OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...

martedì 22 dicembre 2009

semplice

Schwarzfahrer
1993
Germania
Regia: Pepe Danquart
Scritto: Pepe Danquart

Corto chiaro e limpido, nel suo bianco e nero e nella sua visione.
Su un tram, a Berlino: un'anziana conservatrice prova disprezzo verso un cittadino di colore seduto accanto a lei; reciterà così una serie di ingiurie, farcite delle peggiori frasi fatte e luoghi comuni. Finale "divertente".
Ottima proiezione didattica, utile a creare spunti per dibattiti a tema; il suo essere altamente fruibile la rende adatta anche ad un pubblico di giovanissimi. Oltre ad un'analisi primaria si fa notare anche per una descrizione sociale contestuale e per l'illustrazione sprizzante primi '90.
Pepe Danquart ha successivamente avuto un discreto spazio nell'ambito televisivo.
Presente su YouTube.

martedì 15 dicembre 2009

la spada della vendetta

Nikos
2003
Germania
Regia: Andreas Schnaas
Soggetto: Andreas Schnaas
Sceneggiatura: Ted Geoghegan

Splatterone teutonico dell'aficionado Schnaas, regista famoso per le sue sanguinolente produzioni superamatoriali. La quasi totalità delle sue opere è composta da trame pretestuose per mostrare gore in quantità, solitamente tramite un personaggio principale che se ne va bellamente in giro a combinarne di... crude. È il caso dei tre episodi di Violent Shit, così come di questo Nikos.
Un brutale e sterminatore barbaro nordico viene giustiziato nell'attuale Romania durante il Medioevo; verrà risvegliato nella New York dei giorni nostri, assetato di vendetta.
Il tedesco, nonostante anni di esperienza, sembra aver affinato poco la sua tecnica: soggetto poco originale e senso di non professionismo generale. Nel dettaglio troviamo dialoghi spesso assurdi, recitazione imbarazzante e mancanza di tocco estetico. C'è del positivo però, a nostro avviso: la volontà di non prendersi sul serio, la ricerca del grottesco e l'amore per il genere. Schnaas ci dà l'idea di un eterno adolescente innamorato dello splatter, incurante dei giudizi e della piega di mercato. Passabili anche gli effetti, nonostante alcune situazioni si ripetano troppo, dall'esordio cinematografico sono stati fatti passi avanti, anche grazie ad un budget di maggior corposità. Citazione per la presentazione di stereotipi della grande mela trattati in salsa rossa ed anche per la parte finale, un po' assurdo riempitivo, un po' buffo colpo di grazia satirico.
Cameo di Lloyd Kaufman, capoccia della Troma, casa specializzata in materiale simile; con buone probabilità, analizzeremo anch'essa in questa sede.
In tutto ciò teniamo a fare una considerazione. Il genere splatter vanta anche invenzioni di pregevole fattura, purtroppo però continua a subire i giudizi bigotti di chi fa di tutta un'erba un fascio e definisce la cosa sadica a prescindere. Magari ad esprimersi sono le stesse persone che cinque minuti prima hanno apprezzato un talent show, dove degli "esaminati" vengono derisi solo perché non corrispondenti a diffusi canoni estetici o non rientrano nelle barriere del "normale".
Quindi... Nikos, film consigliato?

domenica 13 dicembre 2009

sulla ruota

Le Moulin maudit
1909
Francia, Belgio
Regia: Alfred Machin

Dramma a tinte fosche, realizzato da un regista attivissimo nel primo Novecento e divulgatore di diversi generi. Produzione Pathé Frères, antica azienda francese, dominatrice del mercato di quegli anni.
Classicissima storia di vendetta, recitata marcatamente ed ambientata in un paesino fiammingo.
Protagonista assoluto il mulino, simulacro di ricchezza, quella del benessere, ma anche quella vessante.
Ricolorato e musicato, reperibile sempre su Europa Film Treasures.

lunedì 7 dicembre 2009

far ritorno...

Jön az öcsém
1919
Ungheria
Regia: Mihály Kertész
Soggetto: Antal Farkas
Sceneggiatura: Iván Siklósi

Poetica del proletariato.
Pellicola prodotta durante la breve Repubblica Sovietica Ungherese, quella con Béla Kun personaggio politico di spicco.
Avventura di un uomo partito per partecipare alla Rivoluzione russa, il suo ritorno a casa è atteso dal fratello e dalla famiglia. Il tema è un'interpretazione visiva di un poema di Antal Farkas, sceneggiata da Iván Siklósi, con intertitoli armoniosi e ben sposati con la grafica. Sapore vagamente espressionista, aiutato positivamente da una colorazione ad effetto ed una recente sonorizzazione musicale di Marc Perrone.
I fatti dell'epoca hanno portato ad una deriva diversa, umanamente negativa, infangata da individualismo ed inapplicabilità, ma nulla toglie che certe opere presentino una versione incantata e speranzosa di un futuro cooperativo e roseo, fatto di eroi internazionali e non votati alla creazione di imperi arroganti e prevaricatori.
E' l'unico film ungherese di Kertész ad essere sopravvissuto, ricordiamo che il regista emigrerà altrove (adattando il nome in Michael Curtis) e regalerà classici come Casablanca.
Recupero e restauro ad opera della Magyar Filmintézet.
Questa ed altre perle sono disponibili in streaming nel curatissimo sito Europa Film Treasures.

sabato 5 dicembre 2009

propagazioni

I tempi possono cambiare le paure, oppure conservarle... Nonostante determinati mali persistano anche al giorno d'oggi, in taluni periodi esisteva particolare attenzione dovuta a maggior diffusione locale. Di contro, certe questioni rimangono intatte anche nei nostri tempi, con gli stessi riguardi.
Questo preambolo nasce per presentare delle "pubblicità progresso" retro, create per spiegare, tramite cinematografo, cause ed effetti di alcolismo e tubercolosi.
La realizzazione è ad opera della Lobster Films, con disegni del pittore Marius "O'Galop" Rossillon, famoso per la creazione del Bidedum di Michelin
Petites cause grands effets (1912) ci spiega a cosa porta l'assunzione giornaliera di alcolici, tramite disegni animati "minimalmente". Il tono è abbastanza ingenuo e talune descrizioni presentano un'impostazione forse poco rispettosa.
Stesso tema per Le circuit de l'alcool (1912), che però si concentra maggiormente sull'individuo assuntore e meno su chi lo circonda; forse più attuale del precedente.
Nel 1918 viene distribuito Pour résister à la tuberculouse, molto semplice anch'esso, nonché focalizzato poco su profondità scientifiche e più su dritte circa un certo benessere generale.
Documenti d'epoca interessanti, utili per avere un'idea suoi modi passati di affrontare i malesseri, sulle loro diffusioni temporali ed ovviamente per le modalità tecniche di comunicazione.
Reperibili sul web con una semplice ricerca...

sabato 28 novembre 2009

il terribile aiuto

Spalovac mrtvol
(L'uomo che bruciava i cadaveri)
1969
Cecoslovacchia
Regia: Juraj Herz
Soggetto: Ladislav Fuks
Sceneggiatura: Ladislav Fuks, Juraj Herz

Il degenero di una mente durante un evento storico, cose collegate oppure totale simbiosi.
Il sig. Kopfrkingl lavora in un crematorio nella Praga pre seconda guerra mondiale; la successiva occupazione nazista lo influenzerà, affascinerà ed aiuterà il risveglio dei suoi deliri di onnipotenza.
Collaborazionista, putrido borghese, benpensante, attanagliato dai vizi più comuni, materialmente di una repellente banalità. Nel suo io invece: liberatore di anima e corpo, purificatore, portatore di giusta morale e futuro prospero, integerrimo, addirittura punto fermo per l'intera umanità. Conosce sua moglie in uno zoo, simbolo di sopraffazione degli uni sugli altri, con i primi che si credono braccio del giusto fato, oppure gabbia di chiusura in attesa di un'esplosione psicotica; ama la sua stanza da bagno, per lui luogo di abluzione. Canonicamente perseguitato dalla propria coscienza, con due "anime" differenti, stile angelo e diavolo. Il finale sarà il continuo di una folle giustificazione, una missione per conto di uno dei mali del XX secolo.
Riproponiamo un estratto dal decennio sessanta cecoslovacco. In quest'anno La Nová Vlna subiva la ghigliottina post Primavera di Praga, ma l'opera è comunque di alto prestigio. Forse proprio per il contesto si è preferito rivolgersi, prendendo una novella dell'esperto di genere Ladislav Fuks, verso la precedente occupazione della nazione. Intendiamo portare il giudizio del film a livello di ben più note pellicole, perizia tecnica di una complicata "poesia" macabra. Presenze azzeccatissime nei loro ruoli, dal protagonista alla famiglia, dai conoscenti ai più marginali.
Un sentito ringraziamento agli appassionati che traducono nella nostra lingua i sottotitoli di queste perle, in modo che basti recuperare anche una versione straniera per goderne degnamente.

