occhio: degustazione, esegesi...
espressioni: visioni, letture, arte...

domenica 19 maggio 2013

bloccare

L'insaisissable pickpocket
1908
Francia
Regia: Segundo de Chomón 

Nomato anche Diabolical PickpocketEl escurridizo carterista, placa la nostra cine-sete di invenzioni dall'aria candida, alimenta l'immagine del mondo che fruisce di una produzione Pathé Frères, con esso ci pare di sentire l'acre ma piacevole odore della cinepresa.
Ode all'arresto di fotogramma, una dimensione che si ferma e rinasce come sole al mattino, è immensa la voglia di emulare, vogliamo che tutto ciò sia spada, ed anche scudo, levàti contro i manichini. 

sul bagnato

Soghoth
1986
Argentina
Regia: Diego Curubeto
Scritto: Diego Curubeto

Se molto forte è un credo nell'animo di un individuo, si può arrivare a materializzare i riti ad esso connessi, con una potente proiezione liturgica.
Il cerimoniale sarà unica azione terrena distinguibile.
Gli adepti del culto si ciberanno di ciò che la mente guida ha prodotto, fra echi umidi e monolitici di una realtà promiscua.

sabato 11 maggio 2013

effetto Kulešov

Mechanics of Love
1955
Stati Uniti d'America
Regia: Willard Maas, Ben Moore

Un montaggio di immagini che prese da sole avrebbero minor senso o un significato opportuno ad altro, una tecnica cara alle teorie di Lev Vladimirovič Kulešov rende nota la meccanicità di quella che è l'esigenza primaria di una larga fetta dell'umana specie. Automatismo, gesto costruito: una lampada, un flauto, una scalinata, delle chiavi...
Probabilmente più appagante è l'attesa dell'atto, rappresentata in maniera sognante, mentre il resto figura ordinario come la trafila di oggetti che compare. 
Dopo la "bollitura" finale, l'alta velocità della metro, il forte vento, ecc., in montaggio accelerato, ci si perde in rimasugli e nel ricordo soffuso dell'azione.

sabato 4 maggio 2013

vecchio artigianato

Il mulino delle donne di pietra
1960
Italia
Regia: Giorgio Ferroni
Scritto: Remigio Del Grosso, Giorgio Ferroni, Ugo Liberatore, Giorgio Stegani, Pieter van Weigen

Particolare gotico italico, metà, insieme al "vurdalakiano" La notte dei diavoli, del superbo e unico dittico horror realizzato da Giorgio Ferroni, ritenuto a ragione una pietra miliare del cinema di genere. Ciò che caratterizza l'opera in esame è l'ambientazione nederlandese, con, guarda caso, un mulino protagonista, nelle veci del classico castello o antica magione.
All'inizio fintamente prevedibile nell'intreccio, si snoda in un tema sì arcinoto, ma inaspettato allo spettatore, ipnotizzato dalle arcigne ed ambigue figure e dalle delicatamente colorate fotografia e scenografia, che hanno trasformato una struttura poetica ed in qualche modo rilassante in un antro claustrofobico, opprimente e fuori dal tempo. Fiore all'occhiello di tutta la pellicola è il carillon gigante, poco descrivibile a parole, bisogna beneficiarne visivamente e con l'animo giusto: inquietante, un po' rozzo, efficace, protagonista assoluto del bellissimo finale.
Superata in qualità la storia originale, un omonimo racconto breve di Pieter Van Weigen, il film si avvale soprattutto di abile mano alla camera, con carrellate al limite del virtuosismo ed eleganti nello stesso tempo.
Il cinema che manca ai nostri lidi, nessuna retorica.
Un amore folle, possessivo e viziato dal dolore; uno dolcissimo e probabilmente sincero; uno sanguinoso; uno carnale e laido; uno scherzoso; uno tormentato.
Le presunte vittime di qualcuno d'essi possono sembrare innocenti quanto vogliono, ma il loro esibizionismo è stato punito con la legge del contrappasso per analogia: quanto gli piaceva ostentare estetica ed il loro smisurato io davanti alle platee, ad esempio spartani tavoli di bettole, precursori di vetrine virtuali; quanto stanno bene nella forma di "donne di pietra" in un mulino, in continuo e macchinoso sfoggio per il pubblico. Saranno contente.

lunedì 22 aprile 2013

il cliente è desiderato...

