillon

Cortometraggio di classe, prima opera di un autore che si darà quasi completamente alla televisione.
Molto delicato, tema musicale incluso, e recitato con compostezza, cosa non casuale, che unita ad un uso prevalente di camera fissa pone un'idea scenica di quella che poi è la trama, epilogo compreso; un suggerimento visivo, una metafora del tema. I tasselli narrativi strizzano l'occhio a diversi topoi, ed una scena ricorda qualcosa di Rosemary's Baby.
Colori vivi e linea generale tutta francese.

flautato

Aria del meriggio
2011
Italia
Regia: Michele Sollazzo

Inizio aulico per questo giovane autore che si cimenta in una poesia in immagini dal sapore agreste.
Le lunghe panoramiche ci proiettano verso simbolismi di vita ed ingressi in essa, appaiati a pochissimi elementi più chiaramente tali, che amplificano ancora di più l'idea.
Pertinente l'accompagnamento musicale, così come l'impostazione cromatica. Scelte di montaggio acerbe ma promettenti, a parer nostro da unire ad una vibrazione minore dei piani, cosa maggiormente utile nel caso si voglia dare una visione più soave rispetto ad una più materialista.
Esiste anche una versione in bianco e nero, leggermente diversa anche dal punto di vista emotivo.

lunedì 28 febbraio 2011

bambina

Ursula
1961
Stati Uniti d'America
Regia: Lloyd Michael Williams
Soggetto: Charles Beaumont

Da non perdere assolutamente questa perla short del misconosciuto Williams, regista di pellicole sperimentali a cavallo fra i Sessanta e i Settanta. Una fiaba nera, un tetro libro animato. In ambito fotografico molto vicino alle cronologicamente successive atmosfere baviane, specialmente quelle di Operazione Paura e I tre volti della paura: colori intensi, luci artificiose ed espressivi chiaroscuri. A tutto questo si unisce inventiva nell'uso delle sovraimpressioni e gran cura nella composizione dell'immagine. Recitazione cadenzata, suoni sussurrati e musiche per violino calate in perfetta dimensione gotica. Scritto dal Beaumont scrittore di diversi episodi de Ai confini della realtà. Senza remore diciamo che può rivaleggiare con opere ben più note, siamo nel campo dei voti in pagella vicini al 10...

sabato 12 febbraio 2011

Graham On Drugs

Dr. Jekyll and Mr. Hyde
1912

Stati Uniti d'America

Regia: Lucius Henderson

Soggetto: Robert Louis Stevenson

Sceneggiatura: Thomas Russell Sullivan

Secondo stime ufficiali ci troviamo davanti al quarto titolo cinematografico, in ordine di tempo, ispirato alla famoso romanzo di Stevenson. Qualitativamente siamo vicini al Frankenstein recensito in questa sede, soprattutto dal punto di vista della fotografia: camera fissa, campi stretti, che non beneficiano di visione grandangolare, e poco profondi. Il momento della trasformazione Jekyll/Hyde/Jekyll è istantaneo, un passaggio immediato, più vicino alle arti magiche che alla scienza. Realizzato con una convincente sovrapposizione, rende bene quell'atmosfera da gioco di prestigio che permeava le pellicole del tempo; era forte la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di esoterico e poco materialista.
Il tempo non ha scalfito il potente messaggio contenuto: l'io malvagio si manifesta incontrollato, fine scientifico o meno, l'inconscio umano non si doma. Di fronte all'apparire del "cattivo" gli altri inorridiscono, non accettano, vogliono estirpare. Se le intenzioni iniziali del dottore erano nobili, non da meno è la scelta finale, un sacrificio atto a salvare il prossimo da una minaccia. Cosa però provvisoria, ognuno dovrà continuare ad avere a che fare con la propria metà oscura.

