นางนาก (Nang nak)
1999
Thailandia
Regia: Nonzee Nimibutr
Scritto: Wisit Sasanatieng
Una guerra qualsiasi del XIX secolo, non è importante sapere quale, si tratta sempre di bastardo imperialismo che manda al macero milioni e milioni di pedine, che disintegra legami, tutto per il volere di pochi. Essa però non ha potuto distruggere un qualcosa di ancora più potente: l'amore di una moglie fedele. È un sentimento talmente vigoroso da essere immortale, e se sarà destinato a spirare rimarrà comunque nell'animo di chi verrà dopo e lo farà rivivere.
Film nato dall'utero di una leggenda locale, simile a quella presentata in La riconciliazione, di Lafcadio Hearn, e poi anche nell'episodio Kurokami dello splendido Kaidan (1964), fa dell'estremo splendore degli scenari il suo punto forte. Una Thailandia, al tempo della vicenda chiamata ancora Siam, magica, dove brilla una natura incontaminata: poesia di verde e marrone, notti che brillano di un blu elettrico profondissimo.
Quasi a non voler violare questo incanto i dialoghi sono ridotti all'osso, predominati dai due protagonisti che si chiamano soltanto per nome, Nak, Mak; quando sono in ballo certe forze, è inutile "spiegarsi". Lei è Intira Jaroenpura, bellissima, dolcissima e sensualissima, lui è il bravo Winai Kraibutr.
Appuntiamoci il nome di Nonzee Nimibutr, ma anche quelli del direttore della fotografia, Nattawut Kittikhun, e dei musicisti Chatchai Pongprapaphan e Pakkawat Vaiyavit, che hanno creato una sonorità adatta, in maggior parte placida come lo scorrere di un corso d'acqua. Acqua che nel film è vita, ma anche consapevolezza, e il fuoco fine, ma anche coda che si perde nell'infinito.
occhio sulle espressioni
domenica 18 marzo 2012
il fiume dell'attesa
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Thailandia
giovedì 15 marzo 2012
entro cortina
Verso Vertov
1991
Italia
Regia: Daniele Ciprì, Franco Maresco
Scritto: Daniele Ciprì, Franco Maresco
L'immobilità della periferia siciliana si avvicina alle titaniche immensità sovietiche.
Francesco Tirone, Paolo Giordano, Marcello Miranda e Giovanni Lo Giudice alfieri e come naturali estensioni di un grigiore popolare e industriale, all'occorrenza diventano statue dall'odore di propaganda, che però assurgono ad un ruolo opposto, sminuente; presenzia il guardare all'orizzonte, ma questi è lì vicino, fra le macerie materiali e morali.
Sulle pareti i nomi dell città: Agrigento, Sciacca, Trapani, diventano novelle repubbliche dell'ex URSS.
Alle immagini veloci, quanto quelle del grande Dziga, si alterna la passività, che non è esaltazione ma rinuncia, e a nulla possono i suoni fuori campo, se non ad amplificare il tutto.
1991
Italia
Regia: Daniele Ciprì, Franco Maresco
Scritto: Daniele Ciprì, Franco Maresco
L'immobilità della periferia siciliana si avvicina alle titaniche immensità sovietiche.
Francesco Tirone, Paolo Giordano, Marcello Miranda e Giovanni Lo Giudice alfieri e come naturali estensioni di un grigiore popolare e industriale, all'occorrenza diventano statue dall'odore di propaganda, che però assurgono ad un ruolo opposto, sminuente; presenzia il guardare all'orizzonte, ma questi è lì vicino, fra le macerie materiali e morali.
Sulle pareti i nomi dell città: Agrigento, Sciacca, Trapani, diventano novelle repubbliche dell'ex URSS.
Alle immagini veloci, quanto quelle del grande Dziga, si alterna la passività, che non è esaltazione ma rinuncia, e a nulla possono i suoni fuori campo, se non ad amplificare il tutto.
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sabato 10 marzo 2012
are we not men?
The Island of Dr. Moreau
(L'isola del Dr. Moreau)
Herbert George Wells
Newton Compton Editori
Ce lo insegnava anche Leopardi: il mondo naturale è scomparso, sostituito da uno artificioso e definito progredito.
Il dottor Moreau è il perfetto agente di una nuova società che deve andare a snidare ogni cellula della Terra, tramutandola e assoggettandola. In nome della scienza, egli e l'inizialmente turbato e restio dottor Montgomery, ha reso degli animali quasi umani, ma è proprio quel "quasi" il problema, infatti il risultato è un ibrido sempre esposto al pieno ritorno dell'istinto selvaggio.