Vogliate gradire l'offerta del giorno...
2013
Italia
Regia: L. Caligari (Luigi Castellitto)
Soggetto: L. Caligari 
Sceneggiatura: L. Caligari

Consumismo sfrenato, anime in corsa in un oscuro tunnel, sudano, si affrettato ad arrivare ad una meta che è sempre lontana, irraggiungibile, l'appagamento è momentaneo, da endorfine. Poi cadono a terra, cadaveri che rimangono sul suolo, diventano putrescenti, saranno calpestati da altre corse, una sull'altra, scalpitando, il punto d'arrivo rimane distante, intanto i corpi si accumulano ed emanano cattivo odore.
Vendere la propria pelle, donare parte di sé come se nulla fosse, il piacere del male, il Moloch della comunità va cibato e non ci si può esimere, è la normalità, tutto il resto, l'altro è spaventosa follia, genera turbamento, è abominio, sregolatezza, piattezza; va possibilmente ucciso e sotterrato.

domenica 14 aprile 2013

we wonder if time has left a message for us

Circadian Rhythms
1976
Nuova Zelanda
Regia: David Blyth
Scritto: David Blyth, Richard von Sturmer

Più che del ritmo circadiano classico, della giornata di 24 ore, ci troviamo a fare un giro introspettivo della vita, dalla nascita in poi. La prima scoperta della sessualità, di quella stigmatizzata, "curata" con infantile leggerezza di piuma, perché i primi tempi sono immaturi e ci si può ancora "salvare". Ma quando lo scontro con la carne si fa più acceso il buio avanza, diventa difficile collocarsi, il circolo circadiano della prassi, macchinosa come non mai, vuole dominare, ci si ritrova ad essere colpevoli e vittime nello stesso tempo, è forte l'esigenza di voler vomitare fuori il proprio istinto. 
Continua l'autoanalisi, si cade nel rifiuto di se stessi ed è inutile chiedere al tempo di portar consiglio, la risposta è netta, è quella di sempre, e si arriva anche a convincersi di essere aberranti.
Poi tocca all'atto della presa di coscienza, c'è un piccolo rilassamento, ma è solo una parentesi: si fa il bilancio di tutto il proprio trascorso, e il senso di colpa — ma quel colpa? — fa apparire tutto come un gioco perverso, in cui è compreso anche un impaurito sguardo al futuro. 
Le morale pone il veto finale, l'estasi anestetizzante termina e si imbocca un oscuro tunnel...

martedì 9 aprile 2013

perisca il giorno in cui nacqui

胎児が密猟する時 (Taiji ga mitsuryô suru toki)
(Embrione)

1966
Giappone
Regia: Kôji Wakamatsu
Scritto: Yoshiaki Ôtani (Masao Adachi)


Il direttore di un centro commerciale porta nel suo spoglissimo appartamento-loculo una commessa sua sottoposta, per passare del tempo notturno assieme. Ella è null'altro che un pezzo di carne capace di fare qualche calcolo ed intendersi di merce; è immonda, può credersi razionale perché rientra in determinati ranghi organizzati, è dipendente dal giudizio dell'entourage sociale che le gira intorno, è un sacco di merda che non sa distinguere genitori da fratelli, la carne, l'amore, il piscio, lo sterco, l'umanità
Lei, come le altre, si immagina libera e si trasforma in bestia, perché procrea individui come lui, che starebbero meglio residenti perennemente nell'agio del grembo. Madri colpevoli, che hanno preferito figliare e lasciare il mondo, che non hanno ceduto all'ennesimo accesso edipico, mogli colpevoli perché volevano figli in maniera disumana, non dal proprio uomo. Donne che hanno sempre cercato e ricevuto violenza: Maria Antonietta, sangue che diventa sangue.
La commessa, per l'uomo, non si rivela donna dei sogni ma corpo da tre soldi, che fa puerili moine. È utile per vendicarsi sulla razza procreatrice, da rieducare ad una condizione di pura unione di corpo e di spirito.
Lei, nelle pause dell'espiazione, avrà anche modo di dover cancellare dalla sua testa, in maniera drastica, l'idea che la strada percorsa con lui sia favorevole, più del suo grigio giornaliero.
La soluzione potrebbe essere la riunificazione in lei, con essenza di donna, di madre ed ex moglie del tizio, incorporate. Lui in stato embrionale, spento. Soluzione possibile anche per lei.