P.S. D'ora in poi presente nei testi anche chi scrive soggetto e sceneggiatura. L'idea era quella di citare solo la regia, per poi lasciare al lettore realmente interessato il documentarsi sul resto, ma certe parti sono comunque primarie ed è buona cosa, a nostro parere, riportarle.

sabato 21 novembre 2009

passione

Шахматная горячка (Shakhmatnaya goryachka)
(La febbre degli scacchi)
1925
Unione Sovietica
Regia: Vsevolod Pudovkin, Nikolai Shpikovsky
Scritto: Nikolai Shpikovsky

Seconda creazione di uno dei più bravi esponenti della "concezione del montaggio" sovietico, coadiuvato da Nikolai Shpikovsky, curatore anche del soggetto.
E' la storia di una smania collettiva circa il gioco degli scacchi, l'intera popolazione moscovita ne è completamente dipendente. C'è un ragazzo che pregiudica il suo rapporto sentimentale per studiare tattiche ed impegnarsi in sessioni anche in solitaria, proprio tramite il famoso immaginario del cambio repentino di seggiola. Non difficile farsi passare per la testa l'allegoria del vizio, dell'esasperazione, degli eccessi circoscritti ad un'unica fascia, che preclude altro; nella pellicola gli scacchi, nel mondo attuale i social network (un esempio fra tanti, però permetteteci di non accostare più di tanto le due cose, gli scacchi sono comunque un gioco che tiene in movimento la mente, sempre)? Finale che sembrava dirigersi sullo spirito di sacrificio e di adattamento, per poi velocemente cambiare rotta...
Realizzazione da alta scuola, sequenze veloci che ci mostrano una Mosca innevata con le sue molteplici caratteristiche.
Cameo per il campione di scacchi cubano José Raúl Capablanca.
Presente su Youtube, lì soltanto in russo:
PARTE UNO
PARTE DUE

martedì 10 novembre 2009

corridoi

Postava k podpírání
1963
Cecoslovacchia
Regia: Pavel Jur
ácek, Jan Schmidt

Scritto: Pavel Jurácek, Jan Schmidt

Parliamo della Nová Vlna, il movimento culturale cecoslovacco che creò una partenza creativa e i presupposti per un futuro di maggiori espressioni in vari campi; il tutto scemò con la Primavera di Praga, nonostante la volontà di Dubček utile anche ad una continuazione della cosa...
Torneremo sicuramente a parlare di essa, ora però ci concentriamo su un mediometraggio di due figure molto influenti nel panorama cinematografico statale: Pavel Jurácek e Jan Schmidt, registi e ideatori di quest'opera.
Un uomo e il resto dei cittadini sono alla ricerca di Joseph Kilian, metafora di un'immagine del potere invisibile, velato e conosciuto nello stesso tempo, spesso ritenuto sano a prescindere. L'uomo si ritroverà anche ad affittare un gatto in una fantasiosa agenzia, ma la sua azione non potrà avere un fine, la burocrazia lo farà sprofondare in un baratro infinito, quello che il popolo "non comprende".
Ogni scena è una descrizione sociale profonda: il micio come volontà di espressione artistica poi castrata, l'operaio con lo scaldabagno simbolo di necessità di rinnovamento, quello che non salirà le scale e finirà giù per i gradini delle difficoltà formali. L'esplicita carta suggerimenti dei lavoratori vuota, la fila in un ufficio che in realtà è inesistente. Angoscianti i momenti in cui giri verbali e di concetti stringono il petto del protagonista, il fine è un'ammissione di colpa verso l'apparato autoritario, quel capitalismo di stato erroneamente definito socialismo o comunismo.
Joseph Kilian è tutti e nessuno.

martedì 3 novembre 2009

profondità, ma non solo...

Alien 2 sulla Terra
1980
Italia
Regia: Ciro Ippolito, Biagio Proietti
Scritto: Ciro Ippolito

Dirigiamoci verso quello che, con discreta superficialità, è definito trash, termine che dovrebbe racchiudere svariate pellicole di altrettanto disparati generi. Evidente che non concordiamo con il termine, troppo difficile definire questo presunto aspetto nel largo panorama cinematografico.
Qui siamo nella fantascienza, ma non quella a stella e strisce carica di effetti visivi ed eroi, siamo entro qualcosa di più pessimista e catastrofico.
Una spedizione di speleologi va temporalmente di pari passo al rientro di un nave dallo spazio; una sua componente, dotata di particolari poteri mentali, si rende subito conto che c'è qualcosa di anomalo nell'aria... Nelle grotte sotterranee dove sono diretti accadranno eventi spiacevoli, con la comparsa di esseri di un altro mondo, ma il caos sembra non essere presente soltanto entro quei confini...
Già dal titolo si denota subito il desiderio di cavalcare l'onda di pellicole di maggior successo, facendo leva sull'idea di seguiti cronologici. Il caso in questione però non è una semplice scopiazzatura, il risultato è fattivamente originale. Le sequenze sotterranee sono claustrofobiche e di ottima tensione, peccato per le numerose ingenuità, a tratti veramente ironico involontarie. Effetti da "avanzi di macelleria", le entità sono qualcosa di indefinito causa limitato budget, anche se si crea un effetto di vedo non vedo atto a non voler svelare il loro totale aspetto fisico. Comparse e presenze quasi di fortuna, non troviamo neanche i soliti caratteristi del periodo. Lode invece al finale, realizzazione apocalittica e disperata, di sicuro non un happy ending.
La pellicola è tornata alla ribalta perché il regista Ippolito ha accusato lo sceneggiatore di un recente film, The Descent, di aver rubato l'idea della trama; pare però che l'unica similitudine sia l'ambientazione sotterranea.

martedì 27 ottobre 2009

il bacio di plastica

La ragazza di latta
1970
Italia
Regia: Marcello Aliprandi
Scritto: Marcello Aliprandi, Fernando Imbert, Françoise Leherissay

Torniamo a proporre un altro estratto dalla miniera d'oro del panorama italico anni settanta, pregno di leggerezze quanto di profondità e impegno.
Pellicola questa di difficile definizione, potremmo definirla commedia , ma il termine è davvero stretto...
Rossi Osvaldo, impiegato nell'ala finanziaria della Smack, grossa azienda con ramificazione in molteplici settori, vive pienamente la sua personalità, rinunciando a quei tratti generali sposati dalle persone che gli stanno intorno. Rinuncia all'omologazione in ufficio, aspetto compreso, rifiuta di acquistare il mezzo di locomozione ambito e sfoggiato da tutti, un'auto prodotta dalla Smack stessa (la Rolls Smack), preferendo spostarsi in pattini a rotelle. Anche con la moglie ha le sue difficoltà, lei dirige un atelier di monda ed è accecata dal culto del lavoro full-time, sacrificando anche i momenti di relax. Riesce a trovare ristoro in rare occasioni, una è nell'impegno in un insolito gioco svolto con degli amici, comunque vissuto anch'esso nella sua ottica non conforme.
Uno strappo avviene con la visione di una ragazza, apparentemente alienante e sognante come lui, al di fuori del sistema. Incontri onirici con costei si alternano al trantran oppressivo: festini con amici della moglie, fintamente emancipati e tutti consumismo e spicciola carnalità, pressanti dirigenti che spingono il povero impiegato ad uniformarsi, in cambio di maggior benessere e visibilità con i superiori. Non mancano neanche i commentatori da strada, popolino giudicante e sparlante. Non basta corazzarsi e contrattaccare, scena rappresentata con il Rossi che indossa una vera e propria armatura, gli attacchi continuano ed il peggio arriva imbattendosi con il massimo esponente del degradato mondo, il Dottor Smack. Costui tenta di dare un colpo fatale, trasformare l'informalità del suo sottoposto nella più alta formalità possibile, decretandolo suo successore. Unica direttiva sarebbe rinunciare al proprio essere e standardizzarsi, ma L'Amore per l'anomala donna degli incontri farà declinare la proposta.
Nonostante ciò, la vita di prima sembra continuare, il tutto avvalorato dalle predizioni di un più che "felliniano" mago incontrato durante l'ennesima ricerca del suo tesoro.
Ci si avvia così verso il malinconico finale (SPOILER), la donna dei suoi sogni è semplicemente una produzione commerciale (modello XYZ4Bis) della famigerata ditta, uno dei tanti automi ordinabili per combattere commercialmente anche la solitudine, facendo leva su creazioni ad hoc per gli acquirenti. E' la goccia, Osvaldo, dopo una prima ed aggressiva riluttanza, accetterà la compagnia di lei e si uniformerà; guiderà la Rolls Smack e assumerà l'aspetto di tutti... (FINE SPOILER)
Davvero un gioiello quest'opera, critica al consumismo capitalista disegnata con un'impronta surrelista, bretoniana! Nonostante la povertà di mezzi, diverse scene sono delle vere e proprie opere d'arte, magari non immediate causa potente astrattismo, ma cariche di un irriverente significato. Grande ruolo anche per l'accompagnamento sonoro di Nicola Piovani, eseguito da Stelvio Cipriani, ed in gran forma i due protagonisti, una leggiadra Sidne Rome e un non meno bravo Roberto Antonelli (concittadino di chi scrive) .
Sembra sparito dal mercato, niente DVD, nessuna programmazione sulle principali TV in chiaro (trasmesso però dal canale Super 3, quindi...); la Smack non vuole proporlo... ;)

mercoledì 21 ottobre 2009

scrutando dall'ombra

Il gatto dagli occhi di giada
1977
Italia
Regia: Antonio Bido
Scritto: Antonio Bido, Roberto Natale, Vittorio Schiraldi, Aldo Serio
Sceneggiatura: Vittorio Schiraldi