L'isola sperduta del Pacifico dove agiscono verrà incidentalmente visitata da Carlo Edoardo Prendick, individuo sicuramente più ricco di morale rispetto all'allucinante scienziato, che si troverà a che fare con una sub-società specchio di classi disagiate, frutto di fagocitanti tempi industrializzati che non guardano in faccia nessuno. Le entità mutate, nonostante vivano assieme e siano in qualche modo organizzate, dipendono sempre da quella mano semi divina che ha il potere di schiacciarli quando vuole, di dettare loro regole, di farli soffrire o gioire.
È pur vero che anche il folle medico non può fare a meno del suo parto, li lega un cordone ombelicale ambiguo e malsano, canale di insuccessi e traguardi.
Ma questo sistema è destinato ad esplodere, a nulla valgono i tentativi di tamponamento, l'"eccesso di scibile" sarà un potente detonatore. Ma ciò che termina in un punto del mondo è sicuramente attivo anche altrove; dovunque. Prendick si accorgerà che tali caratteristiche non presenziano solo su su sperduti isolotti, anzi, capirà che la bestialità appartiene ad altre schiere...
Island of Lost Souls
(L'isola delle anime perdute)
1932
Stati Uniti d'America
Regia: Erle C. Kenton
Soggetto: H.G. Wells
Sceneggiatura: Waldemar Young, Philip Wylie
Nonostante evidenti differenze di adattamento è la trasposizione migliore delle quattro realizzate.
Cambiamento principe è la presenza di una donna con un ruolo maggiore fra le creature, con il sordido dottore che tenterà la carta Prendick, qui però chiamato Parker, per comprendere quanto umana è diventata, puntando su sesso, amore e tutto l'armamentario di sentimenti umani. Il protagonista vive anche il contatto con la sua compagna, non presente nel romanzo, che farà di tutto per raggiungere il suo sperduto amato. Finale più ottimista ed evidenti altri aggiustamenti.
Classico stile Paramount Picture ed horror del periodo, Kenton ha lavorato anche per Universal e Metro-Goldwyn-Mayer: silenzi e tempi rilassati, azione anche accelerata, Moreau, interpretato da Charles Laughton, è quasi una caricatura, ciò lo rende grottesco ma maggiormente laido e meno d'aspetto professionale. Compito ma disagiato Montogomery (Arthur Hohl) e buona la resa di Parker (Richard Arlen), perfetto borghese catapultato in una difficile realtà inurbana. Ottimo, per il tempo, il trucco delle "anime perdute", le entità vittime degli esperimenti, fra le file un irriconoscibile Bela Lugosi.
Ombre quando necessario e luci per un'idea d'esotico.
Gli altri adattamenti sono stati prodotti nel 1971, con Tim Burton e The Island of Doctor Agor, nel 1977, The Island of Dr. Moreau e nel 1996 con lo stesso titolo. Divertente anche la parodia nei Simpson, nello speciale di Halloween XIII: The Island of Dr. Hibbert.
(L'isola del Dr. Moreau)
Herbert George Wells
Newton Compton Editori
Ce lo insegnava anche Leopardi: il mondo naturale è scomparso, sostituito da uno artificioso e definito progredito.
Il dottor Moreau è il perfetto agente di una nuova società che deve andare a snidare ogni cellula della Terra, tramutandola e assoggettandola. In nome della scienza, egli e l'inizialmente turbato e restio dottor Montgomery, ha reso degli animali quasi umani, ma è proprio quel "quasi" il problema, infatti il risultato è un ibrido sempre esposto al pieno ritorno dell'istinto selvaggio.
L'isola sperduta del Pacifico dove agiscono verrà incidentalmente visitata da Carlo Edoardo Prendick, individuo sicuramente più ricco di morale rispetto all'allucinante scienziato, che si troverà a che fare con una sub-società specchio di classi disagiate, frutto di fagocitanti tempi industrializzati che non guardano in faccia nessuno. Le entità mutate, nonostante vivano assieme e siano in qualche modo organizzate, dipendono sempre da quella mano semi divina che ha il potere di schiacciarli quando vuole, di dettare loro regole, di farli soffrire o gioire.
È pur vero che anche il folle medico non può fare a meno del suo parto, li lega un cordone ombelicale ambiguo e malsano, canale di insuccessi e traguardi.
Ma questo sistema è destinato ad esplodere, a nulla valgono i tentativi di tamponamento, l'"eccesso di scibile" sarà un potente detonatore. Ma ciò che termina in un punto del mondo è sicuramente attivo anche altrove; dovunque. Prendick si accorgerà che tali caratteristiche non presenziano solo su su sperduti isolotti, anzi, capirà che la bestialità appartiene ad altre schiere...