sabato 5 febbraio 2011

fulmine a ciel sereno

Pavor Nocturnus
2010
Germania

Regia: Maximilian Geiß
Soggetto: Maximilian Geiß
Sceneggiatura: Maximilian Geiß


Omaggio o parodia al cinema del terrore odierno, con affondo tattico alla celeberrima fragilità umana, alla malleabilità dell'individuo. Lecito domandarsi se il tema della pellicola è tutto basato su un "bus" di "tourneuriana" (da Jacques Tourneur) memoria: un pavor nocturnos può essere considerato un evento destabilizzante solamente per pochi momenti? Una quotidianità sì particolare, ma nella norma come il celebre rumore del mezzo de Il bacio della pantera? La risposta più precisa potrebbero darla i bambini, ma... non ricordano.

domenica 30 gennaio 2011

cupidigia

雨月物語 (Ugetsu monogatari)
(I racconti della luna pallida d'agosto)
1953
Giappone
Regia: Kenji Mizoguchi
Soggetto: Akinari Ueda
Sceneggiatura: Kyûchi Tsuji, Matsutarō Kawaguchi, Yoshikata Yoda

Provincia di Omi, nei pressi del lago Biwa, XVI secolo: gente di campagna impegnata in mansioni quotidiane, dedita ad umili lavori, ma con il perenne timore delle ripercussioni degli eserciti impegnati nella guerra civile. Genjurô e To^bei vivono degnamente con le rispettive mogli, ma non sono soddisfatti, cercano qualcosa in più: il primo, goffo e irresponsabile, vuole diventare samurai, il secondo arricchirsi, amplificare il suo lavoro all'eccesso. Come i racconti originali di Akinari Ueda ci insegnano, finiranno nei guai, specialmente Genjurô, risucchiato da spirali sovrannaturali, affascinanti quanto temibili.
Leone d'Argento al festival di Venezia del 1953, più altre vittorie e nomination, perla della produzione di Mizoguchi. Atmosfera artisticamente soffusa, naturale, che entra man mano nella dimensione onirica e spirituale, la terra lascia il posto all'anima. Ponte di questo passaggio è una fantastica sequenza in barca sul lago, proprio come un eco a Caronte, dove la percezione di realismo si offusca, tra fumi, campi medi e figure intere. Dimunuisce anche l'intendimento dello spazio, il lavoro fotografico di Kazuo Miyagawa è magistrale. La seconda parte, con la bellissima ed eterea Lady Wakasa, interpretata da Machiko Kyō, ricorda la storia La riconciliazione di Lafcadio Hearn, proposta in modo simile nel sublime Kwaidan, una decina d'anni più tardi.
Tadaoto Kainosho e Shima Yoshizane hanno il merito dei magnifici costumi, valorizzati ancora di più dal bianco e nero della pellicola, e vestiti con classe innata sia dalla popolana moglie di Genjurô, che dall'aristocratica Lady Wakasa.
Fondamentali anche i suoni appena percettibili, le musiche tradizionali e i lungi silenzi, contorno quasi obbligato per un film così meditativo.

giovedì 13 gennaio 2011

pioggia e sorrisi

狂った一頁 (Kurutta ippêji)
1926
Giappone
Regia: Teinosuke Kinugasa
Soggetto:Yasunari Kawabata
Sceneggiatura: Yasunari Kawabata, Teinosuke Kinugasa, Minoru Inuzuka