Siamo nel vasto mondo del giallo/thriller all'italiana, portato alla massima popolarità da Dario Argento e ritenuto pilastro fondamentale del nostro cinema ormai passato.
Trama che si snoda fra molteplici vicoli: avviene un omicidio, un'attrice percepisce inaspettatamente un dettaglio scomodo e per questo viene perseguitata dall'omicida. I delitti continuano, così come i rischi per la protagonista; in seguito sarà aiutata da un amico, pronto a tuffarsi nel labirinto di indagini. Finale inaspettato.
Non tra i famosissimi del periodo, ma degno di rilevanza per la realizzazione globale, partendo dalle ottime interpretazioni. Non mancano i momenti di tensione, doverosi per un thriller, accompagnati dagli ottimi temi musicali. Su quest'ultimo aspetto vorremmo soffermarci un po' di più: realizzati dal gruppo Trans Europa Express, presentano chiarissimi rimandi ai Goblin delle opere "argentiane", pur elevandosi per maestria tecnica.
Altra caratteristica usuale e qui riproposta degnamente è l'ambientazione urbana, con quell'idea di eventi che potrebbero capitare nel quotidiano di chiunque.
Bido si ripresenterà l'anno dopo con Solamente nero, altro thriller, poi cambierà totalmente direzione.

sabato 17 ottobre 2009

figure tragicomiche

ハウス (Hausu)
1977
Giappone
Regia: Nobuhiko Ôbayashi
Soggetto: Chigumi Ôbayashi
Sceneggiatura: Chiho Katsura

Storia più che classica, ma confezione spumeggiante! Chiunque incappi in codesta pellicola non può rimanerne indifferente, colpisce per le peculiarità o delude per... le peculiarità.
Una studentessa, causa situazione familiare non accettata, parte per una vacanza di gruppo, raggiungendo la zia in una vecchia magione.
Orrore e commedia si fondono in un'amalgama caleidoscopica, un tornado di effetti visivi di stampo vintage. In molti momenti vicino ai film d'animazione, eclettico anche nell'unione di suono e grafica. Siamo nel '77, ma avanti di vari anni come inventiva. Evidente, per l'appassionato, anche ciò che in seguito ha ispirato: Evil Dead e seguiti (La Casa in italiano) torna in mente in più di un'occasione(se la pellicola è stata assaporata in precedenza, nonostante sia ovviamente più recente, il primo capitolo è del 1981). Raimi stesso, il regista, ha ammesso di avere particolare stima per la filmografia orientale di genere. Oltre a riprendere l'originalità delle scelte visive, sembra sia di richiamo anche l'approccio ironico-orrorifico, bilanciato ed appariscente.
Molti personaggi stereotipati, probabile volontà per rendere ancora più macchiettistico il film, altri assurdi e caotici. Musiche che passano dal suono simil carillon al tragico, comprendendo anche pezzi "americaneggianti" ed "europeggianti".
Nonostante l'impostazione generale, la spiegazione di fondo presenta un tema serio e drammatico.
Sui generis, termine giusto per definire l'opera.

lunedì 5 ottobre 2009

un insieme

쓰리, 몬스터 : 컷 (Three... Extremes)
(Three... Extremes)
2004
Hong Kong, Corea del Sud, Giappone
Regia: Fruit Chan (Dumplings), Chan-wook Park (Cut), Takashi Miike (Box)
Scritto: Lilian Lee (Dumplings), Chan-wook Park (Cut), Bun Saikou, Haruko Fukushima (Box)

Comunione d'intenti d'Estremo Oriente, film ad episodi che può definirsi in linea con San Geng, altra realizzazione simile di due anni prima.
Alto livello qualitativo generale, localizzato professionalmente e presentato all'edizione sessantunesima della Mostra di Venezia.
Dumplings: segmento di Fruit Chan, produzione Hong Kong. Episodio "carnoso" con risvolti sociali, protagonista il tipo di pasta tipica in stile ravioli, riempita della spasmodica ricerca dell'apparire a tutti i costi, nonostante l'iter, la pressione psicologica e l'influsso, qui trattato in modo concreto, sull'intera società. Spazio anche per disamine sociali sulla donna, mai sorpassate e mai completamente degne dell'attenzione globale. Abili gli attori, chiara e realista l'ambientazione. Ne esiste anche una versione allungata: San Geng 2 - Jiaozi.
Cut: coreano e con la regia di Park Chan-wook, è il più d'impatto dei tre, pur presentando un topoi classico che strizza l'occhio ai recenti torture porn, presenta anch'esso profondità cerebrali degne di nota. Una comparsa cinematografica in cerca di vendetta verso le persone che invidia di più. Metacinematografico, scena nella scena e successiva proposta al pubblico, quasi tutto girato nell'unico ambiente di un visibile set filmico. Man mano che si susseguono i colpi di scena l'idea nella mente di chi guarda viene modificata e sovvertita; difficile definire chi è colpevole, ma anche chi è innocente...
The Box: Giappone, Takashi Miike. Continuamo ad essere dell'idea che sono queste le pellicole che mancano nell'odierno panorama cinematografico occidentale. Un sogno grafico e di sussurri, presenze dolci e spettrali in ambienti caldi e freddi, un vero carillon stregante. Per la rappresentazione generale ricorda quel Kaidan ispirato al racconto di Lafcadio Hearn, contenuto nel libro recensito in precedenza. Il Miike ricordato principalmente per pellicole più ricche d'azione ci regala il giusto coronamento ad una trilogia da citare fra le migliori di genere.

venerdì 25 settembre 2009

gira...

うずまき (Uzumaki)
2000
Giappone
Regia: Higuchinsky
Scritto: Junji Ito, Kengo Kaji, Takao Nitta, Chika Yasuo

Plot deboluccio per un'esplosione visivamente originale.
La spirale; elemento che, vista anche la sua composizione e l'uso derivativo del termine, innesca una serie di eventi a catena in una piccola cittadina giapponese.
Gli effetti non sono strabordanti, ma scelti deliziosamente per infarcire uno scenario canonicamente nipponico, fatto di quei luoghi e personaggi che ormai conosciamo anche noi europei. Tutto ciò viene colpito e sovvertito, il vortice risucchia man mano tutti.
Stile di ripresa particolarissimo, da solo vale davvero almeno una visione; presente, in questi termini, anche un evidente omaggio al maestro Yasujiro Ozu, ai suoi dialoghi con inquadratura frontale.
C'è posto anche per qualche momento inaspettato ed inquietante, insieme a scene dal sapore parodistico e paradossalmente conturbanti: alcuni visi, corridoi "particolari", situazioni drammatiche in un certo qual modo affrontate con leggerezza...
Visione non impegnativissima, supportata anche da doppiaggio in italiano.
Tratto da un manga e definito una delle migliori pellicole terror giapponesi.

mercoledì 16 settembre 2009

flessuosità

빈 집 (Bin-jip)
(Ferro 3 - La casa vuota)
2004
Corea del Sud
Regia: Ki-duk Kim
Scritto: Ki-duk Kim


Un'emozione sensoriale: termini utili per definire questo film.
L'estetica dell'impalpabile, dell'etereo e del suo presenziare sulla terra.
Un giovane, Tae-Suk, "vive" delle abitazioni, approfittando dell'assenza dei proprietari. In una sfarzosa villa viene a contatto con una donna maltrattata dal compagno, da qui l'inizio del condividere.
Una trama leggera come i movimenti del protagonista nella scena della cella, come la personalità della ragazza incontrata. Notevole come l'uomo viva gli oggetti che trova nelle case, nel modo più naturale ed accurato sentimentalmente, come potrebbero farlo i proprietari. Questi però, a parte un esempio mostrato, li usano come estensione delle loro frustrazioni e disagi, sarà anche il ragazzo a farne le spese, non per contatto volontario, ma per maligna imposizione della società materialista. C'è la sua voglia di cambiare le cose positivamente, rappresentata metaforicamente dal lavaggio dei panni presenti e dall'aggiustare degli oggetti trovati danneggiati, nonché il tentativo di dividere il bene trovato (vedi scene delle foto).
Evocative anche le sequenze del golf: Tae-Suk porta via al marito della donna mazza (da qui il titolo della pellicola) e palline da golf, che userà tenendo le sfere legate con un laccio ad un albero. Fantasia che non vuole prendere il volo? Nonostante si spinga con forza, viene, da molti, immobilizzata? C'è anche un epilogo tragico, la pallina si distacca e ferisce una donna, possibile volto delle derive violente e dannose.
Finale da antologia: quello che non si può cambiare può essere compensato con l'anima...
Musica sublime e dolcezza generale, ottima la scelta di non far parlare mai i protagonisti.
Film consigliato davvero a tutti, ci ha sorpreso il fatto che, attualmente, in altri Paesi possa essere creata e "massimalmente" apprezzata un'opera così profonda e sensibile, mentre nelle nostre lande è arcinoto che bisogna sfornare carne e potere in quantità, nonostante le rare eccezioni.
Da vedere senza attendere remake arrogati e cambiati di senso.

mercoledì 9 settembre 2009

Vecchie abitudini

77 leggende praghesi
Alena Ježková
Práh


Se la nostalgia per i vecchi libri di fiabe sfiora il lettore, la soluzione è in questo volume. Una miriade di leggende locali, divise egregiamente secondo i quartieri praghesi, dai differenti toni: romantico, esistenziale, terrorizzante, umoristico... Colpisce lo stile ultra semplice, fanciullesco, che rende l'opera utile e fruibile dai bambini(magari fra un'imitazione celebrativa per Cannavaro e un video sul cellulare...) o da quelli dentro ogni adulto. Inebriante anche nell'estetica, grandi caratteri accompagnati da disegni a tema, anch'essi dal vago sapore infantile... Alcuni racconti sembrano un po' forzati, nel senso che più che appartenere a storie classiche sembra siano messi come rimepitivo e come "giustificazione" per la presenza di luoghi, monumenti ed altro; trattasi solo di fugace e possibile impressione, non essendo esperti del tema non possiamo confermare se il tutto sia effettivamente presente nel turbine di testi passati. Da rilevare delle piccole mappe che, per ogni storiella, indicano il punto preciso dei fantasiosi avvenimenti. La versione in italico idioma non sembra reperibile al di fuori di... Praga o Cechia stessa, assente anche online. Rientra quindi nei consigli per viaggiatori, un ottimo souvenir.