giovedì 28 marzo 2013

metallo

Approfondimento di un pezzo qui già apparso agli albori del blog, proposto dall'ospitale e puntuale sito Il futuro è tornato, nel consolidato filone sulla sci-fi "rossa" curato da noi di occhio.
Si abbandona l'Europa e si vola fino in Estremo Oriente, atterrando a Pyongyang per dare uno sguardo, attento anche alle circostanze di realizzazione, a quella che è probabilmente la pellicola più famosa prodotta dall'industria cinematografica della Repubblica Democratica Popolare di Corea: Pulgasari.

domenica 24 marzo 2013

Über-Ich

Meshes of the Afternoon
1943
Stati Uniti d'America
Regia: Maya Deren, Alexander Hammid
Scritto: Maya Deren

Ci sarebbe tanta volontà di controllare il proprio destino, prossimo e lontano, ma non ci si può sottrarre al fato e ai suoi invisibili fili guida. Si osserva da dietro un vetro, c'è difficoltà ad aprire porte, osticità di comunicazione e nel ritrovare semplicemente se stessi, scavando nel proprio io o specchiandosi nel prossimo.
Lezione surrealista questo cortometraggio di Deren e consorte, blocco unico di sonno e veglia, struttura tipica dell'onirico, oggetti fulcro.
Conservato, a ragione, nella "teca" del National Film Preservation Board, leggermente "nipponizzato" dalla musica di Teiji Ito e girato con un'immortale Bolex 16 mm.

domenica 10 marzo 2013

things you never saw before or ever dreamed of

The Black Cat
1934
Stati Uniti d'America
Regia: Edgar G. Ulmer
Soggetto: Edgar Allan Poe, Edgar G. Ulmer, Peter Ruric, Tom Kilpatrick
Sceneggiatura: Peter Ruric

Crudele come pochi, omaggio, come molti, all'espressionismo cinematografico più puro. 
C'è una magione, quasi unico set del film, centralità di tutto, che è un'opera d'arte sia in senso diegetico che extradiegetico: l'adornano diagonali e spigoli, tortuose scalinate e porte scorrevoli, tanti oggetti in odore di Art Déco, luci ed ombre, la "collezione"... Più che un ossequio alla corrente espressionista, di cui Ulmer fu parte per via di alcune collaborazioni, è un'exclave d'essa turbinata negli anni Trenta. Anche per via delle presenze, o della Presenza, troneggia infatti un Karloff dagli abiti e dai tratti somatici, capigliatura soprattutto, che sono un tutt'uno con il resto dell'ambiente, quello che lo contorna è una giusta continuazione, perché lui è quel luogo, quel posto è la sua mente, con anfratti e follie, le linee sono le sue sinapsi. 
Impersona Hjalmar Poelzig, architetto che ha costruito la sua reggia su un sanguinoso luogo di guerra ungherese, e dove ospiterà una coppia di sposi in luna di miele, in verità capitata lì per un fortuito incidente, e lo psichiatra Dr. Vitus Werdegast («Verdegast?», chiedeva qualcuno con espressione interrogativa, nel 1977), un ugualmente torreggiante Bela Lugosi, tornato lì per vendicarsi di torti subiti.
L'accompagnamento uditivo include Schumann, Liszt, Tchaikovsky, Beethoven, Schubert, Bach,  ma non è la cosa in sé ad essere eclatante, seppur di qualità, l'originalità è nel fatto che presenzia non solo nei titoli, cosa inusuale per i tempi. E quegli appaganti suoni si mischiano ai fantastici accenti di Lugosi e Karloff, simboli dell'orrore cinematografico.
Momenti ironici si inseriscono con fare grottesco in una trama cinica, in un'atmosfera alienante, dove solo qualche melodramma riconduce nel porto dell'umanità.
Il famoso finale non ha bisogno di mostrare molto per gridare efferatezza. 
Il riferimento al felino di Poe è solo un richiamo commerciale.

domenica 3 marzo 2013

la sua mano veniva dall'ombra come un enorme ragno

La frusta e il corpo
1963
Italia, Francia
Regia: John M. Old (Mario Bava)
Scritto: Julian Berry (Ernesto Gastaldi), Robert Hugo (Ugo Guerra), Martin Hardy (Luciano Martino)