(L'isola delle anime perdute)
1932
Stati Uniti d'America
Regia: Erle C. Kenton
Soggetto: H.G. Wells
Sceneggiatura: Waldemar Young, Philip Wylie
Nonostante evidenti differenze di adattamento è la trasposizione migliore delle quattro realizzate.
Cambiamento principe è la presenza di una donna con un ruolo maggiore fra le creature, con il sordido dottore che tenterà la carta Prendick, qui però chiamato Parker, per comprendere quanto umana è diventata, puntando su sesso, amore e tutto l'armamentario di sentimenti umani. Il protagonista vive anche il contatto con la sua compagna, non presente nel romanzo, che farà di tutto per raggiungere il suo sperduto amato. Finale più ottimista ed evidenti altri aggiustamenti.
Classico stile Paramount Picture ed horror del periodo, Kenton ha lavorato anche per Universal e Metro-Goldwyn-Mayer: silenzi e tempi rilassati, azione anche accelerata, Moreau, interpretato da Charles Laughton, è quasi una caricatura, ciò lo rende grottesco ma maggiormente laido e meno d'aspetto professionale. Compito ma disagiato Montogomery (Arthur Hohl) e buona la resa di Parker (Richard Arlen), perfetto borghese catapultato in una difficile realtà inurbana. Ottimo, per il tempo, il trucco delle "anime perdute", le entità vittime degli esperimenti, fra le file un irriconoscibile Bela Lugosi.
Ombre quando necessario e luci per un'idea d'esotico.
Gli altri adattamenti sono stati prodotti nel 1971, con Tim Burton e The Island of Doctor Agor, nel 1977, The Island of Dr. Moreau e nel 1996 con lo stesso titolo. Divertente anche la parodia nei Simpson, nello speciale di Halloween XIII: The Island of Dr. Hibbert.
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domenica 4 marzo 2012
emozioni protratte
Le opere di Di Zio non sfigurerebbero, citate su un dizionario, di fianco alla parola "intimismo".
I plot dei suoi film, quasi tutti del 2011, dovete cercarveli nel cuore, l'opera di costruzione emotiva avviene lì, più che nel cervello, è una questione d'anima, come quella messa a nudo dai vari protagonisti
È un'infinita attesa "beckettiana" quella dei personaggi di Swinging Horses e Roberto Pellegrinaggio, sospesi in un limbo temporale, fatto di gesti rituali, espressioni accennate e silenzi, interiorità esposta agli occhi dello spettatore che assimila emozioni mano mano, visti i tempi dilatati a dismisura del cinema di Alessio.
"Roberto" è ai margini del sociale, impegnato in un tentativo empatico di ricontatto con la natura, guardando con la coda dell'occhio il mondo evoluto; a sera, non si saprà se ciò andrà a compimento in un successivo giorno o tutto decadrà.
La "tarantiniana", solo per quel che riguarda il comparto fotografico e sonoro, presenza di Swinging Horses ricerca la propria infanzia, facendo leva su feticci simbolici che la rappresentano. Il character dall'aspetto vintage, circondato da oggetti che rimandano al passato, con in background vecchi suoni, parlerà con la propria coscienza per riavere gli anni trascorsi.
"Il Piacere" è invece un inno alla consapevolezza, un "monologo silenzioso" sulla sicurezza di sé. L'interprete si prende i suoi tempi per riflettere, si domanda e si risponde (dall'interno, ma noi osserviamo), e pare chiedere una conferma anche allo spettatore. Positivo, insieme a Rodolfo Valentino, in cui un pittore vive egli stesso una sua opera, dal di dentro, è parte di un grande quadro d'autore. Quadro è la parola giusta perché un altro tratto saliente delle pellicole in esame è l'esasperata ricercatezza dei piani, la composizione dell'immagine assume massimo valore, un oggetto alla sinistra o alla destra dell'inquadratura varia il messaggio raccontato in quell'attimo, lo show di primi piani, piani americani, mezze figure, ecc. infrange i tempi classici.
Culto per le geometrie in The Park, realizzato nel 2010, vicino a Chris Marker e ai concetti sovietici di realtà inesplorata, rimarca che gli ambienti quotidiani offrono almeno quanto il fantastico, basta sapersi soffermare, fermarsi un attimo, non correre sempre...
A proposito di Marker: di rilievo la tecnica del fotogramma che prende vita usata più volte da Di Zio, in modo simile a La jetée.