sabato 5 settembre 2009

sentimento e/o sporcizia

Jörg Buttgereit
Produzioni recenti

Maturazione artistica e stile delineato si collocano in questo ultimo periodo. I film presentano una visione più patinata e pulita(non necessariamente un pregio... ) e la reperibilità è finalmente accettabile.
Nekromantik 2 (1991): seguito cronologicamente sensato, più ampio e curato dal punto di vista tecnico. Il tema portante non è estremamente diverso dall'originale, ma si susseguono dettagli e sequenze che rendono più varia la trama. In rari casi si può parlare addirittura di surrealismo, misto al "realismo romantico" infuso e consolidato. Colpisce anche l'ambiente, variato sul caldo ed accogliente, utile ad infondere allo spettatore la naturalità degli eventi. Convincenti i due protagonisti, almeno quanto la coppia del primo episodio. Presenti nuovamente sequenze reali, le papabili intenzioni dell'autore potrebbero essere quelle di voler trasformare il pubblico in parte del film, oppure indurre a semplice shock e raccapriccio. Potremmo considerare il tutto uno sfruttamento troppo profondo, una specie di sostituzione causa mancanza di altre capacità, idee o mezzi, oltretutto è sempre controverso l'uso di veri filmati, quasi una negazione del cinema stesso. Da apprezzare le musiche. Finale aperto a seguiti.
Schramm (1993). Il più cinico dell'intera filmografia. La vita di un uomo disagiato, attraverso la sua mente. Apparentemente confusionario, non segue regole cronologiche ben precise né si sforza di essere chiaro, si narra di pensieri, desideri... Molto debole dal punto di vista visuale, ma anche in questo caso si fa di necessità virtù, ed un ambiente scarno appare come usuale, quindi utile al soggetto. Ha avuto un discreto seguito fra gli appassionati italiani e la sua uscita coincide con il rispolvero delle opere precedenti.
Buttgereit ha diretto anche un episodio di Lexx e due di Durch die Nacht mit..., due serie TV mai arrivate ufficialmente in Italia.
Attende distribuzione Captain Berlin versus Hitler, sorta di omaggio-ripescaggio del suo corto, e siamo nell'attesa che la sua ultima produzione, il film TV Monsterland, goda di una localizzazione.

martedì 1 settembre 2009

materia e psiche

Jörg Buttgereit
I primi lungometraggi

Dai lavori giovanili si passa al semi amatoriale, la diffusione underground aiuta a scoprire quelle che saranno le sue pellicole più note.
Nekromantik (1987). Opera di lancio, altamente rappresentativa per l'immagine del regista. Il tema è quello della necrofilia, con la sola proposta che rimane controversa anche al giorno d'oggi.
Il tentativo, come da titolo, è di illustrare tale pratica sotto una luce romantica ed armoniosa.
Una coppia si diletta con parti di corpi umani, finché non riescono a reperirne uno nella sua interezza; ciò non è difficile, l'uomo ha un lavoro particolare, si occupa della "rimozione" di cadaveri su luoghi di disastri.
Tecnicamente siamo nel ramo del "garage e amici", tutti gli attori solo la crew standard di Jörg, ed i luoghi di ripresa sono arrangiati un po' dove capita. La cosa però assume un discreto valore, le interpetazioni e le ambientazioni sono marce, dismesse e malate, il messaggio proposto è affine.
Una connotazione che vogliamo considerare è il lato grottesco dell'opera, dai più definita soltanto truce(magari nell'uso furbo ed un po' maligno di alcune sequenze lo è...). Sembra invece che, a tratti, voglia giocare con lo spettatore e con l'amore, renderlo quasi macchietta.
Der Todesking (1989) inasprisce ancor di più i temi. In questo caso non si è concentrati sulla carnalità del decesso, ma sulla sua visione filosofica.
La sinapsi vede storie di tanti individui, nel numero dei giorni della settimana. Storie tristi, angosciose, ma anche "farsesche", farse nere...
Il plot è sempre il raggiungimento della morte e i suoi perché, analizzando il quotidiano che più tale non potrebbe essere. I giorni della settimana citati sopra fungono anche da metafora di deterioramento, rappresentato anche da alcuni spezzoni che non sveliamo, fra una sequenza e l'altra.
Soliti luoghi simili e facce familiari, menzioniamo però le musiche e i curati titoli di coda.
Come per il precedente Nekromantik, anche in questo caso il soggetto è scritto a due mani con Franz Roderkirchen.

giovedì 30 luglio 2009

buffa decorrenza

Jörg Buttgereit Gli esordi

Abbiamo deciso di spaziare attraverso la filmografia di questo controverso creatore, osannato e denigrato allo stesso modo. Difficile etichettarlo, i suoi esordi sono nettamente grotteschi, ma la sua consacrazione fa pesantemente leva su tratti psicologici, tematiche comunque non parche di macabre applicazioni. Ciò che descriviamo è il complesso delle sue opere come "director", tenendo presente che ci si è avvalsi della sua presenza anche in altre sedi, come attore, effettista ecc.
Mein Papi (1982): filmato dall'aspetto casalingo, ma che vuole raccontare storie della famiglia dell'autore. Nonostante sia il primo film ufficiale sembra realizzato meglio di altre situazioni successive.
Captain Berlin - Retter der Welt (1982): parodistica storia di un supereroe in lotta con i malvagi di turno, all'interno di una Berlino Ovest sconfinata ed algida. Nulla di rilevante, un puro esperimento giovanile. Meritano citazione le musiche, tipica elettronica ossessiva del periodo, ad opera di Peter Synthetic.
Der Gollob (1983): Si rimane nell'amatoriale classico, con una storia horror-fantascientifica. Il plot narra di una pizza mutante che perpetra una serie di assassinii. Anche qui è evidente la carica volutamente umoristica, nonostante qualche omicidio deviato sul serioso. Effetti super essenziali e recitazione "di amicizia", discrete comunque le location e il main theme. A cercar forzatamente potrebbe essere trovata ache una critica anti consumistica.
Horror Heaven (1984): inizia ad intravedersi un certo stile (sempre sotto un'ottica sotto professionale), c'è maggiore cura e meno improvvisazione. Il titolo è azzeccato, è un collage di storie su alcune creature classiche del genere terrorifico... e non solo... In esame una mummia, la creatura di Frankenstein ed un clone di Godzilla, con l'aggiunta di una donna cannibale e il riesumato Captain Berlin. Anfitrione lo stesso Buttgereit. La crew è sempre mossa innanzitutto dallo svago, il trucco alla bell'e meglio. Nella storia del simil Godzilla trova posto anche il passo uno.
Blutige Exzesse im Führerbunker (1984): un delirante Hitler di cartapesta vede ribellarsi due cadaveri adibiti a probabili esperimenti. Finirà smembrato in tutta la sua pochezza.
Hot Love (1985): storia d'amore noir, con personaggi felicemente stereotipati. La piega presa successivamente è di quelle tragiche e il tutto sfocerà in un interessante finale con rimandi quasi Lynchiani. La rappresentazione generale è accettabile, presente anche una dose discreta di inquietudine. Probabilmente uno dei migliori corti d'entrata in scena.
In questi anni di produzione sono nati anche So war das S.O.36 e Jesus - Der Film, che non abbiamo considerato in quanto trattasi di collaborazioni con altri registi.
La filmografia non ufficiale fa rientrare anche Der Explodierende Turnschuh, Der Trend, Manne The Muwie e Das Letzte (una sorta di making of della presentazione di Hot Love).

domenica 26 luglio 2009

Divagazioni

Apriamo una parentesi atipica.
La segnalazione tratta l'amatoriale, ma quello più puro. Necessario: una telecamera e tanta naturalità.
Niente approfondimenti sceneggiativi, né grandi mezzi né esperienze cinematografiche professionali. Occhio puntato sul territorio, sulle sue sfaccettature, modi di vita, sul suo vernacolo.
Ortensia Amore Mio(link): demenzialità e nonsense imperano. La storia? Semplicemente un pomeriggio collinare con i suoi contorni. La caratterizzazione anarchica ed improvvisata può inaspettatamente nascondere tratti più profondi, addirittura critiche e rimandi...
L'Uomo Pene(Prima parte - Seconda parte):
il corto ha subito un recente restyling che l'ha trasformto in una creatura weird. Il plot ricorda vagamente la fantascienza anni cinquanta/sessanta, con i suoi cliché e peculiarità. Contenitore di tipologie e personalità del posto, fa leva soprattutto su stacchi simil onirici. Demolitore di miti e tabù.
Qualcuno ha definito questi short dadaisti, può darsi che lo siano. Può darsi che lo sia anche questo scritto.

mercoledì 22 luglio 2009

semplice e diretto

Конфликт (Konflikt)
1983
Unione Sovietica
Regia: Garri Bardin
Scritto: Garri Bardin