Vinciamo ancora una volta la reverenza verso il maestro e parliamo di una sua gemma, tale anche se non facente parte delle cerchie più celebri o meno note, perché un ripasso delizia e permette di essere abbracciati da un calore artistico di difficile reperibilità.
Cliché gotici che più tali non si può, storia di fantasmi, storia di fantasmi della mente, Ottocento e parlate forbite, vecchia Europa, castelli, corridoi, arredi pomposi, lume di candela. E ancora: vestaglie svolazzanti, servitù claudicante, color porpora, cripte, bare. Tutto sotto l'edificante ala di Bava, o by John M. Old, firma del caso in esame, e il solo dirlo potrebbe concludere il discorso.
Il duo formato da Bava stesso e dal fido Ubaldo Terzano celebra la lezione visiva che noi scriventi, avvezzi a mestiere simile, cerchiamo di reinterpretare quasi quotidianamente. Non si lesina con il famigerato zoom, per alcuni solo accessorio, per il Mario di Sanremo un mezzo a fine emotivo e spesso di soggettiva. Le luci sono quelle multicolori a cui ogni attento fan è abituato, molte volte volutamente irreali, quasi infernali, dosate in maniera epocale, tanto quanto la disposizione di visi ed oggetti nell'inquadratura. Altra lezione sono le carrellate, dosate con la delicatezza del clima antico di sfondo, dove, oltre ai bagliori bluastri che da usci entrano in interni, v'è posto anche per la crudezza: il dettaglio gore, la laida grata, il fango... sono sempre dietro l'angolo.
E se qualche particolare può sembrare buffo non c'è da preoccuparsi, viene messo da parte in favore di altri beni, quali, ad esempio, gli oscuri suoni o un cast d'eccellenza: il maestoso Christopher Lee, Daliah Lavi, che qui veste egregiamente i "darkissimi" panni di sostituta di Barbara Steele, Tony Kendall (Luciano Stella), i fedeli comprimari Harriet Medin e Luciano Pigozzi, il Peter Lorre di casa nostra. 
La musica di Carlo Rustichelli sembra diegetica anche quando non lo è, come suonata da un pianoforte onnipresente.
La frusta e il corpo ebbe il coraggio di proporre un tema con un sottotesto sadomasochista nel lontano 1963, nient'affatto velato, tra l'altro. La frusta del titolo è proprio il famoso strumento, che si abbatte sul deliziato corpo della Lavi, con sommo (troppo?) piacere di "vittima" e "carnefice".

domenica 24 febbraio 2013

некрореализм

Санитары-оборотни (Sanitary-Oborotni)
1984
Unione Sovietica
Regia: Yevgeny Yufit


Uno scampolo della corrente artistica, di finale era sovietica, del necrorealismo, con un lavoro di Yufit, anomalo autore avvezzo ad un cinema demolitore di convenzioni, con opere quali cortometraggi dall'apparenza antica o improvvisati, o lo splendido Papa, umer ded moroz, del 1992, pellicola con richiami a Sem'ja vurdalaka di Aleksej Konstantinovič Tolstoj, ma infinitamente più "larga".
C'è un marinaio viaggiante, che, in due passi, entra in un contesto tanto reale quanto assurdo, in cui i ruoli sociali sono definiti ma deviati, una realtà speciale. Gli infermieri lupi mannari, anche loro in e fuori schema, ne provocano la morte violenta; un modo per sognare gioiosamente, forse una prassi.

domenica 17 febbraio 2013

riflessi di mani e visi

El espejo de la bruja
1962
Messico
Regia: Chano Urueta
Soggetto: Alfredo Ruanova, Carlos Enrique Taboada
Sceneggiatura: Alfredo Ruanova

