OCCHIO: degustazione, esegesi...   ESPRESSIONI: visioni, letture, arte...

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domenica 23 agosto 2020

un'altra danza di scheletro

Le squelette joyeux
1898
Francia
Regia: Louis Lumière

Una gioia che si scompone: segno di bene o di male?

mercoledì 19 agosto 2020

turbolenze

A Dreadful Night
1905
Francia
Regia: Segundo de Chomón

La notte genera buffi fantasmi, anche in forma materiale, pure umana. E anche cataclismi.

domenica 15 ottobre 2017

il ventaglio

Experimental Animation 1933
1933
Regno Unito
Regia: Len Lye
Scritto: Len Lye


Espressioni antropomorfe in 16mm, spensieratezza sperimentale, accennato eco d'amore, duetti esotici, panoramiche animate, lunghezze in breve.

domenica 17 luglio 2016

Something Weird

Satan and the Virgin
1948
Stati Uniti d'America



Ormai quasi a nessuno è oscura la dualità, specialmente se per nulla convergente. 
Quando si resiste, lo sa si fa verso se stessi; viceversa ovvio. 
Quanto prevedibile possa essere l'orgoglio, lotta viscerale, vincente sulla materia, nessuno lo sa.

sabato 23 aprile 2016

A Photographic Contortion

The Big Swallow
1901
Regno Unito
Regia: James Williamson

Metacinematografico e ambivalente, moderno e antimoderno. Gran sfoggio di tecnica, esordio del close-up, sapiente uso del fuoco, satirico, rivoluzionario. Rifiutatore di nuovi mezzi e dell'evoluzione sociale e comunicativa, borghese, romantico.

venerdì 2 maggio 2014

American Mutoscope & Biograph

A Frontier Flirtation; or, How the Tenderfoot Won Out
1903

Stati Uniti d'America

Diffidare da piacevoli visioni, di buon respiro, carine ed eleganti, sensuali, con un pizzico di mistero. Non farsi ingannare da un contenersi civettuolo, da un esortare mascherato. Molto probabile che dietro ci sia chi trama nei nostri confronti.
Filmed September 24, 1903, in the Biograph New York City studio.

sabato 11 gennaio 2014

carica a molla

Die Puppe
(La bambola di carne)
1919
Germania
Regia: Ernst Lubitsch
Scritto: E.T.A. Hoffmann, Hanns Kräly, Ernst Lubitsch, A.E. Willner

Quando l'aristocrazia ha bisogno di ingraziarsi l'esistenza con un matrimonio, ecco che arriva il fabbricante di bambole, carine e subito pronte all'uso. Adatte anche per i maschi più difficili, persino il più restio dei misogini può avere il suo gingillo che fa le moine, balla, si esibisce, crea invidia e può vivere in una casetta di cartone tutta agghindata. Con essa sono fornite anche le istruzioni...
Problema risolto per il signore problematico, peccato che la bambola sia imperfetta, o meglio, ha una natura diversa, umana, ma all'uomo sta bene così e vissero tutti felici e contenti.

sabato 9 novembre 2013

I due The Kiss in the Tunnel

Regno Unito, 1899
Inneggiare all'amore indefesso, anche nei momenti bui, o alla riservatezza? O forse ad un senso antico del pudore? Oppure ad un sentimento di vergogna per una determinata relazione?
Si viaggia fra due colori. I viaggiatori vanno e vengono, chi va avanti, chi indietro, chi accelera, chi rallenta.

domenica 4 agosto 2013

scheletri

The X-Ray Fiend
1897
Regno Unito
Regia: George Albert Smith

Bastasse una spartana scatola a mostrare lo spirito degli uomini. Bastasse una tecnologia, anche obsoleta. La società, probabilmente, cadrebbe in pezzi; insostenibile, incompatibile sarebbe l'invasione di "scheletri da armadio".
In questo corto abbiamo Smith, il genio di Brighton, che ci mostra il valore dell'arresto della ripresa.

domenica 19 maggio 2013

bloccare

L'insaisissable pickpocket
1908
Francia
Regia: Segundo de Chomón 

Nomato anche Diabolical PickpocketEl escurridizo carterista, placa la nostra cine-sete di invenzioni dall'aria candida, alimenta l'immagine del mondo che fruisce di una produzione Pathé Frères, con esso ci pare di sentire l'acre ma piacevole odore della cinepresa.
Ode all'arresto di fotogramma, una dimensione che si ferma e rinasce come sole al mattino, è immensa la voglia di emulare, vogliamo che tutto ciò sia spada, ed anche scudo, levàti contro i manichini. 