Sceneggiatura di Bardin per animazione sovietica minimalista, il conflitto visto attraverso oggetti, in questo caso normali fiammiferi.
Prevaricazione, violenza, annullamento culturale, presuzione, manie di grandezza, terrore, morte... Incredibile come un'animazione così sobria possa dare un messaggio talmente forte.
Gruppi di fiammiferi si fronteggiano su un campo da battaglia di stoffa, passaggio alle maniere forti dopo un tempo determinato all'interno dei propri confini. Stop motion imperante e risultato pienamente soddisfacente.
L'anno ed il luogo di produzione rendono pienamente l'idea del "rilassamento storico" prossimo ad arrivare...
Sette minuti da dedicare esclusivamente alla riflessione.
Reperibile anche presso i comuni siti di condivisione video.

mercoledì 8 luglio 2009

angosciosi borghi

Bambini, ragni e altri predatori
Eraldo Baldini
Einaudi

Quante volte ci si ferma a ricordare l'infanzia, con la sua connotazione spensierata e la semplicità del vivere. Nel panorama letterario c'è anche qualcuno che la racconta diversamente; costui è Eraldo Baldini.
Il tutto non si limita alla riproposta macabra ed ombrosa dei proprio ricordi di bambino, ma si espande verso quotidianità di ogni sorta: mondo animale, culto, denaro, lavoro, guerra... Normale anche l'incrociarsi di tutti gli aspetti, analizzati con l'occhio di chi ha vissuto e continua a vivere la provincia, quella dei prati, dei mari e delle ginocchia sbucciate. Tante volte è stato battuto questo terreno, ma un'attenzione così profonda ai dettagli psicologici e comunicativi è cosa più che rara.
Molto viene demolito ed altrettanto viene avvalorato. Credenze e leggende di ogni sorta, che magari cambiano velatamente di regione in regione, di paese in paese. Gli aracnidi porterebbero fortuna? Ci pensa il racconto Il ragno a dire il contrario, l'entità della storia è un ciclone che spezza totalmente la quiete del protagonista. L'uccisione del maiale, nonostante l'efferatezza, è notoriamente un momento di acquisizione di beni, ma ne Il carognone si trasforma in un incubo da fare invidia agli eco-vengeance con creature marine, cani ed orsi ben più famosi. I nonni sono personcine amorevoli e piene d'affetto? Come gli indiani ci mostra un reduce connotato da uno spirito selvaggio, tutto grazie ad un'esperienza fanciullesca fuori dai propri confini. Per non parlare dei genitori, il declino proposto in Affetti familiari è grottesco, ma profondamente metaforico e toccante per tanti casi. Sotto lo stesso tetto ridiscende nuovamente verso la terza età, truci pensieri pervadono il racconto, anche se mossi dai famosi nobili sentimenti antichi.
C'è spazio anche per le figure mostruose (La Bestia della palude, E poi c'era l'Uomo Occhi Marci), quelle leggende di spaventosi umani che hanno accompagnato tutti noi.
Sacro e profano esistenti grazie a La croce del drago e Gli amici di Sara, beneficio del dubbio e psicologia sociale ben presenti.
Le figure di pescatori e cacciatori, già descritte in modi forti più di una volta, rivivono in Pesca grossa e in Nebbia grossa e galline nere; la seconda storia non sfigurerebbe affatto sul grande schermo.
Essendo un libro di nuova edizione, non poteva mancare la mondanità e la disillusione dei valori, l'immigrazione e la futilità di alcune visioni di vita: Notturno con violino e Cenerentola 2000.
La seconda guerra mondiale, prima, durante e dopo: La solitudine della medusa e, la più corposa novella del libro, L'Uccisore, toccano storicamente. La prima illustra i postumi di un delirio e del suo codone di conseguenze, la seconda fa uso di salti cronologici che ben rendono la memoria, la caratterizzazione e il disincanto negli animi di chi vide quegli orrori.
La scrittura è scorrevole, semplificata quanto basta per una lettura tutta d'un fiato, comunque non priva di termini aulici. A tratti potrebbe nascere un sentore di prevedibilità, ma supponiamo sia un condizione normale da narrazione di folclore.
Dopo aver raccontato dei vostri giochi all'aria aperta di un tempo, potreste fermarmi a riflettere sull'oscurità rurale, il libro in questione sarebbe utile allo scopo.

sabato 4 luglio 2009

le due strade

Night of the Demon
(La notte del demonio)
1957
Regno Unito
Regia: Jacques Tourneur
Soggetto: Montague Rhodes James
Sceneggiatura: Charles Bennett, Hal E. Chester, Cy Endfield

Intramontabile e di stile, tipico delle opere di Tourneur. Classe da vendere, unita al terrore strisciante immerso in un noir da antologia. Nel nostro paese ha inciso ed incide una distribuzione travagliata, la versione doppiata è sparita dalla circolazione e la reperibilità è limitata alla versione originale, magari con il supporto didascalico di qualche appassionato...
Uno scienziato, il Dr. John Holden, si sposta dagli USA all'Inghilterra per tenere un congresso. Un presunto omicidio di un collega porterà la sua strada ad incrociarsi con quella del Dr. Julian Karswell, personalità totalmente contraria. Proprio questo contrasto sarà il tema centrale della pellicola: razionalità contro irrazionalità. Come il collega deceduto, Holden si ritrova con una diabolica maledizione di morte che all'inizio prende con distacco e materialismo, ma che in seguito inizierà a preoccuparlo causa caduta delle proprie sicurezze e convinzioni. Per tutto il film aleggerà l'incertezza, nulla sarà spiegato secondo una precisa modalità di pensiero.
Il cultore cinematografico noterà la pregevole realizzazione: inquadrature da oscar e tocchi classe vari in abbondanza, ottima anche la recitazione dei protagonisti, si rileva in particolare il mefistofelico Karswell, perfetta rappresentazione di quotidianità maligna. Davvero pregevole per il tempo anche la realizzazione dell'entità, anche se a nostro avviso un pizzico ridondante, l'intera durata basta sul sussurrato e sull'indotto avrebbe avuto maggior compatibilità con il tema trattato.
Liberamente ispirato al racconto Casting the runes di Montague Rhodes James, maestro del terrore britannico a cui dedicheremo sicuramente qualcosa di più corposo.

domenica 31 maggio 2009

amore stridulo

普通サイズの怪人 (Futsu saizu no kaijin)
1986
Giappone
Regia: Shin'ya Tsukamoto
Scritto: Shin'ya Tsukamoto

La scelta stilistica di questo blog è molto istintiva. L'intento è dare profondi assaggi, liberi da schemi e trattanti diversi ambiti, "colpi" di proposte incontrollate ed impulsive. Un'impostazione più ordinata invece, potrebbe comprendere più o soltanto introspezioni verso intere carriere artistiche (cosa che comunque è accaduta o accadrà, vedi analisi su Švankmajer); questa modalità prenderebbe in esame varie filmografie e quella di ShinyaTsukamoto rientrerebbe a pieno merito in quelle esaminate, è un artista influentissimo per chi scrive. Ora però, andiamo a descrivere una singola pellicola, senza escludere che in seguito la cosa non possa essere ampliata...
Primo cortometraggio reperibile del genio giapponese, prove generali per quello che sarà Tetsuo, sua celeberrima pellicola, famosa nel genere fantascienza cyberpunk. Tutte le scene qui visionabili saranno riprese interamente ed ampliate, alcune ritestate sotto diversa trama anche nel successivo Denchu Kozo no boken, tradotto come Le avventure del ragazzo del palo elettrico.
La trama è particolare, incentrata su uomo che subisce una mutazione tale da ricoprirlo interamente di acciaio, tutto questo causato da una sua vecchia conoscenza e vittima, dotata di poteri speciali grazie a schegge metalliche penetrate nell'organismo.
Fondamentali ed ormai entrare nella mente degli appassionati le sezioni girate a gran velocità per le vie di Tokyo. La veloce creatura metallica simboleggia il caos metropolitano, l'emblema dell'uomo macchina all'interno del quotidiano, materia organica e solida, psiche routinaria e follia generazionale. Imprescindibile anche la sequenza della mutazione sessuale, l'uomo d'acciaio uccide la sua ragazza tramite il suo fallo trasformato in trivella, ribrezzo ed esigenza perversa. Da non dimenticare anche l'inseguimento di apertura, in una metro retro tecnologica, il futuro mostro è apparentemente normale ma inizia a trasformarsi partendo da un arto.
Gli effetti speciali sono creati con il minimo indispensabile, elementi di fortuna e tanto ingegno. Di rilievo i rumori, suoni da fabbrica pesante sono stati la giusta scelta per ciò che viene proposto.
Apocalittica la sequenza finale: la tintinnante entità ed il suo creatore si uniscono in un solo essere, in un'unione d'amore-odio che porterà distruzione nel mondo.
In Italia è conosciuto anche come Mostri di grandezza naturale.

venerdì 22 maggio 2009

risvegli cosmici

The Call of Cthulhu
2005
Stati Uniti d'America
Regia: Andrew Leman
Soggetto: Howard Phillips Lovecraft
Sceneggiatura: Sean Branney