Pellicola indispensabile se si vuole avere un quadro sufficiente delle avanguardie cinematografiche diffuse per il mondo, e questa vale in rappresentanza della terra nipponica. Figlia del movimento Shinkankakuha, tradotto come neopercezionismo o neosenzazionalismo, fra le cui schiere era presente Yasunari Kawabata, il noto premio Nobel per la letteratura, soggettista e sceneggiatore dell'opera insieme a Kinugasa stesso e Minoru Inuzuka.
Purtroppo possiamo bearci soltanto di un'ora di film, frutto di un rimontaggio avvenuto dopo un fortunoso ritrovamento nel 1971, e probabilmente parte della comprensibilità è venuta meno. Non è però solo questo a rendere ostica l'assimilazione, ci troviamo di fronte al caso di un film senza didascalie (ispirazione in tal senso possibile da L'ultima risata di Murnau, apprezzato dal regista), al tempo sopperite dall'interpretazione di un benshi, un narratore presente in carne ed ossa. L'impedimento può però trasformarsi in modalità di lettura, creando una sorta di empatia visiva, una trasmissione del senso puramente emozionale, non narrativa, che si confà al volere emotivo dello Shinkankakuha; d'altronde la natura tecnica del film si presta a questa alternativa estrema, essendo un vortice virtuoso, fatto di distorsioni, montaggio accelerato, campi particolari, montaggio alternato e soprattutto sovrimpressioni, tutto utile a creare un'atmosfera onirica, mnemonica e dell'immaginazione. Si è usata gran parte delle tecniche disponibili al tempo, viste anche in film francesi arrivati sul posto, cosa non consolidata nel Giappone di allora, più avvezzo a stilemi realisti. Curiosa la somiglianza anche con le favolose tecniche del cinema sovietico, che Kinugasa avrebbe conosciuto, apprezzando tanto alcuni autori, dopo l'ultimazione di Kurutta... Menzione anche per i titoli iniziali, poeticamente sublimi.
È però con un apporto narrativo che l'opera dà il meglio, tale da aiutarci a capire tratti sfuggenti della storia. Questa descrive la vita in un ospedale psichiatrico, con protagonisti il custode e sua moglie, rinchiusa nella struttura a causa di una passata azione sconsiderata. Personaggi salienti sono anche la figlia della coppia ed il suo compagno, e non meno lo sono gli altri ricoverati, in particolare la vicina di cella della donna, che esternerà le sue emozioni ballando freneticamente per quasi tutta la durata. Sarà proprio lei a dare il via alla sequenza principe, dove i folli si ribelleranno e leggeranno il mondo attraverso il suo corpo. Sottofondo sarà un'ossessiva e martellante musica, allo stesso modo presente nel resto del lavoro, utilizzata più recentemente e in vece dell'accompagnamento originale. Magnifico il finale, dove il protagonista donerà a se stesso, alla sua donna e ai pazienti delle maschere da teatro , tutte sorridenti, che libereranno ognuno facendo da scudo alla cattiva realtà, per esorcizzarla e far finalmente venir fuori la serenità.
In Italia è noto come Una pagina di follia.

giovedì 6 gennaio 2011

cartoline da Albione

Sguardo su altre pellicole dell'inglese Jason Impey, filmaker indipendente già trattato precedentemente qui. Sono tutti lungometraggi di durata canonica, compresa l'ultima fatica di recentissima uscita.

Sick Bastard
2006

Regno Unito

Regia: Jason Impey

Scritto: Jason Impey


Acerbo e "vecchio" film, di quando Impey ancora non si avvaleva dei suoi più fidati collaboratori. Ci ha colpito non per la trama, un po' scontata, ma per una buona messa in scena, con inquadrature (Natalie Pledger e Jason sono i camera operators) ricercate e ben amalgamate, grazie ad un montaggio di tutto rispetto. Azzeccato anche l'uso del ralenti.
Il plot parla di un maniaco, con tanto di trauma infantile, evaso dalla struttura di detenzione, e dedito a falciare brutalmente chiunque trovi sulla sua strada. Evidente l'ispirazione dal primo capitolo di Violent Shit di Andreas Schnass, soprattutto per quanto riguarda la modalità di esecuzione degli omicidi. Fumettoso l'uso di effetti sonori sopra le righe.

Troubled
2007

Regno Unito

Regia: Jason Impey

Scritto: Jason Impey


Oniricamente complesso, anomalo rispetto al resto della filmografia di Impey. Bisogna dire che la realizzazione era di estrema difficoltà, ma ne è venuto fuori qualcosa di sufficiente per quanto riguarda l'amatoriale. I protagonisti, Nick Stoppani e Julie Gilmour, fanno del loro meglio per tratteggiare dei personaggi affetti da problemi, dalle vite particolari e ricche di sfaccettature. Nonostante la tristezza del tema permane una certa delicatezza di fondo, che trasmette un senso di comprensione per delle vite tutt'altro che serene.
Forse c'è qualche sequenza eccessivamente tirata per le lunghe, ma è pur vero che la trama prevedeva dilatate ossessioni.
Un messaggio ad inizio pellicola avverte lo spettatore che sono state seguite alcune regole del Dogma 95, ed effettivamente , nonostante alcune trasgressioni comunque accertate anche nei film mainstream della succitata corrente, non vi sono eccessi scenici.