domenica 1 luglio 2012

sontuosità indigesta

Dream of a Rarebit Fiend
1906
Stati Uniti d'America
Regia: Wallace McCutcheon, Edwin S. Porter
Scritto: Winsor McCay

Un mezzo busto chiaro nella sua opulenza, affogato nella ricchezza culinaria non si scomoda a mantenere un contegno. Ma tanta foga pagherà un notevole scotto, prima percependo un monumento cittadino come un tempestoso pendolo, poi subendo di tutto nella stanza da letto di casa. Anche il sognare di volare, solitamente metafora di qualcosa di piacevole, avrà un risvolto spasmodico, diventerà un vero e proprio incubo. Presente una curiosa sovrimpressione demoniaca, un martellante mal di testa venuto fuori da un "fuoco gastronomico".
L'eccesso di sfarzo è ben punito.

sabato 12 maggio 2012

quella serie animata del 1969?

Zorgon: The H-Bomb Beast from Hell
1972
Stati Uniti d'America
Regia: Kevin Fernan

Commedia anticipatrice, che già aveva percepito i cliché di quelle che erano le tendenze di pochi anni prima, in netto anticipo su diverse mode di rispolvero del vintage attualmente circolanti.
Parodia dello sci-fi horror degli anni Cinquanta, con la creatura amorfa di origine sconosciuta, in questo caso un "lovecraftiano" misto fra un polpo (Octaman?) e un demone oni del folclore giapponese, che miete numerose vittime, tutto circondato da un alone di mistero.
Se l'origine amatoriale è evidentissima, sembra un The Geek vestito d'ironia, non è da bistrattare un'originale scelta, quella di privare la pellicola di qualsiasi suono al di là degli effetti: nessuna soundtrack, niente dialoghi ma intertitoli, soltanto rumori in primissimo piano.
Recitazione volutamente sopra le righe, scenari da "dietro casa", errori di fuoco, inquadrature sballate e montaggio rozzo, a cospetto di volontà di non prendersi sul serio e amore per il cinema.

venerdì 30 dicembre 2011

bizzarre alterazioni

La folie du Docteur Tube
(La follia del dottor Tube)
1915
Francia 
Regia: Abel Gance
Scritto: Abel Gance

Abel Gance, ricordato per la sua propensione all'innovazione tecnica, non si smentì neanche con questa commedia d'avanguardia con punte slapstick.
Acerbo "mad scientist" cinematografico, il dottor Tube arriva a inventare una polvere che stravolge la visione della persone con cui viene a contatto: il mondo appare distorto, le proporzioni di qualsiasi cosa, anche il corpo della vittima dell'esperimento, violentate, si può dire che sia uno stupefacente dagli effetti visivi estremi. Le donne saranno quelle più sofferenti, perché vedranno i loro beneamati tratti fisici scomposti. 
Puro sperimentalismo che crea nello spettatore voluto straniamento, l'invenzione dello scienziato è funzionale anche alle platee, la percezione di chi guarda è talmente alterata da non permette, a tratti, neanche di capire lo svolgersi degli eventi. L'ambiente diventa fantasioso come in un incubo in cui gli arti si allungano e gli oggetti diventano infiniti, tutto creato grazie all'uso di speciali lenti distorcenti, tipo specchi dei luna park. 
La cosa è però reversibile, tornerà tutto alla normalità e si banchetterà, tranne il professore, che continuerà la strada della follia inventiva.
Fotografia di Léonce-Henri Burel, il dottor Tube è interpretato da un divertente Albert Dieudonné.

venerdì 2 dicembre 2011

tentativo

Picknick
1977
Paesi Bassi
Regia: Dick Maas
Scritto: Dick Maas, Lietje Boissevain

Il nederlandese Maas è noto da noi per l'ottimo L'ascensore (1983), rimasto nella mente di molti anche per via dell'ampia circolazione del trailer in TV. Discreta fortuna ha avuto anche Amsterdamned (1988), che si avvicina all'altro per originalità del soggetto.
Questo Picknick appartiene al decennio precedente, ma già faceva notare le potenzialità dell'artista.
È un breve cortometraggio di circa 5 minuti, thriller con venature di commedia, ben fotografato e con una soddisfacente attenzione ai dettagli.
Abbastanza prevedibile, per la gioia dallo spettatore preda dalla sindrome dell'"ho capito", ma non per questo noioso da seguire, anzi, l'evolversi è grottescamente simpatico.