Portare il Maestro Howard Phillips Lovecraft in celluloide è un'ardua impresa, ma non impossibile... La prova è questo mediometraggio realizzato dalla celeberrima H. P. Lovecraft Historical Society, nella sua branca Motion Picture, che può essere definito il miglior adattamento da un racconto del solitario di Providence.
La spasmodica ricerca delle atmosfere ha portato ad un'originalissima scelta, realizzare il tutto come se fosse contemporaneo all'opera letteraria (parliamo di anni Venti). Ci troviamo così con un film del duemilacinque volutamente caratterizzato dai tratti tipici del tempo: pellicola imperfetta, spuntinature, rimandi espressionisti, musica d'accompagnamento, titoli dagli echi "universaliani" e mancanza di sonoro, sopperito da chiare schermate testuali .
Evitiamo di descrivere la trama, tal opera deve essere scoperta personalmente, sia per la sua valenza che per la necessità, causa ferrea fedeltà traspositiva, di averla ben presente prima di apprestarsi alla visione.
Gli attori sono veri e propri omaggi in carne ed ossa all'autore, nonostante si parli di non professionisti si denota una forte passione ed un costante impegno .
Magistralmente focalizzate le parti oniriche e psicologiche, nella loro esposizione scenica ed in sensazioni trasmesse.
Gli effetti speciali sono molto poveri, la cosa si individua in particolar modo nella saliente tappa dell'isola di R'lyeh; un fanatico di tecniche moderne rimarrebbe assolutamente deluso, ma chi conosce l'universo lovecraftiano sa bene che i punti forti sono da ricercare altrove.
In poche parole: il più soddisfacente modo per calarsi cinematograficamente negli orrori di uno dei maggiori esponenti della paura letteraria.
Reperibile innanzitutto presso i realizzatori (http://www.cthulhulives.org/cocmovie/index.html), ma anche sui noti siti d'aste ed altri rivenditori.

lunedì 11 maggio 2009

prima genesi

Frankenstein
1910
Stati Uniti d'America
Regia: J. Searle Dawley
Soggetto: Mary Shelley
Sceneggiatura: J. Searle Dawley

Prodotta dagli Edison Studios, è la prima migrazione cinematografica dell'opera di Mary Wallstonecraft Shelley. Pellicola quasi completamente sconosciuta, è noto che la Creatura ed il Dottore in celluloide più famosi hanno le fattezze di Boris Karloff e Colin Clive , classici personaggi senza tempo del mondo Universal. Si denotano fin dal primo fotogramma i segni del tempo, purtroppo questo gioiello è finito nel dimenticatoio per tanto tempo ed ha sofferto maggiormente dell'usura, comunque la "visionabilità" generale non è compromessa.
Il plot è quello noto, condensato in dodici minuti che non perdono mai di tono. Grande spazio alla creazione ed alla sua modalità, da notare che il tutto avviene con il fuoco, solitamente metafora di distruzione più che di nascita. Sequenza molto curata anche dal punto di vista tecnico, un uso all'inverso della pellicola fa credere che il mostro si componga invece che deteriorarsi. L'aspetto a prodotto ultimato è ben diverso da quello presentato dalla Universal e da Whale (il noto regista), ma anche da quello del romanzo originale. Ottime anche le variazioni cromatiche, scelta presente in molti film del tempo, soprattutto nelle varie riedizioni.
Non possiamo esimerci dal descrivere il finale: la Creatura si annulla specchiandosi e prendendo coscienza del suo aspetto; avviene prima una trasmigrazione nella sua immagine con scomparsa della controparte carnale, poco dopo arriva Frankenstein che vede il suo riflesso ancora sotto forma di creatura per qualche secondo, a simboleggiare che la sua creazione non è altro che il suo io malvagio, ma poi irrompe il suo aspetto materiale e tutto finisce...

venerdì 1 maggio 2009

viaggio d'argilla

Praga, il Golem e altri Demoni
Luigi Bairo
Stampa Alternativa

Le guide turistiche sono diventate delle curate mini enciclopedie inerenti al luogo in esame, questa proposta è un piacevole diversivo, un racconto di viaggio che invoglia a partire...
Edito da Stampa Alternativa e venduto all'abbordabile prezzo di un Euro, è uno scritto di Luigi Bairo, noto soprattutto per le sue tematiche ambientaliste.
Il suo è un viaggio filosofico, scevro da quei bisogni tipici della maggior parte dei visitatori che si riversano nella capitale boema, una ricerca di ciò che rimane di un magico passato inghiottito dal consumismo. Gran parte del volumetto è dedicata ovviamente alla famosa creatura del Golem, alle leggende di chi provò a crearlo, la modalità incarnale e meditativa di farlo e al rabbino che lega il suo nome al folclore, Rabbi Loew. Spazio anche ai riferimenti letterari e cinematografici, al famoso romanzo di Gustav Meyrink e l'altrettanto nota pellicola di Boese e Wegener. Presente un'incursione nella rappresentazione delle sue fattezze e nella penuria di notizie a tema sul web, ma il succo del tutto è l'atemporalità della creatura, carica di un potere esoterico ormai incompatibile con i tempi. Ottima e riflessiva anche la descrizione di luoghi quali il cimitero ebraico e l'ammodernato ghetto.
Ogni tanto l'autore distoglie l'attenzione dal tema e spazia in tratti quotidiani fra il buffo e l'amaro: personaggi che popolano la città, turisti canonici anche esteticamente, birrerie particolari e il generale rifiuto di quella "baroccagine" così semplice e subliminale ma fuori dalle sinapsi della folla che lo circonda. Verso la fine trovano posto anche altre creature del passato, anch'esse ripudiate dalla nuova società tutta trilli telefonici, e la descrizione di una martire e della cappella contenente la sua statua. E' da precisare che l'autore cita luoghi e riferimenti scritti in modo tale da suscitare la voglia di continuare ad informarsi nel lettore.
Citazione conclusiva anche per Franz Kafka. Simbolicissima l'azione del Bairo amante dello scrittore ceco: in visita alla tomba, non riesce a scrivere nulla sul pezzetto di carta da lasciare sulla lapide come fanno altri turisti e deve presto cedere il posto ad un tecnologico fotografo; il tempo ha portato via tutte le parole.

lunedì 27 aprile 2009

versi nella notte

Harpya
1979
Belgio
Regia: Raoul Servais
Scritto: Raoul Servais

Pura tensione ed atmosfera impacchettati in otto di minuti di cortometraggio.
Raoul Servais è un arista belga dedito a varie tecniche cinematografiche, solitamente animazioni miste a recitazione di attori in carne ed ossa, come in questo caso. Presentiamo quest'opera perché si lega mnemonicamente a chi ha avuto la fortuna di vedere un contenitore televisivo trattante brevi film d'animazione, trasmesso anni fa in Mediaset e curato da Maurizio Nichetti.
Notte: un uomo passeggia per la città e nota un'aggressione. Salva la vittima, ma si rende subito conto che ha le fattezze di un'arpia, metà donna e metà uccello. Nonostante ciò la conduce nella sua casa, ma la creatura lo perseguiterà... fino al prossimo adescamento.
L'aspetto visivo creato è accentuatamente "spezzato", le parti disegnate sono minimaliste e l'effetto che si viene a creare accoppiandole con gli attori è parodistico ed originale. Anche il personaggio dell'arpia rende bene e non sono da dimenticare i tocchi di classe grotteschi, vedere l'"amputazione" e ciò ne consegue. Il colpo da maestro rimangono però i suoni, semplici anche questi, ma azzeccati come tempi, martellanti ed ossessivi.
A volte si creano film del terrore che scivolano nella comicità involontaria, questo è un caso inverso, un intento caricaturale che angoscia.

profondo Oriente... partendo da Occidente

Storie di spettri giapponesi
Lafcadio Hearn
Giovanni Tranchida Editore


Lafcadio Hearn era un eclettico del mondo, nato in Grecia da padre irlandese e madre greca, emigrato successivamente negli Stati Uniti e poi arrivato dove voleva, in Giappone. Parliamo di un occidentale quindi, ma nel finale della sua vita divenne un estremo cultore e conoscitore del Sol levante, a tal punto assorbito che, burocraticamente, il suo nome verrà tramutato in Koizumi Yakumo.
Il titolo del libro non è dei migliori, in senso di messaggio verso il pubblico. Dà l'idea di cellulari e spaventati scolari in divisa che affollano le sale adibite a J-Horror. Qui invece andiamo oltre, nelle profondità dello spirito nipponico ed in ogni strada, nel bruno degli occhi a mandorla fino alle scale dei templi buddhisti.
Le storie raccolte sono prelevate da varie opere originali: Kwaidan, In ghostly Japan, Shodowings, Glimpses of unfamiliar Japan. Un sunto essenziale ma esauriente delle profondità dell'anima giapponese. Racconti di spiriti, d'amore (Un karma passionale su tutti), di rancore e di gioia, ma anche descrizioni minuziose di ricorrenze (evocativo è Al mercato dei morti), partendo dai minimi gesti che compongono le vite di educate e serene esistenze. Grande spazio alla reincarnazione (La storia di O-Tei), vista anche come fattore positivo che permette continuità e realizzazione di desideri inespressi. Curato anche l'aspetto religioso, monaci buddhisti vivono situazioni legate al loro essere, profondi e carichi di simbolismi sono Storia di un Tengu e Frammento. Ovviamente ospiti quasi onnipresenti sono le entità spettrali, anche nelle manifestazioni più familiari agli occidentali: alla ricerca di un gesto umano che dia la pace, vendicativi o accondiscendenti. A tal proposito citiamo La riconciliazione, racconto ispiratore per i creatori di Kaidan, maestosa pellicola cinematografica degli anni sessanta, contenente anche altre tre rappresentazioni di Hearn, presenti al di fuori di questa antologia. Protagonisti anche oggetti legati ad entità, alla magia e alla riflessione, da citare La fanciulla del paravento e Uno specchio e una campana. C'è posto anche per agli animali, ben fatto Ululati.
Un limite che può scoraggiare il lettore occidentale è la ricchezza di termini puramente estremo orientali, c'è da dire che le note dell'autore sono lì a correre in suo aiuto ma sono pochine rispetto alla mole di parole per noi inusuali. Sarebbe buona cosa fare ricerche mirate tramite altri mezzi , la cosa arricchirebbe ancor di più la metabolizzazione
Concludendo, chi è alla ricerca di qualcosa di profondo, tradizionale e spettrale circa la terra giapponese può abbandonarsi a questo splendido volume.