Psychopaths
2010

Regno Unito

Regia: Jason Impey
Scritto: Joe Newton


Psychopaths è una riedizione del precedente Tortured AKA Sex Slave, con ampliamento di trama. Un exploitation di scia tarantiniana, duro e violento, che non lesina neanche in nudità e sesso estremo (plauso in merito a Michele Young). Presenti anche gli espedienti retro di pellicola rovinata e parti mancanti. Forte accento sulle presenze femminili, come un certo "grindhouse style" insegna...
Riproposto anche il fantastico score musicale di Greg Stanina.

The Turning
2010

Regno Unito

Regia: Jason Impey

Scritto: Jason Impey


È l'ultima produzione, un drammatico horror con echi di altri generi. Regia di Jason, produzione di Kemal Yildirim, il sodalizio continua e qui si spartiscono anche la torta della fotografia e della presenza in scena. Molto frenetico, ricco di sequenze di pura action, alternate alle firme "jasoniane": dialoghi dilatati e curati e lunghe sequenze in auto. Potenti le interpretazioni di Rami Hilmi e Yildirim, che curano anche le coreografie degli scontri fisici, e buono il contributo di Lianne Robertson, che mantiene una resa tragica per tutta la durata.
Il film decreta una evoluzione nel campo degli effetti speciali, ad opera di Jenny Buckland e Becky Stone, più professionali rispetto al passato. Ad amplificare l'impostazione action spadroneggia la camera a mano, una scelta coraggiosa che però potrebbe infastidire i cultori di campi più meditativi. A proposito di stili di ripresa segnaliamo anche un discreta carrellata a precedere, un lungo piano sequenza per le via di una città.
Sorpresa finale citazionista!

lunedì 3 gennaio 2011

Charles McCrann

Bloodeaters
(Il ritorno degli zombi)
1980
Stati Uniti d'America
Regia: Charles McCrann
Scritto: Charles McCrann

Altro estratto dal largo panorama dell'exploitation, di quella sfornata appena entrati nel decennio Ottanta.
McCrann, al timone della sua unica opera, ne cura, oltre a regia e scrittura, anche montaggio e produzione, in più impersona il protagonista.
La trama pare ricalcare quella branca del genere pervasa da uno spirito reazionario, con gli hippie visti come un estremo male, dediti a cattiverie e malefatte di ogni tipo. Però non è tutto, c'è anche spazio per critiche al sistema, alla direzione di Washington disinteressata alle zone più remote degli States, a soggetti federali arroganti ed incompetenti, che non si fanno alcun problema ad adottare soluzioni estreme irte di conseguenze negative. Proprio queste particolarità rendono la pellicola diversa da quelle del filone di su, maggiormente diffuse nei seventies.
Si parla di un gruppo di "giovinastri" coltivatori abusivi di marijuana, e della scelta governativa di risolvere il problema irrorando il luogo con una poco sperimentata sostanza chimica atta a distruggere il raccolto; chiunque si trovi a diretto contatto con essa subirà una mutazione simile alla "zombizzazione", ma è più giusto definirla un contagio, visto che le persone paiono non passare per lo stadio di cadavere.
Fra una evidente approssimazione generale scorrono anche diverse strizzate d'occhio ad altre opere: agli assedi claustrofobici degli zombi romeriani, al personaggio dell'eremita de La moglie di Frankenstein, fino alle situazioni da film con "hillbilly" o à la Un tranquillo week-end di paura.
Gli attori, quasi tutti alla loro unica presenza sulle scene, si aggirano per ambienti boschivi e strutture minimali inneggianti al risparmio, arrangiandosi nell'interpretazione. In più l'illuminazione scarseggia nelle sequenze notturne, ne consegue una interpretazione difficile di ciò che succede in scena. Non mancano ironie involontarie e dialoghi da punto interrogativo, ma siamo comunque su livelli superiori rispetto a molto altro, anche per quanto riguarda il make up e gli effetti, coadiuvati da furbe scelte di montaggio.
Gradita l'ossessiva musichetta, tipicamente "grindhouse".
La pellicola fu inserita nella controversa lista dei "video nasty", sorta di censura per l'home video presente nel Regno Unito, anche se la violenza contenuta non è di grado elevatissimo.