mercoledì 26 ottobre 2011

dolcezza fatale

ロボゲイシャ(Robo-geisha)
2009
Giappone
Regia: Noboru Iguchi
Scritto: Noboru Iguchi

Quando si è in cerca di puro intrattenimento, senza inondazioni intimiste, è d'uopo buttare un occhio sul Sol Levante e le sue follie.
Questa pellicola può essere racchiusa in un insieme definibile come "gore divertissement". Celebri esponenti d'esso sono titoli quali Meatball Machine (che è un remake) e suo spin-off Reject of Death, Kataude mashin gâru, conosciuto da noi come The Machine Girl, con spin-off  The Hajirai Machine Girl (Shyness Machine Girl) e Tôkyô zankoku keisatsu (Tokyo Gore Police) di Noboru Iguchi, creatore anche di quello che stiamo per esaminare. I suddetti sono legati fra loro, oltre che per casa di produzione (gli ultimi tre), anche per via di incroci artistici: il regista di Tokyo Gore..., Yoshihiro Nishimura, è stato portato in quel ruolo dopo aver creato effetti e make up in The Machine..., così come in Meatball..., in più ha anche diretto, fotografato ed ha recitato nello spin-off di Meatball Machine. Iguchi ha diretto dei fake trailer presenti in Tokyo Gore... e stessa cosa ha fatto Yûdai Yamaguchi, director di Meatball Machine. Un filo conduttore tortuoso ma simpatico, segno che l'individualismo può essere messo da parte per far posto ad una sana collaborazione.
Veniamo a quest'altro parto di Iguchi, RoboGeisha, che ha dalla sua anche una storia non male. Una coppia di sorelle maiko, aspiranti geishe, vengono invitate in quella che ufficialmente è un'industria produttrice di acciaio, ma che nasconde un'insana associazione che vive per il progetto di distruggere un Giappone, a parer loro, ormai alla deriva. A questo scopo addestrano delle geishe, elementi chiave per arrivare vicino a personaggi importanti ed eliminarli. La minore delle sorelle, Yoshie, è stata fiutata come possibile punta di diamante, ed entrambe finiranno per far parte dell'idea devastatrice. La tecnologia a disposizione è all'avanguardia, alle ragazze vengono impiantate componenti meccaniche, rendendole macchine da guerra. C'è però qualcuno che trama contro, e la cosa darà modo anche alle due protagoniste di redimersi.
Se la trama base pare seriosa così non è per la forma e il resto. Come gli altri film del succitato insieme, è tutto virato verso una voluta esagerazione, un divertente ed onnipresente stile sopra le righe, presente dalla coloratissima fotografia, fino alla caricate interpretazioni, dai dialoghi surreali agli effetti; una totale ironia totale che rende il titolo più una commedia che altri generi cinematografici. Ci sono gli omicidi, le violenze, ma resi grotteschi, sopiti da un'impostazione giocosa che annulla la truculenza, grazie anche all'inventiva "cartoonesca" di effetti speciali, make up, costumi, scenografie e props. C'è da dire che la componente splatter è poco accentuata, molto meno presente rispetto alle opere simili, che invece facevano di essa un punto saliente, nonostante la "plasticosità" e il taglio burlesco.
 In parte gli interpreti, specialmente la simpatica protagonista, Aya Kiguchi, e curiosamente estremizzante la presenza di Asami, attrice anche pornografica e quasi feticcio di Iguchi, che si era fatta apprezzare anche in The Machine Girl (e diremmo anche giù il cappello!). Qui interpreta la parte di un Tengu, le celebri creature del folclore nipponico. Già, perché il film è anche pieno di elementi del Giappone tradizionale, ma non di quelli indecifrabili per gli occidentali.
In negativo, ci hanno convinto poco le lunghe sequenze sentimentali, non sappiamo quanto volontariamente parodistiche, ma un po' troppo stucchevoli.
Insomma, da guardare con la consapevolezza che si tratta di un enorme balocco in 35 mm, che non è adatto per porsi più di tante domande. Forse un certo sottotesto sulla pericolosità delle armi di distruzione di massa e chi le detiene, sull'uso della tradizione di un Paese come metodo per assoggettare, sulla decadenza dello stesso e uno sfottò verso i formalismi è presente, ma chissà quanto ricercato...
Adatto anche ai nostri cinema, farebbe un figurone, e in più ci insegnerebbe che per divertire non è necessario raccontare continuamente storie di liceali in scooter, starlette amanti o volgarità tediose.