venerdì 24 aprile 2009

il vorace nuovo secolo

Jan Švankmajer
Gli anni Duemila

L'ultimo decennio porta una semi rivoluzione, vengono approfonditi alcuni temi e allo stile generale viene concessa una struttura maggiormente fruibile.
Otesánek (2000) è una forma svankmajeriana di una favola ceca dai risvolti macabri, quindi già predisposta ad un'interpretazione oscura.
Una coppia è ossessionata dall'impossibilità di avere un bambino, ciò porterà ad una forma di follia sfociante nel soprannaturale: il marito trova una radice di forma vagamente umana e la regala alla moglie, tale sarà la forza mentale che il ciocco si animerà e divorerà tutto il possibile, persone comprese, fino a diventare di dimensioni spropositate. L'ambientazione è un vecchio condominio ceco con varie tipologie di abitanti, gli eventi sono attentamente seguiti da una bambina.
Metafora della creazione, della volontà umana e dell'amore/odio. Il mondo gira così, si generano individui in particolari situazione sociali, costoro ne soffrono e diventano maligni, purtroppo non per colpa loro. Una visione alternativa potrebbe essere quella del nuovo capitalismo da poco arrivato in terra boema, ovviamente impersonato dal "mostro"; esso fagocita vecchi mestieranti (come l'anziano postino) e raccolti. Il finale viene suggerito dalla favola, protagonista una zappa. Anche il personaggio padre della bambina viene rappresentato come un classico uomo pigro, schiavo della TV, della pubblicità e restio al progresso culturale.
Si può dire che sia il primo film di Švankmajer in cui, oltre al grottesco, esistono momenti di comicità diversiva, utili a sdrammatizzare il truce tema.
La stop-motion fa il suo egregio lavoro con la creatura, da adulta non sempre visibile chiaramente. Ottime anche le interpretazioni.
Sílení (2005). Švankmajer (re)incontra Poe ed il marchese De Sade. Un ragazzo fa la conoscenza di un bizzarro individuo, un marchese che vive fuori dal tempo, che lo accoglie nella sua dimora, luogo dove avvengono strani riti. In seguito il giovane verrà ospitato, apparentemente convinto dal nobile ma in realtà deciso a seguire una ragazza conosciuta precedentemente, in una strana casa di cura dove ci sarà il culmine della vicenda.
Due scuole di pensiero dominano la pellicola: una inneggia al libertinismo (come nel precedente Spiklenci Slasti), al piacere ed a tutti modi per arrivarvi. L'altra condanna il vizio, asseconda le punizioni. Gran spazio anche alla religione che, secondo l'ottica di alcuni personaggi, è falsa e illusoria. Jan ci regala quest'opera sotto una forma inusuale per lui, ma più simile ai canoni cinematografici. Poe fa capolino più volte ma l'ispirazione più grande proviene dal racconto Il sistema del dr. Catrame e del prof. Piuma, portato dal grottesco ad una forma più dura e sanguinosa. De Sade aleggia nella personalità del marchese protagonista e in tutto lo svolgersi morboso dei temi.
Questa volte le animazioni sono solo un contorno, i personaggi in carne ed ossa riescono a rendere bene il messaggio, ma va comunque menzionato il piccolo ruolo del passo uno: pezzi di carne e lingue umane (il corpo e la parola) gioiscono e sono impegnati in vari azioni durante tutta la pellicola; c'è libertà, non ci sono catene. Nel finale viene proposta una carrellata in un reparto frigo di un supermarket, lì dorme la bistecca e con essa la possibilità di manifestare i propri piaceri.
Metacinematografica l'"hitchcockiana" presentazione ad inizio pellicola, in cui il regista ceco descrive ciò che andremo a vedere.
L’ultimo titolo, Prezít svuj zivot (teorie a praxe), è stato presentato a Venezia nel 2010, e in seguito anche in altri eventi a tema.

Rendiamo noto che questo saggio viene presentato in una forma maggiormente curata ed approfondita tramite il libro/rivista Moviement Magazine, nel numero dedicato a Švankmajer segnalato in altri post.

venerdì 17 aprile 2009

può un pollo essere libertino?

Jan Švankmajer
Gli anni Novanta

In questo periodo l'autore inizia finalmente ad essere riconosciuto fuori patria, anche se mai abbastanza... Avviene anche lo stop ai cortometraggi, i successivi lavori saranno caratterizzati da durata canonica.
Konec stalinismu v Cechách (1990): la caduta delle cortina di ferro permette la creazione di questo corto politico surrealista. Icone di leader sovietici e cecoslovacchi si alternano a fotografie ed animazioni, le prime raffiguranti l'utopia ideologica, le seconde tragiche realtà, derive dell'umana crudeltà. Rappresentazioni di busti che partoriscono figure a loro figlie, patiboli di creta e teschi che si cibano dell'immagine di morte. Particolare attenzione alla Primavera Di Praga e verso Dubcek, unico esente dalla berlina grottesca presente nella pellicola. Nella conclusione si passa al successivo periodo storico, ma si resta incatenati a qualcosa di difficilmente scaricabile…
Jídlo (1992), letteralmente "alimenti", è un'opera fondamentale nell'immaginario di Jan. La sua ossessione per il cibo, toccata nei precedenti lavori, qui esplode totalmente. Divisa in tre parti. La prima tratta la macchinosità dell'alimentazione con un "distributore umano" che viene intercambiato tramite il suo cliente, all'infinito... La seconda è una critica al perbenismo, con aggiunta di cannibalismo ben rappresentativo per ogni campo in cui si viene a contatto con il prossimo; tripudio di passo uno e grande abilità nel fonderlo con gli attori in carne ed ossa. Il terzo rende visiva e visionaria la definizione "siamo ciò che mangiamo"; le portate davanti agli avventori sono la loro personalità sotto cibaria.
Faust (1994) è naturalmente la visione surreale della famosa opera, nata da un'espressione cartacea tedesca, riproposta in tante salse e da vari autori. Il tratto saliente è l'ambientazione quotidiana, con protagonista, nelle vesti di Faust, un individuo medio, impegnato nel tran tran quotidiano, che entra nel mondo tentatore in maniera naturale. Come consuetudine per l'autore ceco, le marionette hanno importanza fondamentale, sono i protagonisti come i comprimari, si alternano agli umani e ne prendono possesso trasformandoli in attori di legno nei momenti di maggior rilievo, come quando Faust vive i suoi desideri dati in cambio della sua anima. Ottima la volontà di creare una sorta di metateatro, le vicende sono nel contempo lampi sovrannaturali nella vita reale e rappresentazioni sceniche, senza dare una precisa spiegazione; da rilevare il fatto che una delle più importanti espressioni sul Faust è stata proprio l'opera teatrale di Christopher Marlowe, con questo c'è forse una volontà citazionista. La "rappresentazione" avviene quindi in una classica struttura teatrale, ma anche in strade e parchi in cui il resto del mondo continua a svolgere le proprie mansioni. Scena principe è di sicuro l'evocazione di Mefistofele, inscenato come il proprio io, dove Švankmajer dà prova di sapere personalizzare anche situazioni ormai entrate nel mito.
Spiklenci Slasti (1996) è puro libertinismo su celluloide. Lungometraggio che narra di un gruppo di personaggi che danno sfogo alle loro fantasie nei modi più impensabili. C'è l'uomo con il culto della vicina e del di lei rapporto con il pollame, la vicina stessa ed il desiderio di sottomissione di lui, la postina e la sua “droga alimentare”, la presentatrice TV con la sua predilezione ittica, suo marito, feticista del contatto d’oggettistica e l'edicolante con il culto della donna televisiva di sopra. I modi per esprimersi sono di un'inventiva allucinante, ma necessitano della completa solitudine del soggetto stesso. Questo è il tema saliente, si parla quindi di esigenze irrealizzabili da altri umani? Il più profondo piacere è raggiungibile solo con il proprio io e con il pensiero di ciò che ci si aspetta dall'altro? Non a caso coloro che venerano un altro individuo, è il caso dei vicini e dell'edicolante, ne ricreano le fattezze tramite fantocci (che si animano nell'immaginario dei loro creatori tramite stop motion) e mezzi meccanici, i quali serviranno per l'orgia autoerotica mentale.
In contrapposizione c'è da dire che sono tutti consapevoli sulle azioni del prossimo, ciò significa che c'è un'accettazione generale, una furtiva e globale libertà d'espressione e di piacere talmente forte che, nella parte finale dell'opera, le pratiche oniriche iniziano a confondersi con la realtà materiale.