domenica 2 gennaio 2011

Rapporto Confidenziale


Presento Rapporto Confidenziale, curata rivista digitale di cinema, che si connota per un occhio di riguardo verso una cinematografia poco diffusa, sopita, che non beneficia di distribuzione o a cui non viene riservata grande attenzione; tutto ciò pur non disdegnando attenzione verso cult e classici di ogni epoca. Di grande interesse e molto varia la forma delle informazioni: vi si possono trovare analisi critiche, agenda di eventi (anche organizzazione di alcuni), segnalazioni di DVD e libri, interviste, news varie e tanto altro.

Esce ogni mese ed è realizzata dall'associazione culturale ARKADIN; scaricabile gratuitamente, ma il lettore può decidere per una donazione utile a coprire le spese di gestione.
Nell'ultimo numero, di dicembre/gennaio, c'è anche un mio articolo su Robert Morgan, realizzatore di cortometraggi horror di grande effetto.

giovedì 30 dicembre 2010

sinfonia nuziale

Luna di miele, luna di sangue VII
2010

Spagna

Regia: Paco Plaza
Scritto: Paco Plaza


Piccola parentesi di Plaza fra i vari [REC], un brevissimo esercizio di stile per promuovere un concorso di cortometraggi affini all'esempio.
Come condensare in un minuto circa stilemi tecnici, campo-controcampo, carrellate, mezze figure e altro, ed una trama efficace.
Non prevedibile come potrebbe apparire. Grottesco, ma patinato come le produzioni di successo.

sabato 25 dicembre 2010

insano

Ulvova mylläri
(
Il mugnaio urlante)
Arto Paasilinna

Iperborrea


Su Paasilinna si trovano notizie ovunque, è nella cerchia dei gran tradotti, le sue opere sono conosciute e consolidate. Il romanzo che trattiamo è meno noto de L'anno della lepre o Il miglior amico dell'orso, ma altrettanto apprezzato, curiosamente anche in ambienti solitamente legati a letture di tinta più nera.
Il mugnaio è Gunnar (chiamato anche Kunnari per via dell'ufficialità della lingua svedese) Huttunen, da poco trasferitosi in un piccolo centro abitato nel nord nella Lapponia, dove ha acquistato e rimesso in funzione un bel mulino, di cui va molto orgoglioso. L'urlare è invece un ululare, proprio come un lupo, cosa che gli accade durante forti stati emozionali; ad esso si aggiungono altre caratteristiche, come quello di imitare versi e movenze di vari animali. Il resto della sua persona è fatto di dolcezza, desiderio d'amore, disponibilità e laboriosità.
La parte strana di Kunnari non va giù ai benpensanti del paese; è un pazzo, è pericoloso, orrore! È un cosiddetto tipo da manicomio, luogo in cui i presunti sani vorrebbero internarlo. Fuori da essi ci sono la consulente orticola Sanelma Käyrämö e qualche altro personaggio, che mostreranno amore la prima e comprensione i secondi.
Come chiaro, ci troviamo davanti il mai troppo proposto tema della diversità, sotto forma di quei dettagli umani che danno fastidio ad una massa conforme, che vede in essi qualcosa di anormale, da combattere, mentre la lotta dovrebbe essere verso le proprie insicurezze che fanno vedere il male dove non c'è.
Oltre alla profonda analisi sociologica traspare un grande amore per gli ambienti naturali, sono meticolose le descrizioni di fauna e flora, ed è normale viaggiare fra magnifici paesaggi finlandesi.
Si viene a creare un tappeto armonioso formato dai pochi personaggi positivi e le terre, quasi fossero un tutt'uno con la natura; vedendola così gli elementi fuori posto sono invece gli intolleranti, che riescono a fare a meno degli utili servizi di Huttunen pur di perseguire il loro scopo razzista.
Interessanti anche i riferimenti storici, utili a rinfrescare o a far scoprire momenti passati di un Paese che è stato nelle mire di più di una superpotenza.
Sono in commercio copie edite da almeno due editori, la reperibilità è buonissima.