martedì 27 settembre 2011

smorfie

Дневник Глумова (Dnevnik Glumova)
1923
Unione Sovietica
Regia: Sergej Michajlovič Ėjzenštejn

Il diario di Glumov, realizzazione nata per essere uno scorcio cinematografico sperimentale in una rappresentazione teatrale messa in scena da Ėjzenštejn e da Sergei Mikhailovich Tretyakov, Mudrets, adattamento di Na vsyakogo mudretsa dovolno prostoty (Anche il più furbo ci può cascare), dell'autore Aleksandr Ostrovsky. Nonostante la particolarità della cosa è, a tutti gli effetti, il primo cortometraggio di Ėjzenštejn, appartenente alle produzioni del Proletkult, movimento nato per creare e diffondere arte proletaria.
Al di fuori del contesto è difficile seguire la vicenda, a capire le simbologie, i luoghi ed i tempi, ma paiono presenti anche rimandi politici e religiosi.
Embrione del "montaggio delle attrazioni", con grande uso di tecniche quali le sovraimpressioni e la transizione "iride", quest'ultima a caricare ulteriormente primi piani e dettagli.
Camera generalmente fissa, e sulla scena compaiono spesso due elementi in dialettica, purtroppo, ripetiamo, non percepibili a fondo se si è estranei allo spettacolo teatrale.
Elementi curiosi e all'avanguardia sono il mostrare una bobina cinematografica e la presenza dello stesso Ėjzenštejn all'inizio, due interessanti assaggi di metacinematografia, un'autoreferenza che, all'interno di un'opera nata per maggiori funzionalità teatrali, rimarca anche le qualità del mezzo cinema.
Da ricordare che è stato recuperato da Dziga Vertov ed incluso nel suo Kino-pravda no. 16.
Il Prolekult ha avuto vita breve (1917-1925), ma ha mostrato arte fuori dalle linee standard, forse prematura, o forse davvero utile alla causa.

mercoledì 31 agosto 2011

rinunce

Le laboratoire de l'angoisse
1971

Francia

Regia: Patrice Lecone
Scritto: Patrice Leconte

In un laboratorio, l'inserviente Antoine è perdutamente innamorato di Mademoiselle Clara, unica donna presente fra le fila di scienziati dalle barbe fluenti. La sua fissazione non ricambia, nonostante lui cerchi in tutti i modi di mettersi in evidenza, aiutando con fervore nelle mansioni lavorative. Non riesce neanche ad... incantarla, l'immagine di lei rimarrà chiusa in una dimensione esaltatrice. La cosa proseguirà in maniera ossessiva, e l'uomo, distratto dalla presenza, combinerà pasticci di ogni genere con gli strumenti del laboratorio, arrivando anche a farsi del male tramite contatto con le sostanze chimiche; il dolore non verrà avvertito, troppo forte è la passione. In conclusione, se lei non concederà la sua mano sarà lui a farlo...
Rappresentazione, più che dell'amore, dell'uomo sottomesso, piegato, senza dignità né orgoglio, che arriva ad annullare se stesso in nome di un interesse. L'oggetto donna svetta su altre necessità, è un trionfo di istinti primordiali. Non viene mostrato come agiscono gli altri colleghi, ma è pensabile anche una tipicissima situazione in cui la solitaria presenza muliebre è colmata di attenzioni interessate da parte di tutti, con tanto di tattiche falsità per arrivare allo scopo, spersonalizzazioni, che non fanno altro che ledere sul piano dell'uguaglianza. Oppure, si spera, gli altri soggetti vogliano un minimo di bene a loro stessi...
Se si arriva a distruggersi psicologicamente e fisicamente a cosa è utile un rapporto di coppia?
Seconda opera di Leconte, di quando ancora non aveva deciso di dedicarsi anche al ruolo di operatore di ripresa, per essere ancora più addentro.