domenica 12 aprile 2009

dovete chiudere gli occhi, altrimenti non vedrete niente

Jan Švankmajer
Gli anni Ottanta

È il decennio più prolifico e quello che decreta la consacrazione anche fra i suoi cultori occidentali, grazie soprattutto al suo primo film di lunghezza classica. Gran varietà di proposte, situazioni anche molto distanti l'una dall'altra.
Zánik domu Usheru (La caduta della casa Usher, 1981). Il primo dei due adattamenti da scritti di Edgar Allan Poe. Come raramente accaduto nelle sue produzioni antecedenti, Švankmajer fa leva sulla narrazione, stralci verbali del racconto accompagnano interpretazioni animate e surrealiste dell'opera, tutto in maniera magistrale e poetica. Il crescendo di tensione è reso benissimo e l'onirico visivo appare inaspettato e creativo. Il finale, come la storia pretendeva, gela il sangue delle vene. Nuova vivacità che rapisce gli amanti dell'autore bostoniano, dà altra linfa allo scritto.
Moznosti dialogu (Possibilità di dialogo, 1982) è uno dei più apprezzati ed ispirativi suoi cortometraggi. Diviso in tre fasi, tratta l'approccio in differenti visioni, facendo uso di teste formate da oggettistica o in materiale modellabile. Stupefacenti animazioni ed espressioni. Nella prima, “arcimboldiane” creature si divorano, distruggono e ricreano l'un l'altra. Caratterizzate ognuna da un misto di oggetti contestualizzati al loro essere non si accettano e quindi si modificano fino al parto di semplici personaggi impersonali. Nella seconda fase si analizza la vita di coppia, i primi contatti e la procreazione. Prevedibile il finale repulsivo per la piccola creatura e indovinabile la distruzione del duo. Fase tre: l'incomunicabilità. Uno pone lo spazzolino, l'altro il dentifricio, uno il pane, l'altro il burro. C'è comunicazione, tutto scorre fluido ed apprezzato. Ma se tutto si confondesse? Proprio come accade nella realtà: si pone un argomento e quello viene bandito contrapponendovi qualcosa di incompatibile, lesivo e disarmonizzante. Anche in questo caso la fine arriva in tutto il suo ledere.
Kyvadlo, jáma a nadeje (1983) è Il pozzo e il pendolo, seconda ispirazione dallo scrittore statunitense Poe. Probabilmente ciò che a gran parte dei lettori passava in mente alla lettura del racconto. Il surrealismo acquista tratti quasi realisti, tali da rendere infernale, allucinante ma nello stesso tempo materiale l'esperienza del protagonista. Poco spazio alle parole, molto al disperato sguardo in soggettiva. Il muro della tortura spaventa nella sua macchinosità ed animosità ma ciò che rimane più impresso è, anche questa volta, il finale. Allo spettatore non rimane che un interrogativo...
Do pivnice (1983). Prove generali per il suo prossimo lungometraggio (che analizzeremo dopo). Una piccola "Alice" vaga per metaforiche scale, fino ad un tetro scantinato frequentato da due inquietanti individui. Viaggio nell'inconscio infantile, con del simbolico carbone onnipresente. Riacquistare ciò che ci è appartenuto o forse narrare l'adattamento umano, cosa si intendeva dire con le coperte di combustibile nella camera dell'uomo e con i terribili dolci della signora, impastati con la stessa sostanza? Finale con la bambina che cerca, trova e vuole portar via qualcosa, dar vita alle sue esigenze e sogni... rappresentati da cosa? Semplici patate.
Muzné hry (1988) farà sorridere molti occidentali, siamo infatti nel mondo del pallone. I rituali del tifoso vissuti come una degenerazione: in un umile appartamento un appassionato si prepara alla serata calcistica armato di birre, dolci e TV. Ogni bicchiere scolato comanda ciò che succede sul terreno di gioco e i punti su quest'ultimo vengono segnati con le eliminazioni fisiche degli avversari nei modi più grotteschi. Tripudio di passo uno misto allo sguardo dell'attore principale. È semplice agonismo o è travisare uno sport? Alla fine il protagonista colpisce ancor più drasticamente, ma non se ne cura più di tanto...
Another Kind of Love (1988) esula un po' dal contesto, ma visto che la parte visiva è curata interamente dal nostro Jan va decisamente citato. È semplicemente un video musicale dell'inglese Hugh Cornwell che vanta canoniche animazioni “švankmajeriane”; veniamo così a scoprire che si adattano benissimo alla scanzonata pop song dell'autore e non solo a cupi ed anomali scenari.
Neko z Alenky (Alice, 1988). Eccoci all'esordiente lungometraggio. Un'interpretazione surrealista delle opere di Lewis Carroll Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò non è un qualcosa di impensabile, la natura stessa degli scritti si presta al pensiero ed al sogno. È la produzione più conosciuta nel mondo dell'autore ceco, forse proprio per la fama dei racconti ispiratori. Si inizia con un breve avvertimento recitato (quello del titolo del post, che ben descrive il genere che ci apprestiamo a metabolizzare) in stile fiaba, e a farlo è proprio la giovane protagonista, al di là delle scene, in cui le viene inquadrata soltanto la bocca. Sarà così per la descrizione di tutte le sequenze della pellicola, ma in modo molto ridotto, la parola lascia la maggior parte dello spazio all'elaborazione mentale. Il coniglio bianco, personaggio fondamentale del film, è una versione impagliata in una teca, che si anima, si veste, prende possesso delle forbici che userà spesso e va di fretta; necessario focalizzarsi sull'orologio da taschino che è contenuto all'interno del suo corpo, fra la segatura. Ad ogni occhiata lo tirerà fuori da lì e lo ripulirà, tutto a mostrare la lotta contro il tempo che ci corrode dall'interno, e ci rende ad essa dipendenti. Importante anche il modo di spostarsi, come nell’originale, da un luogo all'altro: tramite cassetti di vecchi mobili, porte per la dimensione onirica.
Alice inizia la sua avventura da quella che sembra essere la sua stanza, ma si recherà presto, inseguendo il coniglio, in un ambiente essenziale e spoglio, non solo grazie al metodo espresso poc'anzi, ma anche tramite un infernale (sembra proprio si stia scendendo in esso) ascensore, che pare ripercorrere le precedenti opere di Jan ed anche ciò che verrà in seguito. Qui troveremo le azioni famose del racconto, il cambio di dimensione della bambina ed i modi per avviarlo, sotto l'occhio surrealista che immagina come bambolina la versione piccola ed inchiostro o strani biscotti il mezzo per far scaturire il tutto. Tramite il pianto rotto di Alice tutto si allagherà e lo scenario si sposterà alla casa di mattoncini del tassidermico coniglio, dove la bimba subirà un attacco di particolarissime creature scheletriche e vagamente animalesche.
Continuano poi i cambi di capitoli, e le chiavi (anche materialmente presenti) per farlo saranno sempre inusuali e difficoltose da trovare; serve una spinta per riversarsi nel sogno e nella fantasia, dal mondo materiale... Le suddette chiavi saranno nascoste in scatole di sardine, ai margini di tavoli e confuse nel mezzo di sgabuzzini ricchi di anomalo cibo ed oggettistica disgustante. Basta anche un solo fotogramma a far rievocare i rapporti costanti Švankmajer/oggetti e Švankmajer/cibo, veri feticismi cerebrali con cui il nostro ha cementato un'intera produzione sotto il segno magico del trasferimento delle emozioni umane verso cose inanimate. Anche l'incontro con il Bruco di Carroll è segnato da ciò, questi è un calzino con occhi di cristallo e dentiera, ed il fungo che donerà è di semplice legno. Materiale da cucina presente e lanciato verso Alice anche nella casa da cui vengono fuori il luccio e la rana valletti, che portano l'invito della Regina alla ragazzina.
Arriviamo così all'incontro con il Cappellaio Matto e la Lepre Marzolina, inscenati in forma di marionetta e pupazzo a corda. Altra caratterizzazione surrealista del brano del racconto, da notare come la Lepre cosparge di burro un orologio, questa volta l'ossessione alimentare e quella oggettistica si uniscono. Per il resto vengono riprese famose frasi del racconto inglese.
La parte finale racchiude tutti i personaggi e richiama tutte le proposte precedenti, nella stessa forma o in altra: il reali sono di cartone, i soldati emergono dalle carte, Cappellaio e Lepre giocano a tavolino con orologi indosso, materia quotidiana come dei puntaspilli si trasformano in ricci, le forbici del coniglio servono per decapitare e il processo a carico della bambina verte attorno ai famigerati biscotti usati per il cambio dimensionale.
Nel termine si ritorna alla camera iniziale, dove sono curiosamente presenti tutti i dettagli del film, ma in forma materialistica: i pupazzi , bambole, le carte sono in un angolo, c'è qualcosa in un cestino e i biscotti sono in un piatto sul tavolo... All'appello manca solo la lepre imbalsamata... Sogno o realtà? Unione fra le due cose?
Tma/Svetlo/Tma (Oscurità/luce/oscurità, 1989) è un altro caposaldo imitato ed affermato. Sembra quasi una critica al corpo umano, così magnificato ma anche così caotico, misterioso ed animalesco. Vari parti anatomiche ed organiche tentano il ricongiungimento in una fin troppo stretta stanza( la propria esistenza è sempre rinchiusa?) nel tentativo di formare un corpo di tal nome. I più peperini sono la bocca e la lingua ed il più violento ed affannoso è ovviamente il membro; come ovvio basta una simbolica spruzzata d'acqua per raffreddare i bollori. La vita è un interruttore, alla sua nascita si accende ed alla consapevolezza di arrivo si può spegnere, ma il traguardo può essere stato non raggiunto.
Meat Love (1989) è una breve produzione UK/USA/Germania sfoggiante due vanitose bistecche che tentano l'approccio, e nel momento in cui riescono nell'intento sono pronte all'impanatura e cottura. Non c'è altro da dire...
Flora (1989) è la sua opera più corta. 31 secondi di animazione prodotti negli Stati Uniti, con un "uomo vegetale" che si disgrega senza poter raggiungere un vicino bicchier d'acqua. Ancora visione pessimistica del corpo/mente. Quasi un bumper.
Ci sarebbe anche Animated Self-Portraits (1989), ma preferiamo sorvolare perché è una creazione di vari maestri dell'animazione mondiali, oltre Jan, quindi non contestualizzata all'analisi.