martedì 21 dicembre 2010

affiliazione

Virgin Witch
(
Messe nere per le vergini svedesi)
1972

Regno Unito

Regia: Ray Austin

Scritto: Beryl Vertue


Campo sexploitation, ogni pretesto è ottimo per mostrare generose nudità. Storia di fattucchiere e sabba, con tanto di gerarchie stregonesche e iniziazioni. Tema indubbiamente figlio del periodo, al tempo c'era gran attrattiva verso l'occulto e la sua caratterizzazione libertina. Quindi nulla di rilevante in tal senso, originalità di fondo pressoché assente e svolgersi poco ricco di climax sostanziali, per i non cultori si può parlare di incedere noioso.
È invece la realizzazione visiva a sorprendere: buon uso di zoomate, anche in seno ad espressivi primi piani e dettagli, luci e montaggio, quest'ultimo lontano dagli stilemi dell'aplomb cinematografico britannico, ma anzi veloce e ritmato. Insistenza nell'uso del quadro nel quadro, servendosi di specchi ed altre superfici riflettenti; possibile metafora dell'interiorità dei personaggi inquadrati. Insieme ad un'atmosfera squisitamente settantiana e a nudi sì ostentati ma non volgari si viene a creare una gradevole opera pop. Da rilevare anche qualche similitudine con lo stile di altri lavori di Austin, che ,ricordiamo, è la firma registica di alcuni episodi di telefilm come Magnum P.I., Love Boat, Spazio: 1999 ed altri famosi.
Ah, di svedesi non ce ne sono, di vergini ce n'è una sola...

sabato 18 dicembre 2010

mi senti?

Let's Scare Jessica to Death
(La morte corre incontro a Jessica)
1971
Stati Uniti d'America
Regia: John D. Hancock
Scritto: John D. Hancock (Ralph Rose), Lee Kalcheim (Norman Jonas), Sheridan Le Fanu (non accreditato)

Pellicola d'atmosfera , da un regista, John D. Hancock, molto attivo nel campo delle produzioni televisive. Presente la solita magione con baia e lago annessi, diffusa offerta naturale del territorio statunitense, ma anni prima dei classici slasher che sfruttavano questo ambiente. Non ci troviamo comunque di fronte ad opera appartenente a quella corrente, ma ad un horror-mystery con rilevanti connotazioni psicologiche, un buon misto di dramma umano e soprannaturale. Come parte del soggetto, non accreditato, viene indicato anche il classicissimo Carmilla di Sheridan Le Fanu, ma il collegamento è molto labile, trattasi soltanto di un piccolo riferimento.
La parte del leone spetta alla protagonista, interpretata da Zohra Lampert, partecipe anche lei di diverse TV series, ben calata nella parte di ragazza disagiata, ed è proprio il suo rapporto con le voci interne a rendere il film degno di visione. Non mancano momenti da balzo sulla sedia, così come un altro cliché, quello dei cittadini diffidenti del paese ospitante.
Le scelte tecniche non presentato virtuosismi di ripresa, ma lo stile è pulito ed efficace, lontano dai raffazzonamenti di un certo cinema di genere del periodo.
Hancock tornerà ad occuparsi di fantastico e thriller con la direzione di alcuni episodi della serie anni Ottanta de Ai confini della realtà e con un lungometraggio del 2001, Suspendend Animation.