Arriva anche la maturità professionale con il mediometraggio Le favole di Casimiro, storia di un ragazzino che deve fare i conti con la crescita, con il mondo che si muove veloce attorno a lui. C'è la famiglia affettuosa ma "macchinosa", l'amico che vuole essere più grande di quello che è in realtà, i coetanei già entrati nel circolo del conformismo adolescenziale, fatto di ragazzine, sport, griffe e Facebook. Casimiro non riesce a star dietro allo scorrere del tempo, vorrebbe che il suo compleanno non arrivasse mai, è confuso, vive in quell'ovattata nuvola che, contro la sua volontà, deve essere completata e messa da parte.
In questo caso il regista si avvale di una troupe più vasta, con ruoli definiti e produzione alle spalle.
Sinceri complimenti a quest'autore appena diciannovenne, dimostrazione in carne ed ossa che in Italia le idee e le personalità cinematografiche ci sono, anche in un Centro-Sud che non è solo cabarettisti riccioluti e stereotipi.
L'underground offre ottime cose, speriamo in un futuro mercato che sappia scovare e valorizzare, per adesso ne godiamo noi attenti appassionati.
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martedì 28 febbraio 2012
bambini del passato
Voices
(E se oggi... fosse già domani?)
1973
Regno Unito
Regia: Kevin Billington
Soggetto: Richard Lortz
Sceneggiatura: George Kirgo, Robert Enders
Fin dove arriva la follia? Chi può delimitare la linea del lecito? Una mente distorta apre delle porte sconosciute?
Il trauma di Claire è infinito, il suo senso d'impotenza fortissimo, lei non riescere a dimenticarne ciò che è successo, al contrario di suo marito Robert che, con il tempo, ha accettato la cosa. Cos'è successo? Il loro figlioletto David si è perso per sempre nei pressi di un canale, durante un loro momento di distrazione.
Ad attutire la sofferenza dell'uomo c'è forse la consapevolezza dell'impraticabilità e della fine di un rapporto edipico fra Claire e David, descritto da lui come covato dentro, ma ugualmente inconcepibile per una madre ed un figlio. Oltretutto il fattaccio avviene proprio quando marito e moglie stanno facendo l'amore, come a ribadire il concetto di territorialità, talmente forte che riesce ad annullare le anomalie, più del dovuto...
La donna lotta fra due mondi, alternati fra un minuto e l'altro, descritti a noi spettatori con un ritmo cadenzato, esplicativi flashback, toni seppia, tanta cura negli inserti e soprattutto una scenografia ristrettissima: la quasi interezza del film si svolge in un ambiente unico, una grande stanza neanche tanto caratterizzata.
Il bipolarismo di Claire ha forse un potere particolare, o forse è stata colpa del destino, ma i due vivranno un'esperienza allucinante...
Horror/thriller di innata classe "british", c'è un grandissimo David Hemmings e una altrettanto brava Gayle Hunnicutt.
Parte della storia è ormai un classicissimo, conosciuta anche al grande pubblico tramite The Others o Il sesto senso e ripresa diverse altre volte con meno clamore. Si presume che l'origine sia in Carnival of Souls, stupenda pellicola del 1962, ma il soggettista di questo film, Richard Lortz, l'ha presentata in un precedente lavoro teatrale, portato anche sugli schermi nelle serie Suspense, con l'episodio The Others, e con lo stesso nome della puntata in Armchair Theatre, datate rispettivamente 1953 e 1970. Fra scritto teatrale e prima apparizione c'è da credere che Lortz sia l'autore originale.
In Italia è passato in TV anche con i nomi Presenze e Strani fenomeni.
(E se oggi... fosse già domani?)
1973
Regno Unito
Regia: Kevin Billington
Soggetto: Richard Lortz
Sceneggiatura: George Kirgo, Robert Enders
Fin dove arriva la follia? Chi può delimitare la linea del lecito? Una mente distorta apre delle porte sconosciute?
Il trauma di Claire è infinito, il suo senso d'impotenza fortissimo, lei non riescere a dimenticarne ciò che è successo, al contrario di suo marito Robert che, con il tempo, ha accettato la cosa. Cos'è successo? Il loro figlioletto David si è perso per sempre nei pressi di un canale, durante un loro momento di distrazione.
Ad attutire la sofferenza dell'uomo c'è forse la consapevolezza dell'impraticabilità e della fine di un rapporto edipico fra Claire e David, descritto da lui come covato dentro, ma ugualmente inconcepibile per una madre ed un figlio. Oltretutto il fattaccio avviene proprio quando marito e moglie stanno facendo l'amore, come a ribadire il concetto di territorialità, talmente forte che riesce ad annullare le anomalie, più del dovuto...