sabato 27 agosto 2011

parzialità

Quante volte... quella notte
1972

Italia
Regia: Mario Bava
Scritto: Guido Leoni, Mario Moroni, Carl Ross


In questo blog, incredibilmente, non si è mai parlato di Mario Bava. I motivi però esistono e sono la consapevolezza che ormai si è detto quasi tutto sul suo conto (esiste, fra altre pregevoli pubblicazioni, anche un tomo biografico di oltre mille pagine, scritto dallo statunitense Tim Lucas), e la presenza di una sorta di timore reverenziale; il maestro potrebbe essere, anche se siamo contrari a dichiarazioni assolutiste, il cinematografaro preferito di chi scrive. Vogliamo comunque fornire un affondo tramite questo titolo, appartenente alla cerchia di quelli meno famosi.
Commedia a tinte erotiche, che fa della raffinata confezione il suo forte. Fascino pop, del tipo che ha trovato maggior fortuna in Diabolik (1968), ma che qui non è da meno, anzi, si erge a sostegno principale della pellicola. Le presenze, in particolar modo quelle "agghindate", formano un tutt'uno artistico con la scenografia, una specie di reminiscenza degli attori espressionisti che si uniformavano allo scenario. Plauso anche a scenografo e costumista (Blanda), quest'ultimo avrà fatto felici gli estimatori di moda del tempo e aggraderà quelli attuali appassionati di vintage.
La vicenda, cui Mario non ha partecipato in sede di scrittura, è meno debole di quanto si legge in altre sedi: una storia notturna raccontata da quattro prospettive diverse, con tanto di spiegazione accademica circa la soggettività. Non assenti momenti ingenui ed ironia opinabile, ma il maestro ci metta una pezza tecnica. Uso magistrale della camera, in particolar modo nell'ambiente ristretto dell'appartamento fulcro del tutto. Lo zoom, strumento di semplice correzione di ripresa in mano a molti, con Bava diventa arte, una sua nota firma adattata perfettamente ai contesti. Angolazioni, altezze, tipo di piani, sono, senza mezzi termini, esempi per chi vuole studiare nel campo della ripresa cinematografica e non. Il regista non è accreditato alla direzione della fotografia, ma vi ha partecipato insieme al più volte collaboratore Antonio Rinaldi.
Gradevoli le musiche di Lallo Gori, tassello di tante produzioni "di genere".
In realtà il film è stato girato nel 1969 e l'atmosfera del periodo c'è tutta.
È conosciuto anche come Quattro volte... quella notte, tra l'altro traduzione letterale del titolo per la distribuzione all'estero.

giovedì 28 luglio 2011

pneumatico o rullo?

Rubber
2010

Francia, Angola

Regia: Quentin Dupieux

Scritto: Quentin Dupieux


La Francia, nella produzione di genere, è avanti a noi, alla faccia di vini, Zidane e qualunquismi.
Il regalo che ci offre è un esperimento di metacinema piuttosto estemporaneo, dove seguiremo le gesta di uno pneumatico, proprio così, uno pneumatico, che vaga per sterminate strade californiane, mietendo vittime grazie ai suoi poteri telecinetici ed inseguendo ossessivamente una ragazza, con la polizia alle calcagna.
Seguiremo non solo noi dai nostri schermi, in campo c'è anche un nugolo di spettatori con tanto di binocolo e frasario tipico da sala di proiezione, personaggio e burattinaio indiretto dell'azione, in quanto la sua presenza è l'unico motivo per cui il tutto va avanti; il cinema senza pubblico non ha motivo di esistere, e la cosa è resa nota anche dalla coscienza di fiction più volte mostrata. Spettatori che però subiscono a loro volta le volontà del business, una volta che hanno assicurato la loro presenza, pagato per avere e per vedere (senza posti a sedere, distrutti all'inizio, come un "fast cinema" da consumare velocemente) possono anche venir meno, in Rubber vengono quindi avvelenati. Tranne uno, il tipico spettatore attento, molto attento, troppo, pignolo a tal punto da non accettare dettagli illogici, omaggiati a dismisura nel film, come giustamente ci dice il poliziotto nel prologo. Verrà ucciso non dal business, ma dalla stessa arte cinematografica, nella forma dello pneumatico. La non logica che pervade tutta la pellicola strizza l'occhio alla serie B e all'exploitation, notare anche la locandina dal fascino vintage: il perché la gomma prenda consapevolezza di sé come in un documentario, insegua la donna, uccida senza ritegno non ci viene spiegato, ma è realizzato gran bene, con pregevole uso del dettaglio e di profondità di campo e sfocature, oltretutto tutto girato con una camera digitale e un budget complessivo non esagerato. Simpatici anche gli stereotipi buttati volutamente qua e là, i topoi e luoghi culto; c'è da dire che sembra in tutto e per tutto una produzione a stelle a strisce.
Se la settima arte ha preso forma nello pneumatico, poi in un triciclo e in altre gomme, è normale che, come succede nel finale, puntino verso Hollywood.
Auguriamo fortuna a Quentin Dupieux, musicista da poco anche nel mondo del cinema che conta.