Pregevolissimo horror messicano, uno dei migliori provenienti dal Paese nordamericano.
Facendo leva sul periodo di produzione favorevole, essenzialmente il decennio Sessanta, è venuto fuori un gotico classico, di chiaroscuri e rituale bianco e nero, che pesca in due filoni notissimi agli appassionati di genere: quello del "mad doctor", con tanto di assistente, che uccide per ridare vita, funzionalità o bellezza ad un paziente e la stregoneria, con presenze dall'aldilà, a scopo vendicativo.
La prima cosa che balza all'occhio dello spettatore attento è l'amalgama di attori con tratti somatici ispanici in contesti dove invece si era abituati a vedere gli anglosassoni far da padrone. Seppur evidente la volontà di emulazione, è forte la caratterizzazione, le bellezze con efelidi dei classici inglesi sono sostituite da altrettanto affascinanti presenze, neanche stereotipate. Non siamo, però, nei voluttuosi estremi di un Jess Franco, ma più dalle parti di un Riccardo Freda o un Mario Bava. Ispiratori sono i seminali Orlacs Hände, di Robert Wiene, tratto dal romanzo di Maurice Renard Les Mains d'Orlac e Les yeux sans visage di Fraju, opera franco-italica già analizzata. Oppure, a proposito del già citato Franco, c'è uno dei suoi lavori più pregevoli, Gritos en la noche, del 1961, anch'esso simile. Poi è stato un ripetersi del tema, in tempi recenti e in tante nazioni, persino di nuovo in Messico con La horripilante bestia humana, del mostro sacro René Cardona, padre.
Candelabri, fumo, corridoi e pianoforti ed ovviamente specchi non stancano se accompagnati da scelte di movimento di camera così intense e una fotografia di tale fattura, curatissima dal punto di vista della composizione e della profondità, nonché sui generis; qualità anche per suoni e musiche, non innovativi ma buoni. Inizio prelibatissimo, compresi i titoli.
Chano Urueta ha avuto una carriera grandemente prolifica: oltre al "battesimo" per molti cineasti messicani, cioè i film con i personaggi della "lucha libre", è stato rapito altre volte dai tentacoli del genere orrore, purtroppo con risultati inferiori a El espejo de la bruja.

domenica 10 febbraio 2013

The Masque of the Red Death

Masca crvene smrti
1969
Jugoslavia
Regia: Branko Ranitovic, Pavao Stalter
Soggetto: Edgar Allan Poe
Sceneggiatura: Zdenko Gasparivic (Zdenko Gasparovic), Branko Ranitovic


Le stanze della vita potranno anche variare di colore, con fine di distrazione, ma l'orologio dell'ultima sala sarà sempre presente a scandire il tempo e far memoria con il battere del suo pendolo, e in quei momenti sarà gelo.
Nell'arco vitale ci saranno scudi levati, sotto forma di frivolezza, sotto forma di altro, mentre nei dintorni calerà il buio e sarà un gracchiare di corvi.
L'illusione, però, non durerà per molto, non ci sarà sfarzo d'esistenza che potrà fermare l'audace cammino della Maschera.

sabato 2 febbraio 2013

un jeune homme très séduisant

Arsène Guillot
(Arsenia Guillot)
(tratto da Racconti e novelle)
Prosper Mérimée
Sansoni Editore

La signora di Pinnes, inizialmente e nel mezzo della vicenda, non può che attrarre l'antipatia del lettore. Fervente da irritare — o forse da stimare infinitamente? — convinta oltremisura, con'idea monastica del peccato e della redenzione, un pulpito in carne ed ossa. Ma l'avventore verrà poi sicuramente rapito dal taciutissimo sentimento ricambiato per l'ex scapestrato Max di Salligny: prima sospettato, evidenziato solo nella conclusione, che farà perdonare e darà un senso, magari annullando ciò che sembrava fede e invece, chissà, era un muoversi interessato, a diverse azioni della signora.
Arsenia Guillot produrrà compassione, si mostrerà addirittura ridicola nella sua cieca esagerazione, anche se la sua ostinata semplicità di direzione non mancherà di toccar corde. Quando l'amore può non produrre stima in chi osserva, ma tanta pena.

domenica 27 gennaio 2013

cappello teso

Inflation
1928
Germania
Regia: Hans Richter
Scritto: Hans Richter

Zeri che crescono, possibilità che diminuisce, com'è noto, e quei cerchi ovali sono cappi che strangolano la popolazione, quella che vede le immagini dei beni sempre più oniricamente.
Suoni incomprensibili in sottofondo, così come vogliono essere certi meccanismi per un tal ceto, sguardi sommessi a cospetto di putridume che fa del tintinnare un ritmo vitale, quel rumore che deve aumentare sempre più per la sopravvivenza della massa, costretta a ritrovarsi con immondizia cartacea di poco valore, a vedere il moltiplicarsi di immagini sfocate, lontane.
E macerie.