La donna lotta fra due mondi, alternati fra un minuto e l'altro, descritti a noi spettatori con un ritmo cadenzato, esplicativi flashback, toni seppia, tanta cura negli inserti e soprattutto una scenografia ristrettissima: la quasi interezza del film si svolge in un ambiente unico, una grande stanza neanche tanto caratterizzata.
Il bipolarismo di Claire ha forse un potere particolare, o forse è stata colpa del destino, ma i due vivranno un'esperienza allucinante...
Horror/thriller di innata classe "british", c'è un grandissimo David Hemmings e una altrettanto brava Gayle Hunnicutt.
Parte della storia è ormai un classicissimo, conosciuta anche al grande pubblico tramite The Others o Il sesto senso e ripresa diverse altre volte con meno clamore. Si presume che l'origine sia in Carnival of Souls, stupenda pellicola del 1962, ma il soggettista di questo film, Richard Lortz, l'ha presentata in un precedente lavoro teatrale, portato anche sugli schermi nelle serie Suspense, con l'episodio The Others, e con lo stesso nome della puntata in Armchair Theatre, datate rispettivamente 1953 e 1970. Fra scritto teatrale e prima apparizione c'è da credere che Lortz sia l'autore originale.
In Italia è passato in TV anche con i nomi Presenze e Strani fenomeni.
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giovedì 23 febbraio 2012
il dono
La vittima
(tratto da Danze macabre)
Rainer Maria Rilke
Newton Compton Editori
In Boemia dubbi e convinzioni sull'amore sono gli stessi del resto del mondo.
Agnese è un esempio da considerare, la sua non è di certo l'unica esperienza vissuta nel mondo, ma è valente per talune tesi, ovvio poi avere idee diverse, d'ogni genere, alimentate dal proprio vissuto o quello assorbito altrove.
Ella incontrò Hermann e la sua vita cambiò, era in un mulinello di emozioni, ogni attimo aveva un sapore inebriante.
Ma il tempo intiepidì la cosa. Hermann rimase il galantuomo di sempre, ma i riguardi non significano sentimento.
L'amore è forse illusione, egoismo, oppure è donare se stessi al prossimo... nel massimo delle possibilità.
(tratto da Danze macabre)
Rainer Maria Rilke
Newton Compton Editori
In Boemia dubbi e convinzioni sull'amore sono gli stessi del resto del mondo.
Agnese è un esempio da considerare, la sua non è di certo l'unica esperienza vissuta nel mondo, ma è valente per talune tesi, ovvio poi avere idee diverse, d'ogni genere, alimentate dal proprio vissuto o quello assorbito altrove.
Ella incontrò Hermann e la sua vita cambiò, era in un mulinello di emozioni, ogni attimo aveva un sapore inebriante.
Ma il tempo intiepidì la cosa. Hermann rimase il galantuomo di sempre, ma i riguardi non significano sentimento.
L'amore è forse illusione, egoismo, oppure è donare se stessi al prossimo... nel massimo delle possibilità.
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sabato 18 febbraio 2012
il cuore sigillato
1909
Stati Uniti d'America
Regia: David Wark Griffith
Soggetto: Edgar Allan Poe, Honoré de Balzac
Sceneggiatura: Frank E. Woods
Non è detto che ricchezza e gloria si leghino necessariamente a profondi sentimenti.
Le attenzioni materiali più grandi, anche quelle presenti in una sfarzosa corte, dove a suggellare l'unione può arrivare anche una dolce e comoda alcova, possono non stimolar vera felicità. La contessa ne è consapevole, e preferisce darsi alla storia clandestina di turno, eccitante anche perché segreta. Il conte è un tipo sicuro di sé, tutti sono ai suoi piedi, come può la sua consorte non provare irrefrenabile amor per lui? Ma che dolore quando vedrà il tradimento consumato proprio nell'alcova preparata con tanta cura!
No, lui non vuole affrontare la cosa, preferisce chiuderla lì, seppellire la sua sofferenza, la vergogna e il suo ego scalfito in se stesso, dietro uno strato di spessi mattoni. Che quest'affronto, quest'attacco alla sua creduta onnipotenza venga asfissiato, nessuno dovrà sapere. Amante e contessa non possono altro che guardarci negli occhi e dirci addio, sottomessi alla soddisfazione rabbiosa del regnante.
Situazione fra La Grande Bretèche di Honoré de Balzac e Il barile di Amontillado del nostro caro Edgar Allan Poe.
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