venerdì 12 novembre 2010

...e quello statunitense

Il bagaglio artistico viene portato agli Universal Studios di Los Angeles, e ad esso vanno ad aggiungersi gli stilemi del cinema locale. Da notare che negli USA l'artista si è dedicato soltanto alla regia, lasciando in Germania gli altri ruoli.

The Cat and The Canary
(Il castello degli spettri)
1927
Stati Uniti d'America
Regia: Paul Leni
Soggetto: John Willard
Sceneggiatura: Walter Anthony, Alfred A. Cohn, Robert F. Hill

Il primo film di Leni americano è un horror con venature umoristiche, basato sullo spettacolo teatrale The Cat and the Canary*, ad opera di John Willard e ripreso molteplici volte in campo cinematografico. È una trama vicina al giallo classico, non originalissima, ma di certo non estremamente prevedibile.
Paul non smentisce il suo eclettismo visivo, e riesce nuovamente a fondere più correnti, diverse caratteristiche: ha portato con sé il seme dell'espressionismo tedesco, evidente nella recitazione caricata e nel pesante trucco degli attori, e da ciò ne trae beneficio il lato oscuro delle vicenda. Fortemente innovativi per l'epoca sono alcuni espedienti visivi, l'autentico pezzo forte dell'opera. Ci riferiamo, oltre all'impiego delle sovraimpressioni, che rendono la sequenza iniziale degna di ricordo, all'utilizzo di alcuni intertitoli curati graficamente, "urlati", tanto da trasmettere emozioni che sopperiscono alla mancanza del sonoro. Plauso alla fotografia di Gilbert Warrenton.
Ottime le interpretazioni, in particolare Laura La Plante, nella parte di Annabelle West, e Martha Mattox in quella di Mammy Pleasant.
Può entrare a pieno diritto nel filone delle "case" (infestate e non), ma lasciamo perdere il titolo italiano, l'originale voleva intendere una pressione esercitata su un individuo, tanto da portalo alla follia.
*si dice anche di un origine da un racconto di Agatha Christie, ma non abbiamo trovato riscontro.

The Man Who Laughs
(L'uomo che ride)
1928
Stati Uniti d'America
Regia: Paul Leni
Soggetto: Victor Hugo
Sceneggiatura: J. Grubb Alexander, Walter Anthony, May McLean, Marion Ward, Charles E. Whittaker

Ritenuta la punta di diamante della produzione del regista, noi gli preferiamo altri titoli, per una maggiore propensione al weird, cosa su cui non è improntata quest'opera. È proprio una trasposizione del noto romanzo omonimo di Victor Hugo, e per la trama vi rimandiamo ad esso, basta sapere che molto, contestualizzandolo, è ancora attualissimo.
Vi è un distacco maggiore dal cinema delle avanguardie, ed i binari deviano maggiormente sul découpage classico, con montaggio analitico e alternato. Interessante però sono alcuni sperimentali scampoli di sonoro presente, soprattutto grida e richiami, preludio alla prossima era del suono nel cinema.
Potentissima l'interpretazione del mostro sacro Conrad Veidt, nei panni del protagonista Gwynplaine, ma un po' tutti fanno bene la loro parte: Mary Philbin (Dea), Brandon Hurst (Barkilphedro), il cane Zimbo (Homo) e Olga Baclanova (duchessa Josiana) , la Cleopatra di Freaks, che oltretutto mostra un accenno di nudo fuori dalla norma per quegli anni.

Altri film girati in USA:
The Chinese Parrot (1927)
The Last Warning (1929)